Io c’ero #24: il mio Festival della Missione



Si è appena concluso a Milano il Festival della Missione, che ha visto convenire nella mia città moltissime persone di ogni stato di vita, appassionate al tema e alle esperienze missionarie nel mondo. Non potevo perdermi questo evento, ma una serie d’impegni, familiari e parrocchiali, non mi ha permesso di seguirlo come avrei voluto.
Allo stesso modo, neanche la mia cronaca è organica, ma ho voluto ugualmente raccontare quello che ho vissuto, per non rendere vani gli sforzi della persona che mi ha procurato un pass speciale per la stampa.

Il Festival prevedeva dei momenti di preparazione: anch’io ho avuto i miei, a ben vedere.

 

Pre-Festival #1: Via Lucis 2022

 

Giandonato e compagni ascoltano padre Piero Masolo

Dopo l’incontro, avvenuto nel 2020, col giovane economista e missionario Giandonato Salvia, non ho seguito anche lo scorso anno la Via Lucis, il pellegrinaggio che faceva incontrare i giovani con i poveri e con alcune figure di Testimoni defunti, giovani anch’essi.
Quest’anno, invece, ho voluto seguire Giandonato e compagni nella tappa milanese, che prevedeva un passaggio al Centro Pime con la visita del Museo Popoli e Culture e la preghiera del Rosario, un “laboratorio di prossimità” con quanti passavano per la Stazione Centrale e l’Adorazione Eucaristica a Santa Maria Segreta, casa milanese del culto al Beato Carlo Acutis, il quale è il patrono ideale dell’intero progetto.

 

Pre-Festival #2: il nuovo ritorno di monsignor “Peppime”

 

Domenica scorsa, invece, nella mia parrocchia è tornato monsignor Giuseppe Negri, vescovo di Santo Amaro in Brasile, per amici e comparrocchiani “Peppime”, in quanto membro del Pontificio Istituto Missioni Estere. L’occasione è stata la visita ad limina dei vescovi brasiliani.

Come di consueto, ha abbinato il commento alle letture alla sua esperienza, precisamente raccontando la sua vicinanza ai sacerdoti suoi diocesani nel tempo del primo lockdown, anche solo con una telefonata.

 

Giovedì 29 settembre – Il cammino inizia sotto la stella dei Magi

 


Anche noi del Gruppo Shekinah abbiamo avuto la nostra quota di partecipazione al Festival, cantando alla celebrazione ecumenica d’apertura nella basilica di Sant’Eustorgio, dove sono venerate alcune reliquie dei Santi Magi.
Ammetto di essere partita prevenuta sull’intervento di monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo: avevo letto molti articoli con feroci critiche al suo operato in campo ecumenico. Ho però apprezzato la sua definizione dei Magi come personaggi particolarmente simpatici, andando al di là del loro essere statuine da presepio. Spero di tornare su questo tema nella prossima Corona d’Avvento dei Testimoni, o a ridosso dell’Epifania.

 

Fare incontrare Dio a quanti incontrano noi

 

Questa frase è per me la sintesi di tutto il percorso del Festival. L’ha pronunciata don Alberto Ravagnani, coinvolto dagli organizzatori in una conversazione con monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari-Bitonto. Ha commesso non pochi errori e può migliorare ancora, ma con quell’espressione, a mio avviso, ha colto davvero nel segno.

Monsignor Satriano ha invece colpito l’uditorio raccontando un episodio di quando era un apprendista missionario in Kenya e andò, con un missionario più esperto, a visitare alcune donne del popolo Samburu. Avrebbe dovuto parlare della povertà nella Bibbia, però si sentiva inadeguato, più ricco di quelle donne. Una di esse, mamma Clorinda, intervenne commentando: «Noi siamo abituati, ma tutto ciò che hai lo usi per noi; tu hai un cuore da povero».

Le nuvole che annunciavano un temporale mi hanno costretta ad abbandonare di corsa piazza San Lorenzo, così ho seguito solo in parte l’intervista al giovane ricercatore e attivista Patrick Zaki.

 

Venerdì 30 settembre – Aperitaviti? No!

 

L’ennesima mia citazione di Elio e le Storie Tese mi serve per riferire che non sono riuscita a partecipare a nessun incontro previsto per quel giorno: avevo già dato la mia disponibilità a cantare al matrimonio della figlia di una mia comparrocchiana ad Abbadia Cerreto.

Credevo che, una volta tornata a casa, avrei fatto in tempo per andare a uno degli aperitivi missionari organizzati in alcuni locali del centro città, ma ero leggermente stanca.

 

Sabato 1° ottobre – Pass del potere o del servizio?

 

Come dicevo sopra, ho avuto il dono inatteso di un pass per farmi identificare come operatrice della stampa.

Da quando ho partecipato alla beatificazione di monsignor Luigi Biraghi e don Luigi Monza ho preso, quando ricevo un tagliando speciale per accedere al Duomo o ad altri eventi grossi senza troppe difficoltà, lo definisco “pass del potere”.

Nella Chiesa, però, il vero potere è il servizio: vale per i missionari, ma anche per chi, come me, vuole usare le proprie migliori risorse (la voce, la scrittura) per annunciare non sé stessa, ma Colui che gliele ha concesse.

 

Mostre a pannelli di Testimoni di ieri, recenti e di oggi

 

Dopo aver partecipato alle ordinazioni diaconali, nelle quali, forse non a caso, i candidati del Pime (e un diocesano di Dinajpur in Bangladesh) superavano numericamente quelli della diocesi di Milano, ho voluto visitare le mostre a pannelli ospitate nella chiesa di Santo Stefano Maggiore, sede della parrocchia personale per i migranti di Milano.

C’era davvero pane per i miei denti: quella sui missionari ambrosiani destinati in varie parti del mondo, ma anche quella sulla Beata Leonella Sgorbati e quella sulla missione ambrosiana tra i Rom e i Sinti hanno avuto molto da dirmi.

Quella intitolata Missione famiglia o famiglia in missione, invece, non mi aveva coinvolta granché, fino a quando, chiedendo informazioni a un volontario per acquistare il libro degli scritti della Beata Leonella, mi sono trovata davanti proprio colui che, più di trent’anni fa, partì per il Camerun con moglie e figli. Ho comprato anche il suo libro, promettendogli un post specificamente dedicato alla sua storia.

Sempre a proposito di mostre, ho osservato con molta attenzione, portandola a vedere anche a due miei amici e comparrocchiani, quella intitolata Giovani protagonisti, nella basilica di San Lorenzo Maggiore: sia perché realizzata da giovani studenti per i giovani, sia perché, accanto a figure di personaggi deceduti, solo pochissimi dei quali in fama di santità, c’erano ragazzi e ragazze viventi, spesso messi alla prova, ma mai messi a tacere.

 

Musica per Dio

 

In realtà, a San Lorenzo ero venuta per assistere al concerto in cui alcuni gruppi corali di varie tradizioni cristiane si sono presentati. È sempre bene, infatti, ascoltare modalità celebrative ed espressive diverse: anche quello è un modo per uscire dalle proprie abitudini, sebbene alcuni stili possono risultare più congeniali e altri meno.

 

Di corsa alla festa a piazza Vetra

 

I membri del coro Elikya hanno davvero il ritmo della fede nel sangue!

Nella sera di sabato, dalla cena in oratorio, per la festa che da noi è stata posticipata rispetto al calendario diocesano, mi sono fiondata a quella per il lancio della GMG. In effetti, il clima mi sembrava proprio quello delle veglie che ho vissuto: faceva quasi freddo, i presenti erano seduti per terra, c’erano bagni chimici in bella vista.
Mi ha quasi rovinato la festa il solito pensiero che mi coglie in circostanze del genere: alle GMG ho avuto solo esperienze spiacevoli. A Colonia sono quasi morta di freddo, mentre a Madrid mi sono meritata, con i miei compagni di coro, le occhiatacce del cardinal Bagnasco a causa di un fraintendimento liturgico (per non parlare del temporale durante la veglia). Infine, a Cracovia, mi sono sentita turbare dalle parole di papa Francesco perché mi sentivo una giovane in pensione, che preferiva il divano e le ciabatte alle scarpe comode per camminare. Per giunta, nessuna di quelle tre esperienze ha portato progressi significativi nella mia scelta di vita: non mi sono sposata né consacrata, come invece è accaduto a molti.
Il mio direttore spirituale, presente alla serata, ha commentato che quel mio racconto era simile a quello che san Paolo fa dei suoi viaggi. Allora, forse, non sono state esperienze così terribili…

 

2 ottobre – Basta lamentarsi, comincia la missione

 

Infine, benché avessi già partecipato alla Messa in parrocchia – fatto che mi ha obbligata a rinunciare all’incontro delle 10 su Il martirio, spreco o dono? – , ho voluto tornare in Duomo per l’Eucaristia a conclusione del Festival.
All’Arcivescovo monsignor Mario Delpini sembra, come ha esordito nell’omelia, di cogliere una specie di contraddizione tra l’ammirazione per un «racconto glorioso» come quello delle azioni dei missionari e una «malinconia» che vela di tristezza questo racconto. In sostanza,

Facciamo tante cose belle ma manchiamo lo scopo di tutto: far conoscere Gesù, far percepire il suo amore, la sua attrattiva.

Il profeta Isaia, dal cui libro era tratta la prima lettura secondo il Lezionario Ambrosiano (per le orazioni non è stata invece seguita la Messa del giorno), rimprovera chi si sente un ramo secco  o, aggiungo io, un osso spezzato, secondo quell’immagine che spesso sento vera per me e per la mia vocazione che non vede ancora la sua realizzazione. Tuttavia, non lo fa per umiliare, ma per annunciare che Dio si prende cura del suo popolo, vuole la sua gioia, vuole che esso si fidi di Lui. L’Arcivescovo ha quindi chiarito:

La vita cristiana è quel darsi molto da fare per abbandonarsi, per lasciarsi fare. I frutti dell’albero non sono il risultato di una qualche tenacia di coltivazione, ma sono il dono di Dio, l’opera di Dio.

Ecco quindi che i cristiani appaiono «originali»: tengono viva la speranza, si conformano a Dio che è amore e misericordia (in riferimento al Vangelo del giorno), intendendo quest’ultima come un modo per far crescere la persona e contribuire alla pienezza della sua umanità.

Così, essi diventano popolo di pace, popolo di speranza, che risponde “Amen” alla vocazione a cui è chiamato.

 

Anche la mia missione, domani, avrà uno sbocco nuovo: mi sono infatti iscritta al convegno La santità oggi, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi. Non potevo farmi sfuggire quest’altra possibilità di accrescere le mie conoscenze, anche sul piano delle relazioni, per migliorare ancora di più come autrice e come credente.

Spero, quindi, di proporre, come per il Festival, il mio racconto di questo nuovo soggiorno romano.

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