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martedì 26 aprile 2016

Andrew Robinson: alla sera il pianto, al mattino la gioia


Per gentile concessione di Maria,
 sorella di Andrew Robinson

Chi è?

Figlio maggiore di Clive Robinson e Stella Horton, fratello di Maria e Richard, Andrew Clive Robinson nacque il 23 giugno 1969. Lasciandosi alle spalle una brillante carriera come geometra, nel 1996 entrò nel Seminario della diocesi di Birmingham, St. Mary’s College - Oscott.
Quattro anni dopo, il 19 luglio 2000, gli venne diagnosticato un tumore al colon. Con il sostegno dei parrocchiani della chiesa di St. Hugh of Lincoln a Kidlington, dove aveva prestato tirocinio pastorale, fu pellegrino a San Giovanni Rotondo, per affidarsi all’intercessione di san Pio da Pietrelcina, e a Monte Sant’Angelo.
Tornato a casa, a Coventry, sperimentò una volta di più la misericordia di Dio tramite la preghiera dei suoi amici, comparrocchiani e conoscenti. L’arcivescovo di Birmingham, monsignor Richard Nichols (ora cardinale e arcivescovo di Westminster), che gli aveva dato il compito di tenere un diario sulla sua malattia, gli prospettò la possibilità di essere ordinato con dispensa speciale, ma ciò non avvenne: Andrew, che era ricoverato in ospedale, venne riportato a casa per trascorrervi i suoi ultimi istanti. Circondato dai suoi cari, morì serenamente il 27 aprile 2001, a 31 anni.

Cosa c’entra con me?

Penso che non avrei mai saputo di Andrew se nel 2011 non mi fossi decisa ad acquistare, dopo lunghi ripensamenti, Preparami la colazione, biografia della giovane Lucia Roncareggi, scritta dal giornalista Giorgio Bernardelli. Come mi accade spesso, ho dato una prima sfogliata al libro, con uno sguardo alle ultime pagine: proprio lì ho trovato la menzione del suo caso. Quando sono arrivata a leggere che si trattava di un seminarista e che era morto a poco tempo di distanza da Lucia, ho esclamato interiormente: «Oh no, eccone un altro!». Chi legge periodicamente i miei articoli sa, infatti, che i seminaristi e giovani sacerdoti sono la categoria di testimoni che prediligo. Ciò non vuol dire che io sia uno sciacallo: quando vengo a sapere che devo aggiungere un nome alla lista che sto compilando, provo un gran dispiacere anzitutto per la famiglia del giovane in questione, poi per quanti l’hanno conosciuto.
Ho provato a fare le mie ricerche sul web, ma in maniera non troppo approfondita: ho trovato sì e no le pagine dove si menzionava il diario che il suo arcivescovo gli aveva detto di compilare, dato alle stampe due anni dopo la sua morte; ad esempio, questa. Avrei voluto comprarlo, ma non sono granché pratica di e-commerce. Ho provato alla Libreria San Paolo, dove avevo ordinato altri testi in lingua originale, ma nessun risultato (strano, per essere un testo in lingua inglese). Dopo aver girato non so più quante librerie, anche non specializzate, ho gettato la spugna.
Quando però mi sono resa conto che così avrei dato retta alla mia vocina del cervello, quella che preferirebbe che io mi dedicassi a tutt’altre materie, ho deciso di riprendere le ricerche, andando direttamente alla fonte, ossia rivolgendomi a Bernardelli, anche per dedicare un post a Lucia e ottenere il consenso previo da parte dei genitori di lei.
Ho trovato la mail del giornalista su un numero di Mondo e Missione, il mensile cui collabora, e gli ho scritto nel giro di pochissimo. Non altrettanto celere è stata la sua risposta, ma capisco il perché: uno specialista in stampa missionaria non dovrebbe dare ascolto alle farneticazioni di una fissata coi seminaristi deceduti. Mi sono procurata il numero della redazione e, con l’aiuto di un altro collaboratore, ho sollecitato la risposta.
Rimando il racconto di come sia riuscita a parlare con la madre di Lucia a quando mi metterò d’impegno a scrivere di lei. Quanto ad Andrew, il giornalista si è detto ben lieto di prestarmi la sua copia di Tears at night, joy at dawn, il diario del giovane, che porta il poco incoraggiante sottotitolo – per la gente comune, ma non per me – The journal of a dying seminarian (Il diario di un seminarista moribondo).
Ho atteso un altro pochino, ma venerdì 28 febbraio 2014 ero al Centro Missionario di via Mosè Bianchi per ritirare il pacchetto che Bernardelli mi aveva lasciato in portineria. Ne ho approfittato per mettere alla prova la pazienza di padre Piero Gheddo, incontrato provvidenzialmente nella cappella di comunità dov’ero entrata per sbaglio, e rimpinguare la mia collezione di santini con quelli dei Santi, Beati e candidati all’altare del PIME.
Non ho atteso di tornare a casa per iniziare a leggere il diario di Andrew: appena mi sono accomodata sul tram che mi riportava indietro, l’ho estratto dalla busta. Lo stile con cui lui racconta le sue disavventure ospedaliere, ma anche l’affetto della famiglia (più vasta di quella di sangue) che lo circondava, mi ha fatto sorridere. In alcuni punti, al sorriso è subentrata la commozione nel trovarmi di fronte a preghiere accorate che, per certi versi, mi ricordavano gli scritti di altri giovani scomparsi prima dell’ordinazione. Ricordandomi però che dovevo stare attenta al caso che avevo di fronte, mi sono soffermata sugli spunti di riflessione che mi forniva.
Avevo già leggiucchiato, nelle mie ricerche, che Andrew si recò a San Giovanni Rotondo, ma non immaginavo che avesse una devozione tanto forte per Padre Pio, che definisce nel libro «un mio vero eroe» (a true hero of mine). Non su pretese miracolistiche era basato il suo sentimento, bensì sul desiderio di voler imparare, come lui, ad amare sotto la croce e su di essa. Non sono mai stata in quel paese fortunato, ma le parole che avevo sotto gli occhi avevano l’effetto di portarmici in spirito, anche se dal 2001 sono cambiate molte cose. Da allora, quando mi capita di seguire il Rosario in diretta su Padre Pio TV, dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo, non manco di ricordarlo.
In comune con me, poi, aveva la devozione a sant’Antonio di Padova, del quale, se ho ben capito, portava il nome dalla Cresima, in base all’usanza del confirmation name, con la quale il cresimando aggiunge, a quello che già porta, il nome di un Santo come patrono speciale. Lui aveva già sant’Andrea, però a volte i nomi angloamericani non hanno corrispondenza sul calendario.
Un paio di mesi fa, per programmare i prossimi post, avevo stilato un elenco di personaggi di cui trattare in vista di anniversari significativi su un foglietto volante, che ho finito col perdere per casa. Lo scorso martedì, mentre ripulivo una delle mie chiavette USB, ho trovato la bozza di questo articolo e, rileggendolo, mi è tornato alla mente che era vicino il quindicesimo anniversario della scomparsa di Andrew. Ho quindi ripreso le mie ricerche in maniera più approfondita, riuscendo a trovare perfino i contatti di sua sorella Maria, impegnata nella Pastorale giovanile della diocesi di Birmingham.
Senza perdere altro tempo, le ho scritto per riferirle quello che avevo provato accostandomi alla storia di suo fratello. La mia delusione è stata parziale: mi è arrivata una e-mail precompilata, che affermava che lei era fuori ufficio fino al 25 aprile. Mentre mi disponevo ad aspettare, la mattina dopo ho ricevuto la risposta: Maria mi ringraziava perché le avevo raccontato come la storia di Andy – ha usato il diminutivo in segno d’affetto – ha colpito la mia vita.

Ha testimoniato la misericordia perché...

Nel suo diario, Andrew riconosce che senza la misericordia di Dio, che ha atteso oltre dieci anni la sua risposta, non sarebbe arrivato a dirgli di sì, lasciando le sicurezze del lavoro e di una fidanzata. Questo sconfinato amore gli si è manifestato nell’affetto dei familiari, di quello degli amici e delle persone che, dopo averlo incontrato nella parrocchia dove prestava servizio, decisero di raccogliere dei soldi per lui, che decise di usarli per andare a San Giovanni Rotondo.
Penso quindi che l’opera di misericordia che gli si possa associare sia quella che suggerisce di alloggiare i pellegrini, anche se, a ben vedere, lui era dalla parte di chi riceve, non di chi fornisce l’alloggio. In ogni caso, nella risposta al messaggio che mi ha mandato sua sorella, le ho chiesto quale sia l’opera che lui ha vissuto più direttamente: se me lo dirà, lo riporterò.

Il suo Vangelo

Sono del parere che il messaggio universale di Andrew possa essere riassunto nel titolo che è stato dato al suo diario e che io, in un guizzo di originalità, ho dato a quest’articolo. È tratto, come si può immaginare, dal Salmo 29 (30), che la Liturgia delle Ore fa pregare ai Vespri del giovedì della prima settimana. Gli era particolarmente caro, tanto da riprenderlo spesso nei suoi appelli al Signore, da cui cercava sì la guarigione fisica, ma progressvamente comprese che dovesse essere più necessaria quella dello spirito.
Così, ad esempio, annotava il 28 gennaio 2001:
“Signore, mio Dio, a te ho gridato e mi hai guarito”. [versetto 3 del Salmo 29, nota mia]
Confido e spero in te, mio Dio. Prego, Signore, che tu verrai in mio aiuto, che mi guarirai, che io possa conoscere la vera felicità e gioia con te ed essere in perfetta armonia col tuo amore. Guariscimi, Signore, guariscimi! Che io possa, in unione con gli angeli e i santi, riconoscere e lodare il tuo amore per sempre. Fa’ scendere anche il tuo amore sui tuoi figli. Signore, fa’ che possiamo cantare insieme il tuo amore per noi, ora e per sempre. Amen.
Nella sua città e nella sua parrocchia è ancora molto vivo il suo ricordo, dato che è stato fondato l’Andrew Robinson Young People’s Trust, per sostenere l’educazione della gioventù. Mi auguro che quanto ho scritto contribuisca a renderlo noto in Italia, dove ha per poco tempo soggiornato per accrescere la sua conoscenza della sofferenza da santificare, alla scuola del Santo di Pietrelcina.

Per saperne di più

Andrew Robinson, Tears at night, joy at dawn – The journal of a dying seminarian, Alive Publishing 2010, £9.99
La più recente edizione del diario di Andrew, arricchita, rispetto alla prima che risale al 2003, di un CD con un audio-messaggio del cardinal Nichols, di una registrazione con la voce del seminarista e di un’esecuzione del Salmo 29 da parte della corale della sua parrocchia di origine, St. Thomas More a Coventry.
Si può acquistare sul sito della casa editrice oppure su quello della diocesi di Birmingham.

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