Don Elia Bellebono: un dono e una missione per il Sacro Cuore

Don Elia nel suo studio (foto tratta dal vecchio sito dedicato a lui, non più online)

Chi è?

Elia Bellebono nacque a Cividate al Piano, in provincia di Bergamo, il 7 ottobre 1912, figlio di Gianmaria Bellebono e Teresa Bonomelli. Divenne orfano di padre a quattro anni e affrontò una grave situazione di povertà, senza per questo perdere la fede, come gli aveva insegnato sua madre.

Arrivato alla terza elementare, interruppe gli studi per cercarsi un mestiere. A dodici anni iniziò a lavorare come apprendista calzolaio grazie a un cugino, mentre più tardi, con l’aiuto del suo parroco, trovò lavoro nel Seminario di Bergamo, sempre come calzolaio.

Stando fianco a fianco con i seminaristi e con i loro educatori, Elia pensò di diventare fratello laico in qualche Ordine o congregazione e di partire come missionario in India, così da insegnare il suo mestiere alle popolazioni locali. Tuttavia, prima di decidere definitivamente, svolse il servizio militare in Albania. Al ritorno, consigliato dal suo parroco, inviò tre domande di ammissione: ai Gesuiti, ai Domenicani e ai Cappuccini; solo i primi gli risposero.

Il 21 novembre 1939, quindi, Elia iniziò il noviziato nella Compagnia di Gesù all’Aloisianum di Gallarate, proseguendo la formazione a Lonigo. Tuttavia, a causa di alcuni fenomeni singolari, che avevano iniziato a capitargli il 3 settembre 1941, i superiori decretarono le sue dimissioni.

Elia trovò di nuovo lavoro come calzolaio, prima al Collegio Fanfulla di Lodi, da cui fu espulso a causa di alcune accuse, poi al Collegio Gallio di Lodi retto dai padri Somaschi, infine al Collegio Rosmini di Stresa e nella comunità rosminiana di Domodossola. Lì si verificarono di nuovo episodi particolari, ovvero occasioni in cui pareva che lui leggesse nei cuori di chi accostava e li riportava alla fede.

Nel corso della sua vita, don Elia affermò di aver ricevuto più volte apparizioni del Sacro Cuore di Gesù, a cominciare dalla prima, avvenuta il 3 settembre 1941. Insieme a quelle asserite visioni e a una ferita al cuore, ricevuta nella prima circostanza e ripetuta più volte, riferì di essere stato di frequente messo alla prova dal diavolo, che chiamava “federico” con la F minuscola, perché gli ricordava un’illustrazione di Federico Barbarossa vista su un libro scolastico.

Sempre secondo le sue parole, il Sacro Cuore gli aveva letteralmente ordinato, nel 1953, di diventare sacerdote, gli aveva indicato la missione di convertire i peccatori e gli aveva ordinato di far costruire un santuario nella località di Ca’ Staccolo, vicino a Urbino, la città dove per la prima volta, nel 1969 e non ancora sacerdote, Elia aveva parlato in pubblico.

Il 1° luglio 1953 ricevette un nuovo messaggio dal Sacro Cuore: avrebbe dovuto diventare sacerdote. Tuttavia, Elia aveva alcune difficoltà dovute al suo grado d’istruzione e alla sua scarsa conoscenza del latino. Il 9 ottobre 1974 si stabilì definitivamente all’Eremo di Monte Giove, dei Padri Camaldolesi, a Fano.

Con l’appoggio del cardinal Pietro Palazzini, che aveva sentito parlare di lui, ottenne la dispensa dagli studi teologici: fu ordinato sacerdote l’11 aprile 1977 nella chiesa di San Girolamo della Carità a Roma, dallo stesso cardinale, e incardinato nella diocesi di Fano.

Nei primi anni Ottanta del secolo scorso, iniziarono i lavori del santuario dedicato al Sacro Cuore di Gesù, secondo un’altra richiesta che don Elia aveva ricevuto nei suoi colloqui spirituali. Tuttavia, poté seguire solo le prime fasi dei lavori, perché molto malato. Morì a causa di un tumore al pancreas il 2 settembre 1996, nell’Eremo di Monte Giove.

La tomba di don Elia si trova nel cimitero di Cividate al Piano, precisamente nella cappella dei sacerdoti, mentre il santuario del Sacro Cuore è stato consacrato il 3 settembre 2021 e inaugurato il giorno seguente.

 

Cosa c’entra con me?

Una quindicina d’anni fa visitavo spesso la casa che le suore Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote avevano qui a Milano, non lontano dalla Stazione Centrale. Durante le mie visite, le suore mi parlavano della loro fondatrice, madre Margherita Maria Guaini, ora Venerabile (qui il mio post su di lei).

Ricordo bene che un giorno, ma non riesco a ricostruire nemmeno l’anno, mi hanno dato un’immaginetta, o meglio, un mini pieghevole in tre parti. Sulla prima facciata c’era il volto sorridente di don Elia, mentre all’interno era riprodotto il Sacro Cuore come lui aveva affermato di vederlo. Mi fece molta impressione vedere che dal Cuore, trafitto come da iconografia tradizionale, gocciolava sangue lungo la tunica bianca. Come spesso mi accade, ho preso l’immaginetta e l’ho messa da parte, senza pensarci quasi più.

Intorno al 2017, però, mi sono ritrovata a passare in via Melchiorre Gioia, forse perché ero andata dalle Suore di Maria SS. Consolatrice per alcune faccende collegate all’imminente beatificazione del loro fondatore, padre Arsenio da Trigolo (del quale parlavo qui). Nella stessa via, poco distante dalla scuola delle suore, hanno sede i Salesiani di Don Bosco, con la parrocchia di Sant’Agostino, l’oratorio e gli istituti scolastici.

Insomma, ho scambiato qualche parola con un signore che si trovava vicino a un cancello, il quale mi ha invitata a seguirlo, evidentemente in base a quello che gli avevo spiegato. Si trattava di un Salesiano Coadiutore, ossia un religioso non sacerdote, Umberto Callegaro, che fu molto felice del mio interesse per Santi e affini.

In quell’occasione, mi regalò due libri: uno era il racconto della sua amicizia con fra Cecilio Cortinovis, ora Venerabile, il religioso cappuccino a cui si deve la nascita dell’Opera San Francesco per i Poveri (ho parlato anche di lui qui), mentre l’altro era l’autobiografia di don Elia; non vorrei sbagliarmi, ma mi diede anche un calendario di quell’anno della Fondazione Opera del Sacro Cuore di Gesù, che si stava occupando di realizzare il desiderio di quel sacerdote, anzi, del Sacro Cuore stesso. Anche quella volta, però, dopo aver un po’ sfogliato il libro, l’ho infilato in un vecchio zaino, rimandando la lettura a chissà quando.

Nel 2021, però, qualcosa mi ha spinta a interessarmi definitivamente a don Elia: precisamente, la notizia che il santuario del Sacro Cuore, di cui avevo visto solo un prospetto sul pieghevole delle suore, era stato inaugurato. Inoltre, pochi giorni prima, su TV 2000, era stato ospitato Domenico Bruscolini, della Fondazione Opera del Sacro Cuore di Gesù e testimone diretto della storia di don Elia.


Poco tempo dopo, ho visto che era in uscita un nuovo libro su di lui e mi sono segnata di acquistarlo. Ci sono voluti altri quattro anni, approfittando del fatto che avevo iniziato a lavorare a un piccolo libro sul Venerabile Silvio Dissegna, commissionato dalla stessa casa editrice. Già che c’ero, ho proposto al direttore della rivista Sacro Cuore VIVERE di dedicare uno dei miei articoli a questo “apostolo del Sacro Cuore per i nostri tempi”, secondo la definizione che diede di lui padre Carlo Colonna, il gesuita che fu il suo primo biografo ufficiale.

A quel punto, ho ripreso in mano l’autobiografia, leggendola in parallelo con l’altro libro. Ribadisco ciò che ho scritto altrove: per come sono fatta io, racconti di bilocazioni, interventi demoniaci o divini, scrutazione dei cuori, preveggenza e altri eventi del genere mi spaventano un po’, per cui preferisco meditare sul rapporto profondo e personale che la figura oggetto di tali doni ha maturato col Signore.

Anche per don Elia è successa la stessa cosa: mi ha meravigliata molto la sua tenacia nel voler diventare sacerdote, tanto più che era sicuro che il Sacro Cuore volesse questo per lui, indicandoglielo alcuni anni dopo l’inizio delle manifestazioni raccontate nell’autobiografia.

Perché il sacerdozio diventasse realtà per lui, tuttavia, hanno dovuto crearsi le condizioni adatte e l’emergere delle persone giuste al momento giusto. Nel frattempo, però, Elia compiva un apostolato che preparava la via all’azione del sacerdote, attraverso quelle intuizioni che lasciavano senza parole chi le udiva riferire dalla sua stessa bocca.

Terminato l’articolo, sapevo di doverlo segnalare anzitutto al salesiano Umberto. Non ricordo più come, ma ho appreso che era ancora vivo, seppur molto anziano, e sono riuscita a entrare in contatto con lui, il quale ha gioito nel sapere che mi ero finalmente decisa a far conoscere ciò che il Sacro Cuore ha operato in don Elia (un annetto dopo l’ho incontrato di nuovo di persona).

In seconda battuta, mi sono rivolta al Rettore del Santuario e al signor Domenico. Nel frattempo avevo letto la biografia di una bambina, Lisa Rossi (devo ancora cogliere l’occasione per parlarne su queste pagine e altrove), scoprendo che quel sacerdote la conosceva bene. Come si suol dire, però, questa è un’altra storia.

Quanto a Domenico, mi ha accompagnata gradualmente a capire che in quella vicenda non poteva aver avuto spazio tanto la tenacia di un uomo, quanto l’amore di Dio effuso nel Cuore di Gesù e donato in maniera particolarissima a quel ciabattino, così provato dalla vita, ma altrettanto disponibile a essere inviato dove ci fosse più bisogno di lui.

L’articolo è poi uscito sul numero di giugno 2025 di Sacro Cuore VIVERE e sul sito dell’Opera Salesiana del Sacro Cuore, per cui l’idea di ripubblicarlo qui sul blog è venuta meno. Mi sono però segnata che il 2 settembre, ossia oggi, sarebbe caduto il trentesimo anniversario della morte di don Elia.

Ho quindi preso di nuovo l’autobiografia, rispettando in un certo senso l’avvertenza con cui Umberto conclude l’opera, e ricominciato a leggere delle peripezie di Elia, dei colloqui soprannaturali che riferiva e delle “missioni” compiute per salvare molte persone dai pericoli dell’anima e del corpo.

Mentre leggevo, mi è venuta una domanda, ossia perché appariva così necessario che lui diventasse sacerdote: ha compiuto molte opere buone anche senza esserlo, in fin dei conti. Credo che possa essere trovata questa risposta: perché così non avrebbe avuto bisogno d’indirizzare la persona convertita o in via di conversione da un sacerdote per la confessione sacramentale.

Inoltre, mi sono saltati all’occhio i collegamenti con almeno un paio di persone con la causa in corso: uno è il già citato fra Cecilio Cortinovis, mentre l’altro, il Servo di Dio Stefano Gobbi, iniziatore del Movimento Sacerdotale Mariano, più volte incontrò Elia non ancora prete e anche dopo; a ben vedere, ha parecchi elementi biografici affini a lui.

Inoltre, nello stesso tempo della sua permanenza a Domodossola, ancora una volta come calzolaio dei Rosminiani, era presente Clemente Rebora, il poeta convertito e poi diventato sacerdote e religioso rosminiano, anche lui in età adulta (qui ho parlato di lui). 

Come il Venerabile Enzo Boschetti, fondatore della Casa del Giovane di Pavia (del quale ho parlato qui), anche Elia fu inviato, intorno al 1957, a Villa Grazia, una delle case dellOpera fondata dalla Serva di Dio Antonietta Capelli (ecco il mio post su di lei). La conobbe personalmente e fu affidato a una delle sue congregate per riprendere lo studio della lingua italiana letteralmente dalle basi, per poi passare al latino, ma fu quello il suo problema maggiore; rimase quindi due anni e mezzo.

C’è poi un collegamento spirituale con il Beato Giovanni Paolo I: don Elia fu convintissimo che sarebbe stato eletto proprio il cardinal Luciani come successore di Paolo VI e, nelle ore decisive del Conclave, ebbe una febbre altissima, che svanì poco dopo l’annuncio dell’elezione.

Ha poi incontrato due Pontefici: san Paolo VI, grazie al cardinal Palazzini, e san Giovanni Paolo II, almeno due volte. Una di queste, nell’aprile 1981, sentendolo parlare durante un convegno a Roma sulla Haurietis Aquas, l’enciclica sul Sacro Cuore di Gesù di papa Pio XII, don Elia fu colto da dolori che gli toglievano il fiato. Di lì a un mese circa, si sarebbe verificato l’attentato da cui, però, Giovanni Paolo II uscì vivo.

Infine, durante una Messa che aveva celebrato nella chiesa dei Gesuiti a Bologna, gli accadde (ma anche a Umberto che gli faceva da ministrante) di sentire il canto dolcissimo che le Suore Minime dell’Addolorata, quattro delle quali erano lì presenti, affermano di sentire come segno della presenza della loro fondatrice, santa Clelia Barbieri (qui un interessante approfondimento su questo fenomeno).

 

Cosa c’entra con san Francesco d’Assisi?

Ammetto che, mentre leggevo, non mi sono venuti particolari collegamenti tra don Elia e san Francesco. Uno, in realtà minimo, è che la parrocchia da lui frequentata a Domodossola era quella di Sant’Antonio di Padova, detta “la Cappuccina” perché a lungo retta dai padri Cappuccini. Ancora più esile è l’omonimia che ha con frate Elia da Cortona, colui che volle la basilica in cui il Santo fu sepolto.

Più sul piano spirituale, però, si può pensare alla costante sopportazione di prove, ingiurie, calunnie, per le quali a volte si è sfogato col Signore, come a una concretizzazione della “perfetta letizia” francescana. Inoltre, la missione di salvataggio che Elia ha condotto può essere affiancata alla predicazione costante che san Francesco ha condotto pur non essendo sacerdote.

 

Il suo Vangelo

La testimonianza di don Elia conduce a riflettere su che cosa può l’uomo se si lascia davvero coinvolgere dall’amore che Dio ha per lui. Le manifestazioni eccezionali, la ferita al cuore, gli scontri con “federico” sono un di più, che si è verificato in un terreno già buono, preparato dalla preghiera e dall’esempio dei genitori, in particolare della madre.

Non tutto in lui era perfetto, a cominciare dal carattere, spesso brusco, ma don Elia sapeva di poter ricominciare ad amare modellandosi sul Cuore di Gesù, cercando di essere coerente con la missione che era sicuro di aver ricevuto da Lui. Ecco una sua riflessione in tal senso, tratta dallautobiografia:

È verità che oggi ed in continuo si realizza ciò che Gesù mi diceva, che da Sacerdote a me sarebbero giunte tante anime di peccatori e di tribolati. Tutto questo è manifestazione della Grazia e dell’Amore del Signore.

Il Santuario del Sacro Cuore a Urbino ora è realtà e, a quanto pare, è molto frequentato e si appresta ad ampliarsi con la Casa di spiritualità, altro desiderio del Sacro Cuore, per la formazione dei giovani universitari. In questo trentennale della morte di don Elia, suppongo che lo diventerà ancora di più.

 

Per saperne di più

Umberto Callegaro (a cura di), Autobiografia di don Elia Bellebono apostolo di Gesù, Mimep-Docete 2020, pp. 256.

Il racconto della vita di don Elia raccolto dal Salesiano Coadiutore che gli fu amico e che lo accompagnò in molti dei suoi viaggi.

Non è disponibile nelle librerie, ma sicuramente può essere richiesto al Santuario del Sacro Cuore di Urbino, dietro offerta libera.

Carlo Colonna s.j., Don Elia Bellebono – Apostolo del Sacro Cuore per i nostri tempi, Sapienza e Vita Editrice 2015, pp. 200, € 10,00.

Biografia di don Elia con una spiegazione teologica-spirituale di alcuni passi del diario. Anche questo è richiedibile al Santuario.

Attenzione: altre pubblicazioni, pur disponibili nel circuito librario, non sono state seguite né autorizzate dalla Fondazione Sacro Cuore di Gesù.

 

Su Internet

Sito del Santuario del Sacro Cuore di Urbino

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