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sabato 20 agosto 2016

Giulia Gabrieli, la ragazza del “grazie”



La foto più famosa di Giulia
(per concessione della famiglia)
Chi è?

Giulia Gabrieli è nata a Bergamo il 3 marzo 1997, figlia primogenita di Antonio e Sara Gabrieli. La sua vita e la sua fede erano uguali a quelle di tanti altri bambini, finché, il 1° agosto 2009, non notò che la sua mano sinistra era particolarmente gonfia, come se fosse stata punta da un tafano. Si trattava, invece, di un tumore, un rabdomiosarcoma alveolare, per il quale è stata a lungo in cura presso gli Ospedali Riuniti di Bergamo.
Nel corso del tempo, Giulia ha compreso di dover accettare la malattia come volere di Dio per lei, cercando di trascorrere un’esistenza il più normale possibile. Il 10 settembre 2010 i medici le hanno comunicato che il tumore aveva avuto una recidiva: è poi morta il 19 agosto 2011, a 14 anni.

Cosa c’entra con me?

Sul finire dellagosto 2011, da poco tornata dalla GMG, mi sono messa a leggere gli argomenti di discussione sul forum Cattolici Romani. Mi sono concentrata su quello dedicato all’improvvisa guarigione dell’attrice Lucy Hussey-Bergonzi, ma un forumista ha inserito un articolo fuori tema, che parlava proprio di Giulia Gabrieli.
Inizialmente mi sono commossa, sia per la coincidenza della sua fine terrena con quella della Via Crucis a Madrid, sia nel vedere che storie come quelle di cui ho spesso letto, anche abbastanza recenti, continuavano ad accadere. Alle lacrime di commozione sono venute dietro, immediatamente, quelle causate da una sottile invidia. Erano motivate dalla chiusa dell’articolo, dove il giornalista annunciava che il confidente privilegiato della giovanissima defunta – poi avrei scoperto che era lui stesso – aveva riferito il progetto di un libro, scritto da lei per raccontare la sua esperienza, nientemeno che alle edizioni Paoline. Mi sono domandata, nemmeno fossi un avvocato del diavolo (o, più propriamente, un promotore di giustizia), cos’avesse di tanto speciale da aver spinto le Figlie di San Paolo ad accettare la pubblicazione.
Non ho aspettato molto, dato che il testo è apparso sugli scaffali delle librerie esattamente a sei mesi di distanza dalla morte della sua autrice: per parecchio tempo, inoltre, è stato ai primi posti della classifica dei libri religiosi stilata dal sito Rebecca Libri. La superiora delle Paoline di Milano, cui avevo partecipato il mio stupore per la faccenda, me ne regalò una copia: in quel modo, avrei potuto rendermi conto direttamente di quanto potesse valere.
Lo stile, seppur a tratti acerbo, mi ha conquistata nel giro di pochissimo, tanto da portarmi a dimenticare che la scrivente non c’era più: mi ha condotta a ricordarlo lo stesso articolo che aveva contribuito a renderla famosa, posto nelle ultime pagine.
Mentre leggevo, ho scoperto di avere almeno due elementi in comune con Giulia: il desiderio di usare le mie doti di scrittura per il bene del prossimo e un rapporto non esclusivamente miracolistico con i Santi e i Beati. Nel libro ne menziona due, cui anch’io sento di avere particolari legami: sant’Antonio di Padova e la beata Chiara Luce Badano. A loro ha chiesto la guarigione, ma ha ricevuto ben altro: nel primo caso, l’incoraggiamento tramite la mano di un’anziana pellegrina, posata proprio su quella da cui aveva sentito iniziare il tumore, mentre si trovava davanti alla sua urna; nel secondo, un modello nell’accettazione del dolore, per dare ad esso un valore e conformarsi al volere di Dio.
Sentivo, quindi, di dover fare la mia parte perché il messaggio che promanava dalla sua vita potesse arrivare a un numero ancora maggiore di persone. L’occasione mi è venuta dopo che avevo inviato e visto pubblicare due miei brevi contributi sul giornalino Agli amici di Silvio Dissegna, che riporta sempre un articolo biografico su qualche altro giovanissimo testimone della sofferenza santificata. In verità, volevo tentare non un profilo vero e proprio, bensì un parallelismo tra la giovanissima bergamasca e il suo quasi coetaneo, ora Venerabile.
Come di consueto, per non sbagliarmi, ho deciso di contattare i Gabrieli all’indirizzo di posta elettronica presente in quarta di copertina. Con gran gentilezza, mi hanno non solo risposto, ma hanno rettificato alcune mie affermazioni. L’articolo è poi comparso sul numero 65 di gennaio 2013, che si può leggere e scaricare qui.
Nonostante il pessimismo di mia madre, che affermava che dopo un annetto nessuno se ne sarebbe più ricordato, ho riscontrato l’esatto opposto. I genitori continuano infatti a essere invitati a tenere testimonianze pubbliche e sono venuti ospiti due volte, mi par di ricordare, solo su TV 2000. Altri due progetti, che Giulia avrebbe voluto realizzare direttamente, hanno avuto seguito: la “preghiera dei piccoli” al santuario della Madonna dei Campi di Stezzano (un incontro in cui i più giovani pregano per i loro coetanei gravemente malati) e il sostegno alla “scuola in pigiama” da lei stessa frequentata in ospedale.
In fondo, credo proprio che il suo sia il primo caso di testimonianza che, circolando tramite il www perché ha avuto la fortuna di trovare qualcuno disposto a raccontarla, è diventata sempre più nota. Per far sì che a tante altre, incluse quelle cui tengo di più, capitasse qualcosa di simile, ho deciso di aprire questo blog. Non è comunque l’unico frutto derivato dal mio contatto con Giulia: da lei ho pure imparato a chiamare le malattie col loro nome, quando scrivo ma non solo, anche se hanno una denominazione terrificante come “rabdomiosarcoma alveolare”.
La mia vita si è incrociata di nuovo con la sua durante la registrazione di Leggero sorriso di grazia, l’ultimo CD del Gruppo Shekinah. Il luogo scelto è stato il convento dei Cappuccini di Varese, che ci hanno accolti con gran calore, specie il portinaio, fra’ Mauro. Chiacchierando con lui in una delle pause delle registrazioni, mi sono accorta che aveva in portineria l’immagine-ricordo di Giulia, che riproduce la foto in apertura.
Quando gli ho chiesto se l’avesse conosciuta di persona, mi rispose di sì: la sua destinazione precedente, infatti, erano stati gli Ospedali Riuniti di Bergamo, proprio durante una delle degenze. Accanto a me c’era un mio compagno, il quale pareva molto interessato, forse perché è medico: non molto tempo dopo, gli ho passato il libro, sperando che gli facesse piacere.

Ha testimoniato la misericordia perché…

Mi sono portata in vacanza il libro di Giulia per rileggerlo e cavarne fuori l’opera di misericordia che mi sembrava avesse compiuto di più. Il ripasso, passatemi il termine, ha funzionato, permettendomi di riconoscere che lei abbia soprattutto consolato gli afflitti.
I primi, senza dubbio, sono stati i suoi parenti, poi i medici che l’avevano in cura, ai quali, in una scena che sembra venir fuori da una puntata di Braccialetti Rossi – ma era la realtà, non finzione – ha generosamente dato un potentissimo abbraccio proprio quando le hanno annunciato che il tumore aveva avuto una recidiva.

Il suo Vangelo

Il messaggio universale che sento di trarre da quel che ho capito di Giulia è, senza dubbio, quello di una gratitudine sconfinata, rivolta principalmente a Dio, anzi, a Dio Amore. In Lui riconosce un Padre sempre buono e provvidente, che desidera solo il meglio per i suoi figli. Con sorprendente franchezza, ammette di non averla sempre pensata così, anche durante le varie fasi della malattia. Tuttavia, ha sempre trovato un motivo per ringraziare, tanto da aver composto una “coroncina di puro ringraziamento” perché, a suo dire, una forma di preghiera così le sembrava mancare. Forse non considerava che il gesto di culto più grande che i cattolici compiono si chiama proprio “ringraziamento”, Eucaristia.
Ad ogni modo, spinta da quest’amore tanto grande e dalle sue molteplici forme, si è sentita trascinata dal «gancio in mezzo al cielo» cantato da Claudio Baglioni e da Laura Pausini (a proposito: qualcuno avrà mai parlato a questi due cantanti di lei?). Nel suo stile, solo apparentemente ingenuo, spiega così quale sia la sua concezione della paternità divina:
Il problema è che noi sentiamo il Signore così lontano, perché abbiamo in mente solo il «Padre nostro che sei nei cieli». Invece non è così. Dobbiamo pensarlo proprio come un papà, da abbracciare, da stritolare.
A cinque anni dall’inizio della sua vita eterna, la sua vicenda continua a circolare e a lasciare una traccia. Sono a conoscenza di un caso in cui è successo di sicuro: a tempo debito, la racconterò.

Per saperne di più

Giulia Gabrieli, Un gancio in mezzo al cielo, Paoline 2012, pp. 128, € 12,00.
Grazie a Fabio Finazzi, il giornalista de L’Eco di Bergamo che la conosceva, Giulia ha potuto realizzare uno dei suoi mille progetti: il suo libro, adatto a sani e ammalati, credenti e non.

Su Internet
Sito ufficiale dell’Associazione Con Giulia Onlus

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