Testimoniando in breve #8

 


Ecco l’ottava puntata della rubrica sull’attualità ecclesiale che più mi riguarda da vicino. L’avevo pensata prima della mia consueta pausa quaresimale, ma alla fine ho pensato di collocarla in uno dei due soli giorni in cui mi concedo di postare qualcosa in questo tempo liturgico.

Questa volta riporto i miei articoli più recenti, insieme alle impressioni che ho ricavato partecipando a presentazioni e a eventi su Testimoni e affini e alle riflessioni che hanno suscitato in me le notizie relative ai Decreti del Dicastero delle Cause dei Santi e all’apertura di tre cause.

 

Due mesi di Decreti…

A gennaio, per il secondo mese di fila, è toccato a me raccontare dalle colonne di Avvenire e dal sito dello stesso quotidiano i Decreti del Dicastero delle Cause dei Santi. Dalla redazione mi è stato chiesto di occuparmi espressamente dei novelli Venerabili, dando molto risalto a Nerino Cobianchi, l’unico laico e l’unico uomo in quella tornata (escludendo i futuri Beati, intendo).

Mi ero occupata di lui in questo post in occasione della chiusura dell’inchiesta diocesana e ho seguito gli aggiornamenti che mi arrivavano dall’Associazione Pianzola Olivelli, da lui fondata. Mai, però, avrei immaginato che il decreto sulle virtù eroiche sarebbe arrivato a così breve distanza da quella pubblicazione! Sicuramente mi procurerò la nuova biografia appena uscita, curata dal suo postulatore.

A febbraio, invece, non è toccato a me, ma avrei sicuramente messo in risalto la prima beatificazione per conferma di culto (o equipollente che dir si voglia) del pontificato di Leone XIV, ovvero quella di padre Gabriele Maria, al secolo Gilbert Nicolas, e il decreto sulle virtù eroiche di Fausto Gei, laico dei Silenziosi Operai della Croce fondati dal Beato Luigi Novarese.

 

…anzi tre!

A marzo, ovvero l’altroieri, è uscito solo su Avvenire cartaceo un mio pezzo sui nuovissimi Decreti. Tra di essi spicca il secondo riguardante l’offerta della vita di un candidato agli altari italiano, in assoluto il sesto dopo l’introduzione di questa nuova via di valutazione della santità: il cardinal Ludovico Altieri, vescovo di Albano.

Avevo appreso la sua storia in piena pandemia, tramite questo articolo del blog Breviarium, ma durante il convegno all’Augustinianum su martirio e offerta della vita avevo appreso che, come accaduto in altri casi, la sua inchiesta diocesana si era svolta per la verifica delle virtù eroiche, ma era stata poi virata seguendo la pista della vita offerta nel pieno di una situazione rischiosa, ossia l’epidemia di colera che colpì Albano nel 1867.

Di fama conoscevo il Venerabile Edward Joseph Flanagan, il fondatore della Città dei Ragazzi a Omaha, almeno perché sapevo del film a lui liberamente ispirato e di come, dopo averlo visto, un altro candidato agli altari pensò di realizzare qualcosa di analogo: mi riferisco al Servo di Dio Enrico Smaldone, di Angri.

Ho invece un minimo legame col Venerabile Henri Caffarel, fondatore delle Équipes Notre Dame, perché avevo preso un suo santino durante la fiera della pastorale familiare organizzata durante l’Incontro Mondiale delle Famiglie 2012 nella mia diocesi.

Credo invece che, terminata la pausa quaresimale, parlerò più diffusamente del Venerabile Giuseppe Castagnetti, unico laico in assoluto (nel senso che questa volta non ci sono laiche) di questa tornata di Decreti.

 

Martina Gabbiani e Damiano Caravello, oltre la malattia grazie a tanti amici

Per la Giornata Mondiale del Malato, avevo proposto ad Avvenire un paio di storie interessanti, ma in particolare ritenevo che una fosse più aderente al tema contenuto nel messaggio di papa Leone XIV. Mi riferisco a Martina Gabbiani, anche lei adolescente, legata sia a san Carlo Acutis in quanto scoprì la sua vicenda durante un ricovero al San Gerardo di Monza, lo stesso ospedale in cui lui era morto, sia al Servo di Dio Marco Gallo (di cui parlo più sotto) per l’adesione a Comunione e Liberazione, anche se l’ha vissuta pienamente solo dopo aver appreso di avere un glioma, ovvero un tumore al cervello.

La redazione approvava l’idea, ma allo stesso tempo mi dispiaceva tagliare fuori l’altra storia, quella di Damiano Caravello, ventinovenne di Noale (Venezia), appassionato alla Dottrina Sociale della Chiesa vissuta come parte della sua vocazione di laico nel mondo insieme a una rara malattia, l’atresia biliare, che gli era stata diagnosticata praticamente dalla nascita. Tutti e due sono stati accompagnati nella malattia da tanti “samaritani”, ovvero da compagni di scuola, professori, medici, religiosi e amici.

Alla fine, dopo aver lungamente lavorato su entrambi i pezzi, li ho visti in pagina l’11 febbraio scorso; sul sito, invece, sono anticipati dall’articolo di Lorenzo Rosoli che sintetizza il messaggio papale. Credo che tornerò più diffusamente sia sull’una, sia sull’altra storia.

 

Una sfida su santità e fidanzati

«Ho una sfida per te: se ti dico santi e fidanzati, cosa ti viene in mente?». Così mi scriveva il mio contatto in redazione giovedì 12 febbraio, proponendomi di scrivere, sempre per Avvenire (giornale e sito), un articolo in occasione di San Valentino.

Ho iniziato a ragionare, pensando anzitutto agli sposi che hanno vissuto il fidanzamento e che sono stati poi riconosciuti Santi, Beati o che hanno le cause in corso, sia come singoli sia come coppie. Ho quindi ricordato i casi più immediati, ma poi mi sono fatta aiutare, come in altre occasioni simili, dal motore di ricerca interno dell’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni.

Mi sono quindi ricordata di altre storie di fidanzati e fidanzate esemplari anche in quella fase della loro vita, ma avevo comunque un limite di spazio. Così, tagliando e limando, ho deciso di dare spazio a quattro vicende, divise tra ragazze e ragazzi, di cui ho già trattato qui sul blog: mi riferisco alla Beata Sandra Sabattini, alla Serva di Dio Laura Vincenzi, al Venerabile Matteo Farina e al Servo di Dio Luigi Brutti. Dopo aver ricontrollato il limite di battute, ho incluso molte citazioni dai loro scritti amorosi, rivolti ai rispettivi amati. I cognomi delle fidanzate dei due ragazzi, tuttavia, non sono di pubblico dominio; a mia volta, quindi, ho citato solo i nomi.

 

Marco Gallo, nuovo giovanissimo Servo di Dio ambrosiano (ma con il ricordo a Chiavari)

Riferivo già lo scorso anno la notizia del parere positivo da parte dei vescovi lombardi circa l’avvio della causa di Marco Gallo, adolescente vissuto e morto a Monza ma nato a Chiavari, interrogandomi se l’inchiesta diocesana si sarebbe svolta a Milano (nel cui territorio diocesano si trova Sovico, la località dove morì) o, appunto, a Chiavari, luogo dell’affollatissimo pellegrinaggio annuale in suo ricordo al santuario della Madonna di Montallegro.

Grazie all’Editto pubblicato lo scorso 1° febbraio, ho chiarito i miei dubbi: la prima sessione pubblica dell’inchiesta diocesana si sarebbe tenuta nella Cappella arcivescovile della Curia di Milano il 7 marzo (peraltro trentaduesimo anniversario della nascita del ragazzo), mentre il vescovo di Chiavari, monsignor Giampio Devasini, si è reso attore, ovvero si è incaricato di promuovere e di assumersi tutte le responsabilità relative alla causa.

Partecipando alla Liturgia della Parola a cui sono seguiti gli adempimenti giuridici, mi sono resa conto una volta di più che, come ha affermato il mio arcivescovo monsignor Mario Delpini, lo scopo con cui si apre una causa di beatificazione è domandare alle competenti autorità di verificare se il modo con cui il candidato in questione ha provato a seguire il Vangelo può essere considerato una via di santità.

Purtroppo, ancora oggi e anche tra i credenti, sono ancora in molti a pensare che, invece, il solo inizio della fase diocesana rappresenti un premio o un riconoscimento postumo e costituisca automaticamente un giudizio di valore, con tutte le semplificazioni del caso.

 

Non chiamatelo “l’Acutis ciellino”!

Alcuni dei miei conoscenti mi hanno recentemente interpellata se Marco sia ravvicinabile o meno a san Carlo Acutis. Premesso che non amo molto un paragone del genere – fino a non pochi decenni fa, invece, il confronto d’obbligo era con san Luigi Gonzaga per i santi giovani uomini o con santa Teresa di Gesù Bambino per le sante giovani donne, specie se religiose –, credo che in questo caso regga, ma fino a un certo punto.

Ad accomunare Marco e Carlo è anzitutto la comunione profonda che sentivano con tanti santi riconosciuti, in particolare con san Francesco d’Assisi, ma credo che l’elemento principale risieda nel movimento di popolo che si è prodotto dopo che le loro storie hanno iniziato a circolare, tanto da condurre molti a visitare i luoghi dove riposano o che custodiscono il loro ricordo.

Li divide invece l’appartenenza ecclesiale: il primo era da sempre membro di Comunione e Liberazione, mentre il secondo non ha mai avuto legami particolari né con associazioni né con movimenti, sebbene si fosse dichiarato interessato alla Comunità di Vita Cristiana (la Cvx) dei Gesuiti.

Come ho scritto a pagina 18 del numero di Avvenire di mercoledì 11 marzo, però, ogni candidato agli altari ha un suo messaggio particolare: quello del nostro nuovo Servo di Dio emergerà dai lavori del Tribunale ecclesiastico e dalle testimonianze giurate.

Penso, tuttavia, che qualcosa sia già intuibile dal breve documentario Più vita alla vita – Correndo dietro a Marco Gallo, proiettato in anteprima nella Sala convegni della Curia di Milano proprio sabato 7 marzo, tra la commozione di molti dei presenti.



La prima fase della causa di don Divo Barsotti si è conclusa a Firenze

Per un’inchiesta diocesana che si apre, una che si chiude: tramite l’Agenzia SIR ho appreso che sabato 14 febbraio si sarebbe conclusa quella per il Servo di Dio Divo Barsotti, fondatore della Comunità dei Figli di Dio.

Mi sono ricordata che non avevo segnalato a nessuno di quella Comunità il post che avevo dedicato a lui in occasione dell’avvio dell’inchiesta, nel 2021, quindi ho mandato un’e-mail anche per avere qualche immaginetta, sia per la mia collezione, sia per condividerla, fermo restando che un personaggio di caratura spirituale notevole come don Divo non sia da ingabbiare nella bidimensionalità di un santino.

 

Presentazioni sull’Opus Dei e su Sammy Basso

Da sabato 7 marzo in qua sono stata impegnata quasi tutti i giorni con eventi particolari che potevano tornarmi utili per qualche post. Dopo quello riguardante Marco Gallo, ho partecipato, martedì 10, alla presentazione milanese del libro Opus Dei – La storia, che ha lo scopo di raccontare la vicenda completa della Prelatura personale fondata da san Josemaría Escrivá de Balaguer fino agli ultimi sviluppi, senza tacere i contrasti e le leggende nere, ancora dure a morire, che la circondano.

Mercoledì 11, invece, mi ero segnata che, nella chiesa di San Babila a Milano, si sarebbe tenuto un altro incontro per presentare un libro, ovvero Sammy – Una vita da abbracciare, riguardante Sammy Basso, il giovane ricercatore di cui, solo dopo la morte, sono emersi gli elementi che potevano renderlo un Testimone da trattare anche qui. Ora che ho letto il libro e che ho ascoltato i suoi genitori e la giornalista che li ha aiutati nella stesura della biografia, penso di avere qualche elemento da poter tirare fuori.

 

Nella mostra sui martiri d’Algeria c’è anche un po’ del mio lavoro

Giovedì 12, invece, non ho voluto mancare all’inaugurazione della mostra Chiamati due volte sui diciannove Martiri d’Algeria beatificati nel 2018, tanto più attuale se si pensa al trentesimo anniversario della morte di molti di essi e all’imminente viaggio apostolico di papa Leone XIV in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

Parlando con uno degli organizzatori, ho appreso che il lavoro gratuito (ma basato sul libro La nostra morte non ci appartiene) che mi era stato chiesto a ridosso della beatificazione, per fare in modo che ciascuno dei diciannove martiri avesse una scheda biografica propria su santiebeati.it, non è andato sprecato, con buona pace di chi, invece, preferirebbe che mi dedicassi ad altro.

 

Per don Diana e don Malgesini è solo l’inizio

Credevo di dover concludere il post col paragrafo sopra, ma nel giro di pochi giorni, ancora una volta, ho dovuto allungarlo ulteriormente, per non deludere quanti, tra voi che spero mi leggiate, si siano chiesti cosa penso degli annunci circa le cause di beatificazione e canonizzazione di don Giuseppe Diana e di don Roberto Malgesini, giunti rispettivamente il 18 e il 21 marzo.

Personalmente, non penso che siano una cattiva notizia, anzi: le rispettive Chiese locali hanno fatto bene a impegnarsi per dimostrare quanto si racconta in bene di quei due sacerdoti, tanto simili ma anche con qualche differenza.

La più grossa emerge dalla distanza tra le morti dei due e le decisioni diocesane a loro riguardo: trentadue anni per don Giuseppe, meno di sei per don Roberto. La ragione di questo ritardo è dovuta alle calunnie circolate per anni nei confronti del primo e smentite dalla recente conclusione del processo civile, come racconta lo storico Sergio Tanzarella qui.

Lo stesso autore, nella medesima intervista, lamenta però che don Peppino o don Peppe, com’è più conosciuto soprattutto al Sud, è noto più sul piano della testimonianza civile che di quella cristiana, tant’è che il libro che ha scritto su di lui, ma soprattutto il suo esempio, non vengono presentati quasi per nulla in parrocchie, oratori, centri culturali cattolici e seminari (ma io sono stata, due anni fa, a un incontro su di lui al Pime di Milano).

Quanto a don Roberto, anch’io, come il suo vescovo, sono rimasta strabiliata da come la sua fama di santità si sia diffusa a livello nazionale. Tuttavia, solo per don Giuseppe è stato messo in chiaro che si percorrerà l’indagine circa il martirio in odio alla fede e sono già noti il nome del postulatore (il dottor Paolo Vilotta) e gli attori della causa (la diocesi di Aversa assieme all’Associazione familiari e amici di don Peppe Diana), oltre al parere positivo da parte della Conferenza Episcopale Campana (di cui però non è stata riferita la data precisa).

Per l’altro, invece, questi dati mancano, insieme al più importante: se anche per lui s’indagherà circa il martirio (ma lo escluderei: non mi risulta che don Roberto fosse oggetto di persecuzioni per la sua azione caritativa collegata al suo essere un prete cattolico o vivesse in un ambiente persecutorio), l’offerta della vita (mi sembra più ravvicinabile: tanti lo hanno invitato a non affrontare rischi troppo gravosi) o l’eroicità delle virtù (che forse appare la scelta più comoda, ma non corrispondente alla fama di “martire della carità” che gli è valsa anche l’inserimento nel libro Nuovi Martiri di Luigi Accattoli e Ciro Fusco). Nelle comunicazioni ufficiali, riportate anche da Avvenire, è riferito che nei prossimi giorni seguiranno ulteriori dettagli: ne prenderò nota.

In compenso, da questo articolo in cui è stata interpellata Caterina, sorella di don Roberto, emerge che sarà creata una fondazione in collaborazione tra la famiglia Malgesini e i compagni di ordinazione sacerdotale, immagino anche per rendersi parte attrice della causa.

Ancora una volta, però, il mio “promotore di giustizia interno” m’insinua che non c’è molto da esultare: nessun passo, in nessuna causa, va mai dato per scontato. L’esperienza m’insegna che possono succedere intoppi di vario genere, sia durante l’inchiesta diocesana, sia in fase di elaborazione della Positio, sia durante l’esame da parte dei Consultori teologi o dei cardinali e dei vescovi membri del Dicastero delle Cause dei Santi. In ogni caso, resterò attenta a seguire i successivi sviluppi.

 

Un altro passettino per Sarah Calvano

Infine, dalla puntata dell’altroieri di Verso gli altari su Padre Pio TV ho appreso che lo scorso 18 marzo, nella Messa per il secondo anniversario dell’ordinazione episcopale, il vescovo di Noto monsignor Salvatore Rumeo ha annunciato l’intenzione di chiedere al Dicastero delle Cause dei Santi il nulla osta per la causa di Sarah Calvano, per la quale, come raccontavo nello scorso Testimoniando in breve, è stato comunicato, il 13 gennaio scorso, il parere positivo da parte della Conferenza Episcopale Siciliana.

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