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mercoledì 13 aprile 2016

Sto con la mia gente - Il martirio di un sacerdote: don Jerzy Popiełuszko (Cammini di santità # 2)




Don Jerzy durante la Messa per la Patria
del 31 ottobre 1982
(fonte: Ewa K. Czaczkowska e Tomasz Wiścicki,
Don Jerzy Popiełuszko, Mimep-Docete 2010,
pp. 512, qui 239)
In realtà, questo sarebbe il terzo degli articoli che mi sono stati chiesti per la collaborazione alla rivista Sacro Cuore dei Salesiani di Bologna. Visto però che il permesso per la ripresa del secondo, uscito a marzo, non mi è ancora stato concesso e che ci stiamo avvicinando sempre più alla GMG di Cracovia, ho deciso di presentare il personaggio di cui ho parlato nel numero di questo mese. Il titolo principale e quelli dei paragrafi, come l’altra volta, sono redazionali.

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È il 31 ottobre 1982. La chiesa di san Stanislao Kostka, nel quartiere di Żoliborz a Varsavia, è affollata in ogni angolo. Alla destra dell’altare è esposto uno stendardo che rappresenta un uomo con gli occhiali, identificato da un triangolo rosso e dal numero 16670, è in piedi davanti al filo spinato. All’ambone, un giovane sacerdote pronuncia la sua omelia: «Per restare liberi nello spirito, si deve vivere nella verità. Vivere nella verità significa testimoniarla, riconoscerla e richiederla in ogni situazione». Il prigioniero raffigurato è san Massimiliano Maria Kolbe, martirizzato il 14 agosto 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz; il sacerdote, don Jerzy Popiełuszko. Ad accomunarli, non solo l’ordinazione sacerdotale ricevuta, ma un cammino che li condusse al martirio. Durante i suoi ultimi anni di vita, don Jerzy giunse infatti a una tale maturazione di fede e di unione con Cristo, tanto da poter dire: «Sono sicuro che tutto quello che faccio è giusto. Perciò sono pronto a tutto».

Un fiore nel deserto del Comunismo

Okopy, nell’est della Polonia, è il piccolo paese che gli ha dato i natali, il 14 settembre 1947. I genitori, Marianna e Władysław Popiełuszko, contadini, gli hanno imposto il nome di Alfons, in onore di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Alek, come viene presto soprannominato, trascorre l’infanzia aiutando i familiari nel lavoro dei campi e matura un carattere attento e riflessivo. Ogni mattina serve la Messa come chierichetto nella parrocchia dei SS. Pietro e Paolo a Suchowola, dove frequenta anche le scuole elementari. Il 3 giugno 1956 riceve la Prima Comunione e, quattordici giorni dopo, la Cresima.
Terminate le scuole superiori nel 1965, annuncia ai suoi di voler entrare nel seminario di Varsavia, non in quello della più vicina Białystok, probabilmente perché affascinato dalla figura del cardinal Stefan Wyszyński, Primate della Polonia. Il 16 ottobre 1966 veste la talare insieme ai compagni, ma l’indossa per meno di dieci giorni: il 25 ottobre è costretto a partire per il servizio militare nell’unità di Bartoszyce, riservata ai soli seminaristi allo scopo di farli desistere dalla loro vocazione. La Polonia, infatti, è governata da un regime comunista dal termine della seconda guerra mondiale.
Alek, nonostante i soprusi e le violazioni dei suoi diritti, non cede, anzi, prosegue clandestinamente la sua formazione. Alla fine dell’ottobre 1968, viene congedato e torna a casa, ma è molto malato: in seguito gli verrà diagnosticato il morbo di Addison, l’anemia perniciosa. Durante il quinto anno degli studi teologici, cambia anche civilmente il nome in Jerzy (Giorgio in italiano) perché “alfons”, nel dialetto di Varsavia, ha un significato negativo.
Finalmente, il 28 maggio 1972, Jerzy Popiełuszko diventa sacerdote. Dopo i primi incarichi come vicario parrocchiale, si stabilisce nella chiesa universitaria di Sant’Anna e continua il suo servizio come pastore del personale sanitario. Anche a causa del suo stato di salute, viene infine inviato, nel 1980, alla parrocchia di san Stanislao Kostka, come residente senza incarichi pastorali.

Solidarność

Il 14 agosto dello stesso anno, in risposta all’aumento del prezzo dei viveri deciso dalle autorità, gli operai dei cantieri navali di Danzica entrano in sciopero. La protesta arriva anche a Varsavia, dove i lavoratori dello stabilimento di Huta Warszawa decidono per l’occupazione, ma il 31 agosto, desiderando partecipare alla Messa, mandano a cercare un sacerdote. Don Jerzy accetta l’invito: in seguito diventa il cappellano degli operai e del loro sindacato, Solidarność.
Il 13 dicembre 1981 il generale Jaruzelski impone la legge marziale. La risposta di don Jerzy non tarda a venire: dal 1982 al ‘84, l’ultima domenica di ogni mese, celebra in parrocchia le cosiddette “Messe per la Patria”, con la partecipazione di operai, gente semplice, ma anche attori, poeti e artisti. Il suo scopo principale è, per riprendere le parole di san Paolo, vincere il male col bene.

Sacerdote al servizio della verità

Le sue omelie, in fondo, sono semplici meditazioni sul mistero di Cristo e sulla verità che è Cristo. Eppure, questo ha impaurito il potere fino al punto di arrivare a concepire il massacro di questo giovane sacerdote.
Durante l’ultima Messa, nell’omelia pronuncia un forte richiamo alla dignità e il richiamo al fatto che non è possibile vivere nella dignità se non si afferma il bene anche contro il male che è “imperante”: «Bisogna vivere con dignità la vita». E questa lotta nell’affermazione del bene che vince il male dev’essere fatta nell’amore. Questa era la sua persona: lui non era un rivoluzionario, uno che andava “contro” qualcuno, era uno che affermava la verità.
Le autorità, intanto, lo spiano, lo pedinano e lo minacciano di morte finché, il 19 ottobre 1984, non viene rapito da alcuni agenti del Ministero dell’Interno. Il suo corpo, legato e torturato, viene trovato una decina di giorni dopo, nelle acque del fiume Vistola.

La missione del prete: stare sempre insieme alla propria gente

Giustamente don Jerzy è famoso per il suo impegno a fianco degli operai e per le sue omelie mai violente nei toni, ma sempre improntate alla pacificazione e alla solidarietà. La sua coerenza interiore è però frutto di un cammino lungo, cominciato nell’infanzia, che ha avuto culmine durante gli anni del servizio militare dove era preso di mira dai superiori, ricevendo più punizioni di tutti. Appena possibile, però, cercava di pregare insieme ai compagni, guidandoli nella recita del Rosario ad alta voce. Un giorno, uno dei militari voleva obbligarlo a togliersi dal dito l’anello-decina che portava, ma lui replicò: «Se lei ha la fede al dito e questo non le dà fastidio, a me non dà fastidio il Rosario».
Fedele all’impegno preso il giorno dell’ordinazione, fu davvero vicino ai giovani, alle infermiere e agli operai, convinto che la missione di un prete sia davvero stare sempre insieme alle persone che Dio gli affida. Ogni tanto si concedeva qualche tempo di ritiro, specie quando le persecuzioni si fecero più intense. In generale, i suoi amici ricordano anche i momenti più lieti trascorsi con lui o la sua curiosità per quanto veniva dall’Occidente europeo e dagli Stati Uniti.
La Chiesa ha ufficialmente riconosciuto don Jerzy Popiełuszko come martire, beatificandolo il 6 giugno 2010. Allora come ora, la sua voce si eleva come quella di un vero intercessore per chi è minacciato nella fede e nei diritti davvero fondamentali: «Preghiamo – disse mentre guidava il Rosario nel corso della sua ultima uscita pubblica, poco prima di essere rapito e ucciso – perché siamo liberi dalla paura, dall’intimorimento, ma prima di tutto dalla brama di ritorsione e di violenza».

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore» 3 (aprile 2016), pp. 16-17 (sfogliabile qui)

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Oltre al libro da cui ho preso la fotografia d’apertura e ad altri volumi, ho tenuto buona come fonte il documentario che vi presento adesso, tratto dalla serie I militi ignoti della fede di TV 2000. Un po’ lungo, ma utilissimo per capire il contesto e l’eredità di don Jerzy.

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