Sulla Via Lucis con Tucum

Mentre preventivavo di scrivere il mio diario del pellegrinaggio ad Assisi e Cortona, immaginavo inizialmente di scrivere non più di un post, concluso il quale non avrei più parlato di Carlo Acutis per un bel pezzo, così da non contribuire ulteriormente alla sua sovraesposizione mediatica e da non annoiare voi che mi leggete. Alla fine ho diviso in prima, seconda e terza parte.
Proprio mentre stavo per prepararmi a partire, ho visto in televisione un intervento che mi ha ricordato qualcosa di cui avevo già letto, anzi, che per certi versi conoscevo da anni.

 

Antefatto #1

 

Quando studiavo in università, per ricompensarmi di aver passato un esame facevo spesso una capatina nelle librerie cattoliche che si trovano nei paraggi.

Quando ormai avevo terminato gli studi, acquistai un libretto della Via Lucis, edito dalle Trappiste di Vitorchiano. Mi venne subito da pensare che fosse il seguito della Via Crucis, ma ammetto di non averla mai pregata per intero.

 

Antefatto #2

 

Quando ho saputo che stava per iniziare la causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio Enrichetta Beltrame Quattrocchi, per provare a imbastire un profilo su di lei ho attinto all’unica fonte che avevo a disposizione, ossia un libro sui suoi genitori, i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi.

Continuando le mie ricerche in Rete, ho scoperto che lei aderì, come consacrata laica, al movimento Testimoni del Risorto, fondato dal salesiano don Savino Palumberi e parte della Famiglia Salesiana. Allo stesso sacerdote si deve l’ideazione dello schema della Via Lucis, secondo quanto è scritto qui.

Alla fine ho tralasciato il profilo, perché il postulatore mi ha fatto presente che doveva essere sufficiente quanto stava per essere pubblicato sul sito ufficiale.

 

Antefatto #3

 

Lo scorso anno, quando ancora oscillavo tra invidia e ammirazione verso il Beato Carlo Acutis, mi capitò di leggere, sulla pagina dedicata alla Pastorale Giovanile di Avvenire, che alcuni giovani pugliesi avevano deciso di dedicargli qualcosa come un’applicazione tecnologica. Esasperata, esclamai: «Eh, adesso gli fanno pure un’app: nient’altro?» e chiusi il giornale.

 

Poi una mattina, su TV 2000…

 

Giovedì 8 ottobre, mentre facevo colazione, stavo guardando Bel tempo si spera su TV 2000. La conduttrice, a un certo punto, parlò di un gruppo di giovani che avevano deciso di percorrere l’Italia in una sorta di viaggio missionario.

Intervenne un tale Giandonato Salvia, che parlò del progetto della Via Lucis 2020: appunto, un itinerario lungo le quattordici città metropolitane italiane, durante il quale incontrare alcune realtà caritative particolarmente insolite e tenere momenti di preghiera basati su altrettanti giovani Testimoni, perlopiù contenuti nella mostra a pannelli Santi della porta accanto.

Giandonato, presentando le tappe, dichiarò che quella di Milano sarebbe stata  venerdì 16 ottobre e che, per forza di cose, era dedicata a Carlo. Non solo: lui, per certi versi, era il modello ispiratore di tutto il cammino, per la sua capacità di unire attività caritativa e adorazione dell’Eucaristia; i suoi familiari avevano dato il proprio pieno appoggio. Quando indicò di consultare il sito www.appacutis.it, mi tornò subito alla memoria quella menzione su Avvenire.

Poche ore dopo, scrissi ai contatti presenti sul sito, per chiedere ai responsabili di poterli seguire nella loro tappa milanese, rendendomi disponibile ad aiutarli in tutti i modi possibili. Giandonato mi ha risposto martedì appena passato, invitandomi a telefonargli appena potessi. Anche in quel caso, ho atteso qualche ora: mi sono accordata con lui a raggiungerlo venerdì, dopo le 15, presso il Refettorio Ambrosiano.

 

Appuntamento al Refettorio

 

Dato che ero già a metà strada, sono arrivata al Refettorio prima dell’ora fissata. Dopo essermi fermata nella chiesa di San Martino in Greco, situata nella stessa piazza, ho sbirciato all’interno di quella sala che un tempo ospitava il cinema parrocchiale. Non era la prima volta che ci passavo: era avvenuto nella Quaresima di tre anni fa, alla Via Crucis per la città di Milano.

Il Refettorio esiste da cinque anni, come opera-segno che ricorda i temi di Expo 2015 ricondotti alla carità cristiana. Tuttavia, non è semplicemente una mensa o un luogo dove distribuire cibo avanzato: lì le pietanze vengono reinventate, a volte dietro suggerimenti di chef come Massimo Bottura.
Giandonato e il suo amico Marcello avevano appena finito di pranzare ed erano già immersi nella programmazione della giornata e delle altre tappe. Mi sono presentata e ho chiesto in cosa potessi essere utile: pensavo, infatti, che fossero poco pratici della città. Mi hanno quindi concesso di salire sull’auto che hanno preso a noleggio e di venire con loro nella parrocchia di Santa Maria Goretti, non troppo distante.

 

L’incontro con il viceparroco

 

Don Stefano Saggin, vicario parrocchiale della Comunità Pastorale San Giovanni Paolo II, che comprende appunto le parrocchie di San Martino in Greco e Santa Maria Goretti, ha accolto davvero generosamente i due ragazzi.

Li ha fatti parcheggiare in un punto appartato del cortile dell’oratorio di Santa Maria Goretti e, aiutato da alcuni dei suoi giovani, ossia Marco, Arturo ed Emma, ai quali si è poi aggiunta Silvia, ha allestito delle brandine con materassi, cuscini e lenzuola, per ospitarli, durante la notte, in una delle aule. Quanto a me, ho precisato che non ero del loro gruppo, ma che li seguivo per scrivere un post su di loro.

 

La descrizione del progetto

 

Mentre aspettavo che il don e i giovani arrivassero con le brandine, ho iniziato l’intervista a Giandonato. Secondo le sue parole, Tucum è un progetto di carità, mentre Via Lucis 2020 è un progetto di preghiera. La carità è concreta, ma anche la preghiera, più di quanto si possa immaginare.

Ogni tappa prevede un momento di preghiera presso una stazione ferroviaria, ma tutta la giornata è costellata di preghiera: tendenzialmente, col Rosario, la Messa, la veglia in stazione e l’Adorazione Eucaristica. Lo stesso monsignor Giuseppe Favale, vescovo di Conversano-Monopoli, dando il mandato a Giandonato e amici, ha definito il loro impegno come un «cammino orante missionario».

Le città metropolitane italiane sono proprio quattordici, come le stazioni della Via Lucis (e, prima ancora, della Via Crucis). Gli stessi organizzatori non sapevano che l’avesse ideata don Palumberi: l’hanno scoperto lo scorso anno, durante il primo viaggio, nel quale erano state adoperate le stesse figure di riferimento.

La differenza risiede nel fatto che, per ciascuna città, è stata contattata la corrispettiva Pastorale Giovanile, anche per poter identificare una parrocchia nelle vicinanze della stazione, che potesse ospitare la tappa relativa.

 

E Carlo Acutis, in tutto questo?

 

A quel punto, gli ho chiesto in che senso ritiene che il Beato Carlo Acutis possa essere non solo il protettore di quest’iniziativa, ma una figura di riferimento per lui. Giandonato ha risposto precisando che ovviamente lui non è stato un economista in senso stretto, ma ha vissuto l’economia riconoscendo e rispettando tutti come fratelli e sorelle, indicando ai giovani anzitutto una strada percorribile.

Il suo primo contatto con lui è avvenuto sulle pagine di Credere, precisamente del numero 3 del 15 gennaio 2017 (così imparo a lamentarmi, ho pensato, perché se ne parla dovunque: può sempre esserci qualcuno che non ne sa nulla!). Lo colpì perché voleva presentare una figura particolare, che fosse particolarmente vicina ai ragazzi di terza media, di cui era educatore.

Mi è sorta allora una domanda su quali fossero gli aspetti che avessero interessato di più i suoi ragazzi e su come, a suo parere, bisogni parlare di Carlo e dei Santi in genere. Giandonato ha risposto che, di certo, erano il suo interesse per l’informatica e l’impegno su Internet.

Quanto al modo in cui parlarne, mi ha citato la canzone Eroe (Storia di Luigi Delle Bicocche), di Caparezza. Interpretando questo brano del rapper suo conterraneo, ha affermato che non esistono gli eroi: ci sono invece persone che fanno le cose più normali. Probabilmente, secondo lui, c’è un problema di linguaggio: bisognerebbe sottolineare che, piuttosto, è eroico il modo in cui si agisce; il problema è che non tutti vivono così.

Ecco quindi un’altra interpretazione della frase (che, lo ribadisco, è un pensiero che Carlo ha probabilmente tratto dal filosofo inglese Edward Young) «Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie»: tutti siamo eroi in potenza, ma ci accontentiamo di diventare anonimi.

Anche il cammino dei due giovani missionari a molti può sembrare eroico, tanto più che non si è fermato con l’avanzare dei contagi. Giandonato sente semplicemente di aver messo a servizio la propria professionalità; vale anche per Marcello, che studia fotogiornalismo a Roma e ha anche vinto una borsa di studio per mantenersi. Tornando a Carlo, crede che l’aspetto più straordinario, allora, sia il fatto che lui sapeva di essere speciale, anzi, ne era convinto.

 

In ascolto dei giovani di Greco

 

Quando don Stefano e i ragazzi sono tornati, ci siamo spostati nel cortile dell’oratorio, dove c’era qualche bambino che correva e giocava. Lì un incaricato tiene conto delle presenze, così da favorire il tracciamento dei contatti.
È quindi iniziato il momento delle presentazioni. Giandonato è di Monopoli ed è specializzato in Economia degli intermediari e dei mercati finanziari, ma sente di dover applicare le sue competenze tramite un approccio missionario alla realtà. Questo è dovuto al fatto che, quando lui aveva otto anni, suo padre è partito in missione: grazie a lui, ha cominciato a capire il senso della solidarietà, alimentato in successivi viaggi missionari.

Ha iniziato a dare corpo alle sue intuizioni avviando il progetto Tucum (con l’accento sulla seconda “u”), un'app che prende il nome da quell’anello che fa da distintivo per chiunque, sacerdote o laico, abbia deciso di prendere sul serio l’impegno per i più poveri della terra. La Via Lucis, che si è svolta già lo scorso anno, è un’iniziativa collegata e non meno concreta.

Hanno poi preso la parola i giovani del posto, a cominciar da Arturo, che ha presentato il gruppo giovani di cui lui e gli altri quattro fanno parte, insieme ad altri universitari o alle prese con l’entrata nel mondo del lavoro. Emma ha poi parlato dell’esperienza di volontariato che alcuni di loro compiono presso la Fondazione Don Gnocchi l’ultima domenica di ogni mese.

Don Stefano ha invece descritto il quartiere, situato a meno di mezz’ora dalla Stazione Centrale, punto d’incontro di opere caritative come quella del Servo di Dio Ettore Boschini, figura che, insieme al Venerabile Cecilio Cortinovis, è una di quelle che i milanesi hanno sempre riconosciuto e, secondo le proprie possibilità, sostenuto.

Le parrocchie fanno la propria parte, sia col Refettorio, sia con la distribuzione di pacchi-viveri, proseguita, con l’aiuto dei giovani, anche durante i mesi di chiusura dovuti all’emergenza sanitaria. Del resto, ha precisato il viceparroco, l’oratorio è un modo di educare, prima ancora che un insieme di mura e di strutture.

È un concetto che a mia volta sento fondamentale, come ho dichiarato nel mio intervento, dove mi sono presentata e ho descritto da dove vengo e cosa sogno di diventare.

 

Un Rosario per pochi... o per tutti?

 

Mentre Marcello si trasferiva al dormitorio Caritas di via Sammartini, ho seguito Giandonato in chiesa, per partecipare alla recita del Rosario. Il sacrestano si è mostrato incredibilmente gentile, ma, in maniera davvero inaspettata, il giovane economista si è fatto da parte, chiedendo a me di leggere le meditazioni corrispondenti a ogni Mistero.

In chiesa c’erano almeno quattro anziane signore, più altre che si sono aggiunte nel corso della preghiera. Avevano uno sguardo sollevato al vedere una presenza giovanile, evidentemente insolita per loro.

Ho cercato di mantenere un contegno raccolto e serio, specie nel compito che mi era stato dato. Le meditazioni erano tratte da Maria, donna dei nostri giorni, del Servo di Dio Antonio Bello, ovvero don Tonino Bello. Credevo che quelle espressioni, loro malgrado, avessero perduto la carica con le quali erano uscite dalla feconda penna del vescovo pugliese, tanto sono state citate in vari contesti.

Su di me, però, hanno prodotto un effetto insolito: mi sono commossa, in particolare leggendo le parole a commento del secondo Mistero Doloroso. Credo che sia successo perché proprio venerdì sono stata raggiunta dalla notizia della morte dell’unico fratello di mio padre rimasto in vita.

 

Cena al Refettorio con ricordi pugliesi

 

Terminato il Rosario, ho accompagnato Giandonato a piedi verso San Martino in Greco, perché era atteso a cena, insieme a Marcello, al Refettorio. Lungo il tragitto, l’ho sentito molto indaffarato a telefonare e a messaggiare per programmare le ultime tappe della Via Lucis.

La cena è stata molto buona, in tutti i sensi. Davvero, al Refettorio, riescono a dare nuova vita a pietanze scartate da altri, come il pollo con fagiolini verdi, il salame leggermente piccante e il provolone messo come accompagnamento. Solo il pane era un po’ duro, ma era ugualmente buono, come anche la torta per dolce.
Tra un boccone e l’altro ho potuto continuare il dialogo con i due missionari. Secondo loro, ho entusiasmo da vendere, ma devo incanalarlo in progetti ancora più precisi di quelli che già ho attuato in totale autonomia.

Non ricordo come né perché, ma il discorso si è spostato sulla Puglia e sulle loro città d’origine. Ho raccontato di come una delle mie zie ha sposato un uomo di Leverano, vicino Lecce, e che grazie a lui e all’ospitalità di un suo fratello ho potuto trascorrere, a metà dei primi anni 2000, qualche giorno in Salento, visitando Lecce, Nardò, Gallipoli, Copertino e Otranto. Bari mi manca, ma dev’essere davvero interessante.

A quel punto, Giandonato ha evocato il detto per cui «se Milano avesse il mare, sarebbe una piccola Bari», che io ho ripetuto con una pronuncia non tanto corretta, basata sul luogo comune della “e” pugliese introdotto da Lino Banfi. Marcello ha precisato che lui si era basato sul dialetto di Canosa di Puglia, mentre il barese ha una “a” più chiusa, come si sente a volte in Checco Zalone, che è di Capurso.

Per far capire che conoscevo di fama anche quella cittadina, ho menzionato il santuario della Madonna del Pozzo, che è citato in ‘U 127 Abarth, parodia del brano degli Oasis Champagne Supernova portata al successo dagli Oesais, ossia il duo comico Toti & Tata, vale a dire Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo.

Giandonato e Marcello sono rimasti allibiti al sapere che conoscevo quei due comici, vere e proprie celebrità nella loro regione (anche se Solfrizzi è ormai noto anche a livello nazionale). Così perlomeno ho dimostrato di non avere solo argomenti religiosi per fare conversazione.

Prima di andarcene, abbiamo ascoltato parte della videoconferenza in cui i volontari del Refettorio hanno ascoltato i consigli di due esperte e raccontato come hanno vissuto i mesi dell’emergenza sanitaria più stretta. Ho pensato, in cuor mio, che davvero la loro esperienza è preziosa, per ricordare che le risorse alimentari condivise possono contribuire a un mondo più fraterno e giusto; del resto, venerdì cadeva proprio la Giornata Mondiale dell’Alimentazione.

 

La veglia in piazza Duca D’Aosta

 

Abbiamo quindi lasciato il Refettorio per tornare a Santa Maria Goretti e prendere il materiale che serviva per la veglia. Da lì ho di nuovo fatto da navigatore umano per i due giovani, scortandoli lungo via Melchiorre Gioia, svoltando in via Tonale e arrivando, in mezz’ora giusta, alla Stazione Centrale, nei pressi della “Mela Reintegrata” di piazza Duca D’Aosta.

A noi si sono uniti altri quattro giovani e tre Missionarie Saveriane, tutti conosciuti da Giandonato in altre circostanze. Marcello ha individuato il punto giusto dove fermarci, esclamando: «Il Signore ci ha fatto una sorpresa!». Precisamente, si trattava di Jhon, un senzatetto ghanese, che aveva accettato di pregare con noi.

La preghiera è iniziata con l’accensione di una candela decorata, la stessa per tutte le tappe. È poi stato proclamato il brano di Vangelo corrispondente alla dodicesima stazione della Via Lucis, ossia l’ascensione al Cielo di Gesù, accompagnata da una breve meditazione sulla figura di Carlo Acutis.

Giandonato ha poi preso la parola, dichiarando che, fino a quel momento, aveva percorso tremiladuecento chilometri, toccando undici città; Milano era la dodicesima. Ha poi spiegato che i quattordici “santi” scelti, se fossero vivi oggi, avrebbero tutti circa cinquant’anni o meno, a eccezione del Beato Pier Giorgio Frassati, l’unico nato nella prima metà del Novecento, scelto da lui perché, in effetti, è il suo preferito.
In tutte le altre tappe sono intervenuti i parenti dei giovani in questione, ma in questa no: i genitori di Carlo Acutis, infatti, si trovavano ancora ad Assisi, ma, come già all’inizio dell’avventura, garantivano la loro vicinanza anche in senso spirituale. In effetti, ha continuato il giovane, poteva suscitare un brivido il pensiero che lui stesso poteva aver calpestato quello stesso lastricato, per portare ai poveri i sacchi a pelo acquistati coi propri risparmi.

Ha quindi ribadito il concetto espresso nella conversazione con me: quei giovani e ragazzi non sono eroi nel senso comune del termine, ma persone che hanno vissuto in pienezza, indipendentemente dal tempo che è stato loro concesso.

Tutti loro hanno avuto un rapporto serio col Signore e con i poveri: nel caso in esame, si era visto sul suo viso quando aveva ricevuto la Prima Comunione, ma anche con la scelta di raccogliere la paghetta (poco importa quanto ricevesse e con quale frequenza) e usarla per donare viveri, vestiti o altro. Carlo, infatti, conosceva i poveri e li incontrava nella sua stessa città.

Non sempre si riesce a raggiungere le povertà, ha notato Giandonato, che nei suoi viaggi all’estero ne ha conosciute davvero tante. La domanda su come riuscirci rimane aperta, ma lui sente di poter provare a essere ugualmente una benedizione per tanti.

Un episodio su tutti: lo scorso anno, sempre in piazza Duca D’Aosta, una signora di passaggio aveva notato il gruppo che pregava. Quando è stata accesa una candela, a indicare l’inizio della veglia (un gesto che si è ripetuto anche venerdì), la donna ha iniziato a inveire, gridando anche di spegnere la luce.

Giandonato ha trascorso una notte di turbamento, dovuta anche al fatto che, secondo un altro giovane partecipante, la donna era posseduta da uno spirito cattivo e bisognava, anzi, pregare di più per lei. Alla fine ha capito che, se il Nemico lavorava contro quell’iniziativa, voleva dire che Dio, invece, la benediceva.

Tutti i presenti hanno ricevuto un braccialetto-Rosario, di un giallo luminosissimo. Quasi quasi cerco online come si fa, così da inserirlo nelle mie tecniche per realizzare corone. Hanno poi firmato una bandiera, come gli altri partecipanti alle tappe, per indicare il proprio impegno di coniugare carità e preghiera. Lo stesso drappo verrà portato da Giandonato all’appuntamento Economy of Francesco, previsto inizialmente a maggio, trasferito dal 19 al 21 novembre. Chiederà al Papa di benedirlo, in modo tale che quella benedizione ricada su quanti vi hanno apposto le proprie firme.

Mentre eravamo per strada, Giandonato mi ha scoraggiato dal partecipare all’Adorazione nella chiesa di Santa Maria Goretti: sarebbe stato meglio, a suo dire, che tornassi a casa il prima possibile. Un po’ mi è dispiaciuto, ma temevo che non avrei retto, stanca com’ero.

Ci siamo quindi salutati, con la promessa, da parte mia, che avrei cercato di scrivere un buon racconto, lo stesso che avete appena terminato di leggere.

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