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mercoledì 10 agosto 2016

Io c’ero #13: GMG 2016 a Cracovia, per chiedere la Misericordia


I miei vicini alla catechesi del 30 luglio

Avevo concluso la terza puntata della mia cronaca della GMG 2016 con una nota deprimente. Purtroppo quello che mi è accaduto il giorno dopo ha contribuito a peggiorare il mio umore, anche se non sono mancate le occasioni per essere consolata.

* * *

Venerdì 30 luglio – Qualche incoraggiamento da Perugia

L’amarezza con cui avevo vissuto metà di giovedì mi ha fatto avvertire la necessità di confessarmi, per capire da dove ripartire per cambiare me stessa e il mondo attorno a me. Prima, però, ho ascoltato monsignor Paolo Giulietti, vescovo ausiliare della diocesi di Perugia-Città della Pieve, nella sua riflessione a partire dalla Preghiera Eucaristica V/C che, contrariamente a quanto pensavo, non mi pare sia presente nel Messale Ambrosiano (motivo per cui la domanda del vescovo circa il suo uso da noi ha provocato un certo mormorio).
In lontananza, il titolo della catechesi
Quando quel testo liturgico fa pregare dicendo «Donaci occhi per vedere le necessità dei fratelli» invita a cambiare lo sguardo e a educare la nostra capacità di vedere tramite lo studio e ciò su cui ci formiamo. La preghiera continua con un’invocazione riguardante l’impegno leale «al servizio dei poveri e dei sofferenti». “Impegno” è una parola che fa paura, quasi significasse complicarsi la vita. La libertà, invece, è uno strumento da adoperare per il bene.
L’ultimo punto su cui l’ausiliare del cardinal Gualtiero Bassetti si è soffermato è quello in cui il sacerdote prega: «La tua Chiesa sia testimone viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo». Le richieste esposte, dunque, non sono solo per noi, ma per la nostra comunità, per il nostro gruppo, per la Chiesa universale. Tornare da Cracovia, allora, vuol dire portare quanto vi abbiamo visto e sperimentato anche a chi non è venuto. Per cementare il nostro sentire comune, abbiamo ricevuto un compito a casa: leggere l’enciclica «Laudato si’» e, magari, creare gruppi di confronto.
Dal canto mio, desideravo scambiare qualche parola col vescovo-catechista: in particolare, mi premeva fargli sapere che mi ero interessata alla vicenda di Giampiero Morettini, seminarista della sua diocesi (del quale avevo parlato qui), presentargli qualche caso analogo e fare promozione al blog. Mi è parso attento e curioso di sapere come mai quella storia fosse giunta da Perugia fino a Milano, ma mi ha anche offerto un suggerimento: potrei provare a scrivere un libro vero e proprio. Con tono sempre più amaro, ho constatato di averci provato, ma senza ottenere risultati. Stavo per raccontargli qualcos’altro, ma una mia compagna mi ha interrotto.

Una penitenza non poco gravosa

Prima del lavoro a gruppetti, come anticipavo, mi sono confessata. Il sacerdote cui mi sono rivolta - il Rettore del Seminario di Milano, ma non l’ho fatto apposta: era il primo che ho trovato libero - non penso che si ricordasse di me, né di aver già ascoltato la mia confessione. Stavolta mi ha affidato un compito particolare: non andare da tutti quelli che conoscevo tra i partecipanti alla catechesi, per concentrarmi sulla mia comunità parrocchiale e sui miei giovani, perché è lì che Dio mi chiama.
Ci ho provato, cominciando con l’inserirmi tra due mie compagne che cercavano, come suggerito, una definizione comune di misericordia. È venuto fuori un mezzo pasticcio, ma ho provato a non essere troppo invasiva. Intanto, guardandomi intorno, continuavo a chiedermi perché gli altri ragazzi potessero andare in giro ad abbracciare gente mentre io me lo sentivo come proibito.
Tra l’altro, nei giorni precedenti avevo visto un mio amico prete novello, ma non ero riuscita a salutarlo: la prima volta perché avevo appena ricevuto la Comunione e lui la stava distribuendo, la seconda perché era a suo turno impegnato in altri saluti. La terza avrebbe potuto essere l’occasione buona, ma la penitenza che mi ha dato il confessore m’imponeva di lasciarlo stare.

Una scossa dal cardinal Scola

Il caldo ha peggiorato il nervosismo, mentre ascoltavo l’omelia del cardinal Angelo Scola, sopraggiunto con un notevole ritardo. Commentando le letture della memoria di santa Marta, il mio arcivescovo ha ricordato ai giovani l’importanza di coltivare un’amicizia cristianamente intesa, sia con Gesù sia con gli altri. Solo in questo modo potranno «essere una risposta d’amore e di pace per i nostri Paesi europei», che ora devono fare i conti col martirio del sangue, «e per il mondo intero».
Oh, ogni tanto qualcuno che canta!
Nel saluto prima della benedizione, momento in cui si è svolto anche il passaggio di consegne al nuovo Responsabile diocesano della Pastorale Giovanile, don Massimo Pirovano, il Cardinale ha ricordato come la GMG, fin dai suoi inizi, costituisca un’opportunità per discernere lo stato di vita, in base a un criterio fondamentale: l’utilità per la Chiesa e per la società.
Quelle parole hanno scatenato definitivamente la rabbia in me: come ascoltando il Papa mi sono resa conto di essermi messa in pensione prima di aver mai lavorato seriamente, così nella voce del mio vescovo ho inteso un rimprovero per aver sbagliato nel credere che Dio mi chiami, ad esempio, a mettere a frutto le mie conoscenze agiografiche.
Oggi non c’è bisogno, riflettevo, di qualcuno che sappia vita, morte e miracoli dei candidati agli altari, bensì di chi, per citare il caso di un mio comparrocchiano, attua operazioni per rendere il proprio quartiere un laboratorio di pace e civiltà. Il punto è che io lascio sempre che lo faccia qualcun altro: monsignor Giulietti, invece, ha fatto notare che non dobbiamo più pensare che questioni del genere non siano affar nostro.

Una crisi esagerata

Insomma, ero così fuori di me da essermi allontanata dal mio gruppo, mormorando a mezza voce che sarei andata in bagno. Al mio ritorno ho scoperto che i miei effetti personali, inclusa la borsetta coi documenti da cui non mi ero mai separata prima di allora, erano spariti. Mentre mi agitavo, uno dei miei compagni mi ha fatto presente che i giovani della mia parrocchia si erano spostati al fresco, portandosi via anche il mio zaino e tutto il resto.
Anziché ringraziarli, sono corsa da loro quasi fossi sul piede di guerra, ma il mio atteggiamento era determinato da tutta una serie di cause: il caldo del sole a picco, i rimproveri papali e vescovili, ma anche il fatto che tutto il mio gruppo parrocchiale non sarebbe andato alla Via Crucis prevista per la sera. A Madrid era stato uno dei momenti che avevo preferito, quindi mi dispiaceva non poco, sebbene non dovesse costituire un motivo per prendermela con chi era con me. Non aveva forse detto il mio confessore che dovevo pregare per la mia comunità?

Relax e condivisione

Come vedete, non racconto frottole!
Così, visto che ero obbligata a stare a riposo, ho pensato di sfruttare pienamente quella pausa. La megavilla della nostra famiglia ospitante comprendeva, oltre a un parco sterminato, una piscina coperta e riscaldata con pannelli solari, più volte elogiata dai miei compagni. Approfittando che non ci fosse nessuno, sono entrata e ho cominciato a sguazzare beatamente, mentre fuori si scatenava l’ennesimo acquazzone.
Dopo la doccia e lo shampoo, una breve meditazione personale prima della ripresa a gruppetti. Contrariamente al mio solito non ho parlato, preferendo ascoltare gli altri per capire cosa potevo trarre dalle loro riflessioni. Da quel che ricordo, chi è intervenuto è rimasto stupefatto di fronte ai sorrisi dei pellegrini, all’accoglienza dei nostri padroni di casa, al desiderio di andare avanti nonostante la fatica.
Quelle parole hanno contribuito a farmi andare a letto più serena, insieme alla cena composta da pane, wurstel con salsa ketchup e un bombolone, omaggio dolciario del ristorante all’aperto (lo stesso di martedì sera) dove ho cenato con gli altri. Dovevo prepararmi a dovere per non dare di matto lungo il cammino verso il Campus Misericordiae, luogo della veglia finale, e per evitare di morire di freddo come mi accadde a Colonia.

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