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martedì 9 ottobre 2018

Sulla scia di... don Vincenzo Romano e Nunzio Sulprizio


Edicola votiva in piazza Santa Croce a Torre del Greco 
Tra meno di una settimana si svolgeranno, a Roma, le canonizzazioni di sette Beati. Mi ero già espressa sulla questione, sperando che quelli meno noti lo diventino di più, per essere elevati al massimo onore degli altari insieme a papa Paolo VI e a monsignor Oscar Arnulfo Romero.
Due di essi sono collegati alle terre napoletane: sono don Vincenzo Romano, parroco per oltre trent’anni di Santa Croce a Torre del Greco, e Nunzio Sulprizio, un giovane che si trovò a Napoli per ragioni di salute, ma era abruzzese di nascita.
Durante le mie ultime vacanze estive, ho pensato di andare a trovarli, proprio come spesso faccio coi miei parenti al Sud. Se da Nunzio avevo fatto una breve visita il 17 agosto 2017, da don Vincenzo non ero mai stata. Così, per una volta, ho saltato una mattina in spiaggia e, accompagnata da mia madre, mi sono diretta a Torre del Greco. Dal secondo prossimo Santo, invece, sono tornata un giorno prima di ripartire per Milano.
Dimenticavo: tutte le foto del post sono opera mia. 

Mercoledì 29 agosto
Ore 10.45: Lungo i vicoli di Torre del Greco

Torre del Greco è comodamente raggiungibile da Portici, il luogo delle mie vacanze, sia con la Circumvesuviana, sia con i treni delle Ferrovie dello Stato. Io e mia madre abbiamo scelto il secondo mezzo, così lei si sarebbe affaticata di meno. Certo, avrei potuto muovermi da sola, ma non volevo far preoccupare né lei, che però è abituata ai miei spostamenti quando sono a casa, né i parenti che ci ospitavano.
Dopo neanche tre minuti di viaggio, siamo arrivate a destinazione. Per raggiungere Santa Croce ci siamo fatte aiutare un po’ dal navigatore del mio cellulare, un po’ dalle indicazioni fornite dalla gente del posto e, in misura minore, dai ricordi di gioventù di mia madre.
Ci siamo quindi incamminate per un vicolo non troppo stretto, ma in notevole pendenza. Mentre camminavo, mi chiedevo quante volte don Vincenzo avesse percorso quelle stesse strade cercando i suoi parrocchiani, consolando madri e mogli dei marinai oppure invitando, con la “sciabica” (il suo particolare stile di predicazione), a partecipare alla Messa.
Al termine dell’ultimo tratto, ci siamo trovate davanti la bianca facciata di Santa Croce e il campanile, che è l’unico elemento superstite della vecchia chiesa, distrutta dall’eruzione del 1794. Non erano previste funzioni a quell’ora, così abbiamo semplicemente girato per le navate; dopo aver salutato Gesù nel Tabernacolo, ovviamente.

Ore 10.49: don Vincenzo benedice la sua città


L’urna con i resti mortali del “parroco santo” di Torre (a breve senza virgolette!) si trovava nel transetto sinistro, ai piedi dell’altare del Sacro Cuore. Mi sono inginocchiata e ho pregato per tutti i sacerdoti napoletani che conosco, specie per il parroco della mia parrocchia delle vacanze. Don Vincenzo, infatti, è il patrono di tutti i sacerdoti delle diocesi campane, non solo di quelli che sono parroci.
Ora che ci penso, credo che sia il secondo parroco del clero secolare che viene dichiarato Santo, e il primo in Italia, che nel coro della propria vita non ha fondato congregazioni religiose. San Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d’Ars, ha istituito alcuni organismi in parrocchia, ma non ha mai raggruppato ragazze e donne desiderose di consacrarsi a Dio, come invece accadde, per parlare di due personaggi di cui ho scritto qui, a san Vincenzo Grossi o al Beato Giustino Maria Russolillo, parroci anche loro.
Mentre visitavo la chiesa, ho scorto un giovane operaio che ritinteggiava le pareti di una cappella. Mi ha fatto pensare che Torre del Greco stesse cercando di prepararsi al meglio alla canonizzazione, mostrando il suo volto positivo, anche se segnato da eventi tristi, non ultima la morte di quattro suoi giovani nel crollo del ponte Morandi a Genova. Don Vincenzo, per quel che so, si è impegnato a fondo perché nella sua parrocchia non ci fossero ingiustizie, ma anche perché i fedeli comprendessero i riti della Messa: le due cose non si escludevano.

Ore 11.05: Dueddue santini, per favore

Compiuti i miei atti di devozione, ho chiesto a mia madre di aspettarmi nella navata centrale, poi mi sono spostata in sacrestia per procurarmi qualche immaginetta, sia per la mia collezione, sia per contribuire a far conoscere don Vincenzo anche dalle mie parti (dico sempre così, ma spesso trovo difficoltà a lasciare santini nelle chiese: ho paura, infatti, che vadano buttati via).
Speravo anche d’incrociare don Giosuè, l’attuale parroco di Santa Croce: volevo ringraziarlo per l’aiuto che mi ha fornito nel rivedere il profilo biografico di don Vincenzo per santiebeati.it. Un giovane volontario molto gentile mi ha risposto che non c’era, ma che gli avrebbe fatto avere i miei saluti. Per immaginette e affini, invece, avrei dovuto rivolgermi a un tal Gerardo, che è arrivato subito dopo.
Consapevole che presto sarebbero stati stampati dei nuovi ricordini con la qualifica di “santo”, ne avevo chiesti non più di due o tre: quando, a Dio piacendo, tornerò dai miei parenti, mi procurerò quelli nuovi. Il fatto è che a Napoli, quando chiedi di avere qualcosa in modica quantità, siano cartoline, immaginette o porzioni di cibo, ne arriva in quantità tanto generosa quanto, a volte, sproporzionata.
Il risultato è che mi sono state date anche parecchie immagini adesive, quelle che vedete nella foto qui a destra, con la scritta “Beato”. A ben vedere, basterebbe ritagliare la parte sotto il ritratto di don Vincenzo. Chissà se gli adesivi non sono stati stampati così apposta?
Il signor Gerardo avrebbe voluto darmi anche un’immagine in formato poster, non ricordo se già aggiornata o meno, ma ho declinato l’offerta per ragioni di spazio. Fosse per me, ne avrei incorniciata una e l’avrei appesa in chiesa, ovviamente dopo la canonizzazione, ma avrei dovuto domandare prima il permesso del mio parroco.

Mercoledì 5 settembre
Ore 9.35: Ritorno a piazza Dante

Non volevo però tornare a Milano prima di aver fatto una capatina anche nella chiesa di San Domenico Soriano a Napoli, in piazza Dante (o, come si dice in modo dialettale, “a piazza Dante”). Lì è venerato il grosso delle reliquie del corpo dell’ancora per poco Beato Nunzio Sulprizio, insieme ad altri suoi effetti personali. Questi ultimi sono collocati in alcuni ambienti attigui alla cappella dov’è esposto l’arazzo usato per la beatificazione.
I volontari presenti, però, non mi hanno concesso di fotografare né la ricostruzione della stanzetta di Nunzio, coi mobili d’epoca, né gli abiti da lui indossati. Gli stessi volontari mi hanno anche precluso l’acquisto di quadretti con la dicitura “San Nunzio Sulprizio”, affermando che erano solo da esposizione: sarebbe stato possibile comprarli solo dopo il 14 ottobre.
La ragione per cui volevo tornare lì era che il parroco di San Domenico Soriano, don Antonio, mi aveva promesso di controllare la scheda per santiebeati di Nunzio, della cui causa è il postulatore. L’ho rintracciato prima dell’inizio della Messa e ho trovato risposta alle domande che mi erano venute leggendo la piccola biografia scritta da lui, che avevo trovato in un’altra chiesa di Napoli.
Non ho scelto la data a caso: il 5 di ogni mese, a San Domenico Soriano, è possibile lucrare l’indulgenza plenaria alle solite condizioni (Confessione, Comunione, preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice) e, per chi è malato, ricevere l’Unzione degli Infermi.

Ore 10.20: Come Nunzio, orgogliosi di appartenere al Signore

Almeno ho potuto comprare la medaglietta col volto di Nunzio,
circondato dall’aureola come si conviene ai Santi
Non ha presieduto don Antonio la Messa, bensì un altro sacerdote. Lui ha invece tenuto l’omelia,
nella quale, appoggiandosi al passo dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi, previsto nella liturgia del giorno (precisamente 1Cor 3, 1-9), ha spiegato che dobbiamo essere orgogliosi della nostra appartenenza a Cristo.

Nunzio lo fu, restando fedele alla preghiera anche quando gli impegni del lavoro come apprendista fabbro occupavano la maggior parte delle sue giornate. Nel tempo della sua degenza all’Ospedale degli Incurabili di Napoli, poi, volle cementare la sua appartenenza ricevendo subito la Prima Comunione (al suo paese si usava aspettare che i comunicandi avessero quindici anni) e accostandosi all’Eucaristia ogni volta che gli fosse possibile.
Sognava poi di consacrarsi a Dio e ne avrebbe anche avuto la possibilità, se non fosse peggiorato in salute. Non emise voti, almeno pubblici, ma adottò uno stile di vita ancora più sobrio e cominciò a indossare una sorta di divisa, che è esposta oggi nella sala dei ricordi di cui scrivevo prima.

Al termine della beatificazione di madre Maria Crocifissa del Divino Amore, lo scorso 3 giugno, il cardinal Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, aveva commentato che per farsi santi bisogna venire a Napoli, o comunque esserci vissuti.
L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha invece dichiarato recentemente che Milano ora deve impegnarsi a far capire di non essre solo la città della moda e dell’industria, ma anche una città di santi, dato che, anche in questo caso, due dei personaggi la cui canonizzazione è imminente sono a essa collegati: Paolo VI ne fu arcivescovo per otto anni, mentre don Francesco Spinelli, fondatore delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda (e, va detto per completezza, figura fondamentale per la nascita delle Suore Sacramentine di Bergamo), è nato proprio lì.
In quanto napoletana d’origine e ambrosiana di nascita, sento quindi una doppia responsabilità.

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