CineTestimoniando #17: «Il mio nome è Carlo»

 

Fonte

Italia 2026, Giacomo Campiotti, Movie Magic International per Mediaset, 100’


È arrivato il momento di esprimere la mia opinione sul film per la televisione (a rigor di logica, allora, la rubrica dovrebbe avere una derivazione in TeleTestimoniando) su san Carlo Acutis, andato in onda domenica 27 settembre su Canale 5 e campione di ascolti, tanto da essere elogiato pubblicamente perfino dalla conduttrice Antonella Clerici, che lavora per la concorrenza, ma che a questo Santo attribuisce una grazia singolare ottenuta per sua intercessione.

L'ho visto in differita su Mediaset Infinity, chiedendo a mia madre di farmi da supporto morale perché sentivo che non lo avrei apprezzato del tutto. Purtroppo le mie intuizioni iniziali si sono rivelate vere, per le ragioni che ora espongo. 

Farò necessariamente delle anticipazioni sullo svolgimento della trama, ma non prendetemi in giro pensando che, trattandosi di un santo canonizzato, lo spoiler maggiore è che Carlo muore. Avrei voluto inserire delle immagini del film, ma non voglio incorrere in problemi per i diritti d’autore e, a dirla tutta, non ho il tempo di estrarre i fotogrammi che m’interessano.

 

La trama in breve

Carlo Acutis (Samuele Carrino) è un adolescente che vive a Milano: ha tre amici del cuore, Sofia, Alessio e Rick, due genitori affezionati, Andrea (Flavio Parenti) e Antonia (Lucia Mascino), un domestico, Rajesh (Brayan Palliyagoda) che è diventato anche lui suo amico.

La sua storia, però, comincia molto tempo prima, da quando, a cinque anni, inizia a tempestare il domestico, appena assunto dai genitori, di domande che vanno oltre le classiche curiosità dei bambini. Trova poi una singolare attrattiva verso la chiesa che è di fronte alla sua scuola: con l’aiuto del suo parroco (Maurizio Donadoni), impara a conoscere Gesù e a considerarlo il suo migliore amico.

Nel 2002, undicenne, Carlo inizia a relazionarsi con i compagni delle scuole medie, difendendo Rick dal bullismo di Alessio e facendo in modo che tra di loro nasca un’amicizia. Nell’oratorio della sua parrocchia è incaricato dal parroco di fare il catechista, nonostante sia ancora così piccolo. Cresce in lui l’attenzione ai poveri, anzi, a un povero in particolare (Paolo Rozzi), che trova spesso fuori dalla chiesa che frequenta.

Nel 2005, da alunno del liceo, attira l’interesse di Sofia, che lo coinvolge ad accettare il suo invito a una “buona azione”, che si rivela essere una festa di compleanno, a cui Carlo partecipa, ma si sente spaesato. Per i compagni e anche per gli stessi genitori, infatti, a volte sembra un alieno, fuori dall’epoca in cui vive, tanto che usa le nuove tecnologie non per farsi amici virtuali, ma per realizzare una mostra sui Miracoli Eucaristici.

Carlo, però, sente di non avere tutta la vita davanti: di lì a poco, ammalatosi di una forma fulminante di leucemia, accetta con serenità la morte. Al suo funerale tutti, amici e conoscenti, si ritrovano per riconoscere il dono che ha rappresentato per loro.

 

Considerazioni di stile

Riguardo alla confezione del film, non ho quasi nulla da eccepire: i mezzi professionali si vedono e gli attori sono quasi tutti all’altezza dei rispettivi ruoli. Plaudo soprattutto alla recitazione di Lucia Mascino, che riflette efficacemente il turbamento di mamma Antonia di fronte allo sviluppo umano e spirituale di suo figlio ed è affiancata da papà Andrea, preoccupato quanto lei, a quella dell’interprete di Rajesh, a tratti giocherellone (chissà perché, il suo nome viene a volte pronunciato con l’accento sulla “a” e a volte sulla “e”), e a quello di Alessio adolescente, che alleggerisce spesso le scene in cui compare.

I tre attori chiamati a incarnare altrettanti volti di Carlo gli danno accenti diversi a seconda dell’età: quello bambino è a tratti inquietante per certe sue espressioni facciali e verbali, quello di mezzo ha un sorriso luminoso e intenerisce per l’ingenuità con cui cerca di persuadere i bambini del catechismo circa i Miracoli Eucaristici, mentre quello adolescente è a tratti tormentato e ombroso. I due primi hanno poi una parrucca che a tratti li fa sembrare ridicoli, mentre il terzo ha un lieve accento per nulla milanese: nella realtà, invece, Carlo aveva la erre moscia, anche se non marcatissima.

Quanto ai luoghi scelti, in molti casi sono quelli dove lui è davvero passato: l’Istituto Tommaseo delle Suore Marcelline, la piazza antistante (dove sembra che sia sempre primavera, con le magnifiche magnolie del parco completamente in fiore perfino nella scena del funerale, che invece si è svolto a ottobre), la chiesa di Santa Maria Segreta, l’Istituto Leone XIII; si vede anche l’esterno della basilica di Sant’Eustorgio. Non ho idea, invece, se il chiostro e le aule del catechismo appartengano effettivamente all’oratorio che è stato da poco dedicato a lui; invece l’ospedale Galeazzi fa le veci del San Gerardo di Monza, a quanto ho capito.

Essendo io milanese, però, ho riscontrato non poche sviste. Anzitutto, nel montaggio che fa capire che l’azione si svolge a Milano, s’intravvedono dei passanti nella Linea M4, detta anche la Blu, della Metropolitana Milanese, inaugurata due anni fa. Ai tempi di Carlo, invece, c’erano solo tre linee della metropolitana, di cui una, la M1 o la Rossa, ha una fermata, quella di Conciliazione, letteralmente dietro Santa Maria Segreta (si vociferava, tempo fa, di dedicarla a lui, ma la cosa non ha più avuto seguito). La Linea Blu, precisamente la fermata di Missori M4, s’intravvede di nuovo più avanti,  quando Carlo arriva alla festa a cui è stato invitato da Sofia.

Quando lui e amici girano il filmato sul volontariato, invece, è stata scelta come sfondo la basilica di San Lorenzo Maggiore, con le famosissime colonne. Tuttavia, il palazzo che sorge lì di fronte è stato restaurato appena un anno fa, periodo nel quale sono iniziati anche i lavori di restauro della facciata della basilica.

Ho poi riscontrato un’inesattezza nell’abito delle suore della scuola: si tratta, nella realtà, delle Suore Marcelline, che neanche nei tardi anni ’90 vestivano così, ma già in modo simile a come usano oggi. Sempre in ambito ecclesiale, non ho ravvisato errori liturgici, tranne forse nella scena del Battesimo di Rajesh, nel quale lui indossa da subito la veste bianca, e sicuramente nella scena in cui il parroco prende, da dietro il Tabernacolo, l’Ostensorio (è di tipo ambrosiano, ossia a torre: è una finezza che ho apprezzato) con l’Ostia consacrata dentro, senza indossare né camice né stola, e la fa baciare dal piccolo Carlo come se fosse una reliquia.

Mi ha fatto invece storcere il naso vedere palesemente realizzata con l’Intelligenza Artificiale la sequenza del cartone animato sulla vita di Gesù in DVD (i primi dispositivi di quel genere in Italia sono comparsi più o meno in quell’epoca, quindi non mi pare scorretto) che Carlo piccolo fa comprare a Rajesh; evidentemente dev’essere costato già tanto acquistare i diritti di Nostra Signora di Fatima, che Carlo undicenne vede nella scena in cui l’amico-domestico deve temporaneamente tornare in patria.

Avrei aggiunto un’altra scena “televisiva” e attestata nelle biografie: quella in cui Carlo adolescente segue la diretta della veglia della GMG di Colonia e rimane affascinato dal silenzio dei giovani durante l’Adorazione Eucaristica (posso ben dirlo, dato che io c’ero e, per poco, non ci ho rimesso la pelle). Per renderlo ancora più ravvicinabile, avrei inserito almeno uno dei suoi quattro cani, anche se il vecchio adagio di Hollywood impone di andar piano nel lavorare con bambini e animali.

Infine, il parallelismo, a livello d’inquadrature, della bara che entra in chiesa per il funerale con quella in cui lui varca per la prima volta, da vivo, quella medesima porta, mi sarebbe sembrato un ottimo finale, senza insistere con l’anima di Carlo, tornato bambino, che attraversa la navata sotto lo sguardo commosso di tutti i presenti.

 

Considerazioni di fede

Anche in questo caso, ho considerazioni positive miste ad altre di caratura più critica. Di positivo ho riscontrato la crescita nella fede di Carlo, che dalla statua del Sacro Cuore presente in chiesa (in quella vera non c’è, ma la sua reliquia insigne donata alla parrocchia si trova all’altare dedicato proprio al Sacro Cuore, dove però è presente un quadro) e, in forma più piccola, nell’alloggio dei portinai amici di Rajesh, passa a riconoscere Gesù come realmente presente nell’Eucaristia con l’aiuto del suo parroco, che nella vita reale era don Gianfranco Poma.

Altrettanto ho apprezzato le scene in cui il protagonista si ferma in chiesa a pregare, come anche quella ambientata all’Eremo delle Carceri di Assisi, dove si capisce chiaramente che Carlo mette in pratica quanto aveva consigliato poco prima a Sofia, ossia di preoccuparsi della bellezza della propria anima.

Le scene con i portinai e quelle della realizzazione del corto sul volontariato (che davvero ci fu) contribuiscono a renderlo un po’ più vicino e anche simpatico. Più in generale, sembra che chiunque abbia a che fare con lui ne esca cambiato: Rajesh abbandona i suoi sogni di ricchezza, Alessio non è più bullo, Rick lega con lui grazie al comune amore per gli animali, Sofia resta un po’ vanesia ma capisce che deve cercare un amore meno superficiale, gli atleti con disabilità si prestano volentieri per il suo cortometraggio.

Mi hanno invece spazientita gli insistenti e inventati momenti di estasi del bambino e del ragazzo: quando entra, sembra per la prima volta, in chiesa e per poco non viene investito da un’auto; quando intuisce che il nonno di Roma è morto e, poco dopo, riferisce alla mamma che gli ha detto che sta bene, ma bisogna pregare per lui; soprattutto, però, la sequenza in cui sta versando delle patatine per Rick e Lorenzo, diventati amici, ma si ferma di botto, guarda in alto, sorride e corre ad aiutare il suo amico povero (almeno, sulla via del ritorno, si ferma a comprare dei pasticcini per i suoi compagni).

Riguardo a quest’ultimo (sembra che a Milano ci sia un solo senzatetto, ossia lui), inizialmente sembra Gesù sotto mentite spoglie, tanto più che, nel secondo incontro che Carlo ha con lui, dichiara: «Sono io», come Gesù nella scena del cartone fatto con l’IA, peraltro riferita a un miracolo (mi sarei aspettata, invece, l’Ultima Cena), ma poi il concetto viene lasciato cadere.

Altrettanto fittizia è la parte con Sofia: credo che sia stata inserita per ribattere a quelle critiche, mosse all’epoca della beatificazione, secondo le quali Carlo non era normale perché non pensava al sesso come gran parte dei suoi coetanei.

Nella scena della festa – in cui viene citata la sua abusatissima frase, che poi sua non è, sul voler essere originale e non fotocopia – e in quella del colloquio notturno con la madre, infatti, il suo turbamento è palese, ma viene placato dal commento di Antonia, che gli ricorda come scegliere l’amicizia con Gesù lo ha reso sì diverso dagli altri, ma gli ha lasciato la consapevolezza di non essere mai solo. Ammetto che quella è stata l’unica scena in cui mi sono un po’ commossa, anzi, mi sono quasi identificata in lui.

Un altro elemento soprannaturale inserito a forza nella trama è la comparsa di un agnellino quando Carlo s’inoltra nel bosco, lasciando i tre amici, e quando visita l’Eremo delle Carceri e si sdraia accanto a una statua di san Francesco d’Assisi. Se proprio dovevano farlo apparire, bastava inserirlo in un episodio riportato nelle biografie, che risale però al viaggio verso il luogo della Prima Comunione.

Proprio la vita eucaristica di Carlo, a mio parere, risulta non sottolineata a sufficienza, a cominciare dal fatto che non viene mostrata la sua Prima Comunione. Peraltro, non corrisponde neanche alla realtà dei fatti che don Gianfranco lo avesse incoraggiato ad aspettare: è arrivato come parroco nell’autunno del 2000, quando Carlo l’aveva già ricevuta.

È vero, il ragazzo abitava letteralmente a un passo dalla chiesa più vicina, che era la sua parrocchia, ma sarebbe stato lodevole presentare molte scene in cui non solo fa l’Adorazione Eucaristica (sarebbe meglio dire la visita al Santissimo Sacramento, se non è esposto), ma partecipa anche alla Messa feriale e riceve la Comunione.

L’unica volta in cui si vede che si comunica è sul letto di morte, per mano del parroco; qui ammetto che dovrei controllare, ma non credo proprio che, dopo il ricovero al San Gerardo di Monza, l’Unzione degli Infermi e la Comunione in forma di Viatico gli siano state amministrate da don Gianfranco.

La straziante scena del commiato dalla madre, anticipata da due affermazioni effettivamente pronunciate da lui, stando alla testimonianza di Antonia medesima (contenuta anche nel libro Il segreto di mio figlio, che recensivo qui e che, sagacemente, è stato riproposto con una fascetta che lo presenta come il libro che ha ispirato il film), ossia: «Io da qui non esco vivo» e: «Dio mi sta dando una sveglia!», non mi sembra andata come nella realtà. La frase: «Non devi aver paura, perché io non ne ho; io sono felice» non è proprio la stessa cosa di «Muoio felice perché non ho sprecato il mio tempo in cose che non piacciono a Dio»; è più simile al «Sii felice, perché io lo sono» della Beata Chiara Badano.

Un altro particolare che mi è suonato strano è che i nomi di Gesù e di Dio non sono quasi mai in bocca a Carlo: quando mostra l’album degli animali a Rick, non parla di Dio come Creatore, ma lo lascia intendere; quanto a Gesù, lo fa nominare dai piccoli del catechismo, ma dopo quasi un’ora e venti di film lo menziona esplicitamente. Perfino la decisione di Rajesh di diventare cristiano è una comunicazione che riceve all’orecchio, sottovoce.

In ogni caso, sembrerebbe proprio che l’affermazione del piccolo Carlo del film al parroco, ossia che l’avrebbe aiutato a riempire la chiesa, si sia estesa a livello mondiale, come dimostrano gli innumerevoli luoghi dove lui è venerato con immagini e/o reliquie, i gruppi giovanili che lo prendono a modello, le vite cambiate, da vent’anni in qua, dall’incontro col suo esempio.

 

Consigliato a…

I destinatari principali sono sicuramente le persone incuriosite dalla storia di san Carlo, conosciuta magari dopo la risonanza mediatica seguita alla canonizzazione. Anche chi ne conosce, è proprio il caso di dirlo, vita, morte e miracoli, troverà sicuramente degli spunti su cui non ha mai riflettuto, a meno che, come invece è successo a me, non si soffermi troppo sui dettagli sbagliati.


Giudizio finale



Gli avrei dato anche mezzo punto in più, ma gli errori nei luoghi, più l’insistenza sulle estasi e l’inserzione di personaggi inventati, a scapito dell’esclusione di episodi e persone che hanno fatto davvero parte della sua vita, mi portano a questa valutazione.



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