Manuel Foderà: una vita «meravigliosa» accanto a «un Amico davvero speciale»
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| Manuel mentre festeggia il suo quinto compleanno imitando il gesto caratteristico del comico Stan Laurel, noto in Italia come Stanlio (fonte) |
Chi è?
Manuel Foderà nacque a Salemi, in provincia di Trapani e diocesi di Mazara del Vallo, il 21 giugno 2001, figlio di Enza Maria Milana e Giuseppe Foderà, nato dopo i fratelli Francesco e Stefania e lungamente atteso. Fu battezzato due mesi dopo, il 12 giugno, nella parrocchia di San Silvestro Papa a Calatafimi Segesta, in provincia e diocesi di Trapani. A tre anni iniziò a frequentare l’asilo, diventando uno dei preferiti dei suoi compagni. A casa, invece, trascorreva il tempo tra giochi e piccoli scherzi.
Il 27
luglio 2005 varcò per la prima volta l’ingresso dell’ospedale Sant’Antonio
Abate di Trapani: qualche giorno prima, infatti, aveva accusato dolori alla
gamba destra e, insieme all’appetito, aveva perso ogni energia. Dopo dieci giorni di accertamenti, venne
portato all’ospedale IV Maggiore – Di Cristina di Palermo, dove emerse la
ragione di quei dolori: un’infiltrazione massiva da neuroblastoma al IV stadio,
che aveva intaccato le creste iliache del bacino.
Il 12
agosto fu operato per asportare la massa tumorale e innestare il catetere
venoso centrale; il 14 agosto iniziò il primo ciclo di chemioterapia.
Inizialmente protestò di fronte alle cure, ribellandosi di frequente, ma imparò
a fidarsi dei medici, dopo aver saputo che altri bambini stavano come lui.
Iniziò anche a visitare la cappella dell’ospedale, chiedendo aiuto per essere
avvicinato al Tabernacolo.
Mentre
veniva sottoposto ad altri interventi e terapie, sua madre ricorreva alla
preghiera, chiedendo anche ad altre persone di pregare per lui. Poté
frequentare la scuola primaria solo per brevi periodi, a causa dei frequenti
ricoveri; venne però aiutato da sua madre, maestra elementare, e da altri
maestri a domicilio o della “scuola in ospedale”.
Il 13
ottobre 2007, ottenuti i permessi necessari, Manuel ricevette la Prima
Comunione nella cappella del Di Cristina. In quell’occasione, un’amica adulta,
Florinda, gli scrisse che il Signore aveva bisogno di lui per una missione
importante, che era cominciata con l’arrivo della malattia.
Manuel
prese sul serio quelle parole: sempre più di frequente cominciò a parlare di
una “Missione Luce” ricevuta direttamente da Gesù, la quale consisteva nel
riportare a Lui tante persone, a cominciare dai bambini malati, passando per i
sacerdoti e per le persone dal cuore indurito.
Alimentò
il suo rapporto di amicizia con Gesù tramite la Comunione frequente, che gli
veniva portata anche a casa: dopo averla ricevuta, rimaneva in raccoglimento
per circa un quarto d’ora. Tempo dopo, imparò anche la formula della Comunione
Spirituale.
Il
Rosario era tra le sue preghiere preferite: lo recitava coi familiari, ma anche
seguendo la diretta televisiva delle 20.45 su Padre Pio TV. Il 22 giugno 2008
partì coi genitori per Lourdes, in un pellegrinaggio in aereo organizzato
dall’Unitalsi: anche in quel viaggio dimostrò una certa sensibilità verso i
bambini malati.
Il 15
agosto dello stesso anno ricevette la Cresima, insieme alla sorella: aveva
avuto il permesso da monsignor Francesco Miccichè, vescovo di Trapani, che
era venuto a trovarlo di persona per dargli quella notizia. Dopo la
diciassettesima chemioterapia, iniziata il 15 settembre 2008, ricevette anche
l’Unzione degli Infermi.
Nel
novembre 2008 fu pellegrino, con i genitori, nel santuario di Maria
Ausiliatrice ad Alì Terme, per conoscere meglio la storia di suor Maddalena Morano
(beatificata il 5 novembre 1994), che gli era stata presentata da una sua
consorella Figlia di Maria Ausiliatrice suor Alessandra, amica di una monaca
clarissa di San Giovanni Rotondo, suor Chiara, con cui la signora Enza era
entrata in contatto. Visitò anche il santuario della Madonna delle Lacrime a
Siracusa, in quello stesso periodo, nel quale la malattia sembrava dare qualche
tregua.
Manuel
continuò a portare avanti la “Missione Luce” scrivendo molte lettere e
preghiere di suo pugno, trascritte dalla madre che gli faceva da “segretaria”:
voleva che arrivassero a quante più persone possibili. Quando stava meglio, era
pieno di energie, mentre nelle sue conversazioni passava con naturalezza da
riflessioni sulla fede al racconto delle sue esperienze da bambino.
Il 31
luglio 2009 realizzò uno dei suoi sogni: servì per la prima volta la Messa
nella cappella del Di Cristina, insieme a padre Giuseppe, carmelitano, e a don
Ignazio, prete diocesano, che aveva scelto come direttori spirituali.
Nel
2010, durante un ulteriore ricovero, chiese al suo vescovo, che gli
aveva telefonato, un favore: riferire a tutti i sacerdoti della diocesi di far osservare
almeno cinque minuti di silenzio dopo la Comunione, affinché anche l’ultimo dei
fedeli potesse parlare con Gesù che era entrato nel suo cuore.
Il 6
maggio 2010, dopo un sogno in cui dichiarò di essersi trovato in Paradiso,
Manuel non ebbe più paura della morte, ma fu certo della vita eterna. Il 21
giugno festeggiò con tanti amici, nella casa di campagna dei nonni, sempre a
Calatafimi ma in Contrada Giummarella, il suo nono compleanno.
Di lì a
poco fu nuovamente ricoverato al Di Cristina, ma fu chiaro che era ormai alla
fine. Gli venne concesso di essere riportato a casa, ma domandò di poter essere
condotto nella casa dei nonni, verso cui partì dopo che fu organizzata
l’assistenza domiciliare. Morì verso mezzogiorno del 20 luglio 2010, poco dopo
aver ricevuto l’Eucaristia per l’ultima volta.
A
fronte di una fama di santità iniziata subito dopo la morte ed estesa, col
tempo, anche fuori dall’Italia, il 21 giugno 2025 monsignor Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Trapani, promulgò
l’Editto che di fatto iniziava la causa, mentre la prima sessione
dell’Inchiesta diocesana su vita, virtù e fama di santità è stata celebrata
oggi, 26 giugno 2026, nella cattedrale di Trapani.
Dal
giorno del funerale, Manuel riposa nel cimitero cittadino di Calatafimi Segesta.
Cosa c’entra con
me?
La vicenda di Manuel è arrivata a me per la prima volta nel 2014, quando una mia corrispondente (è un termine antico, ma adeguato) mi ha inoltrato un testo firmato da un tale padre Ignazio Bazzana, che parlava proprio di lui.
L’ho
salvato, l’ho letto, ho provato una certa curiosità, ma mi sono fermata lì,
perché ho oscillato tra due sensazioni contrastanti: una notevole meraviglia
per quello che il sacerdote diceva di lui, ma anche una sorta di fastidio per
il moltiplicarsi di testimonianze di bambini, ragazzi e giovani, spinte spesso
dai familiari, sicuri di trovarsi davanti qualcuno con della “buona stoffa”,
per citare l’immagine usata da san Giovanni Bosco nei confronti di colui che,
fino a pochi anni fa, era l’adolescente santo per eccellenza, Domenico Savio
(che c’entra anche con Manuel, come racconterò dopo).
Quasi
due anni dopo, seguendo la trasmissione Bel tempo si spera su TV
2000, ho assistito a una puntata in cui don Valerio Bocci, salesiano sacerdote,
parlava di lui e raccontava di averne scritto la biografia. Non ricordando quel
testo che avevo ricevuto (l’ho ritrovato solo pochi giorni fa, cercando in una
delle mie chiavette se avessi già abbozzato questo post), né quel che avevo
provato leggendolo, ho immediatamente pensato che fosse una storia da
approfondire: così, appena ho avuto l’occasione, ho comprato quel libro,
temendo che finisse fuori catalogo (altrochè, come avrei saputo dopo!), ma l’ho
tenuto da parte ancora un po’.
Il 9
aprile 2019, stando alla cronologia delle mie e-mail, ho scritto a don Valerio,
ma non ricordo come avessi fatto ad avere il suo indirizzo: è sicuro, però, che
l’avevo incontrato alla fiera Tempo di libri qualche mese prima. Ero
intenzionata a chiedere a lui e, per suo mezzo, ai familiari di Manuel, la
verifica di un testo che volevo mandare alla redazione di Agli amici del
venerabile Silvio Dissegna: credo che sia stato uno dei primi della rubrica
che mi ero ritagliata, per raccontare di bambini e ragazzi in fama di santità
ma mettendoli in parallelo col titolare della rivista, che era appunto un
dodicenne.
Neanche
un’ora e mezza dopo, mi ha risposto, mettendo la signora Enza come ulteriore
destinataria del messaggio. L’indomani le ho scritto, ma non ricordo come sia
andata avanti la questione, anche perché non ho la mail di risposta: non vorrei
sbagliarmi, ma credo che mi abbia telefonato e riferito che non conosceva
affatto la storia di Silvio. Mi sono quindi resa conto che, con quegli
articoli, rendevo un duplice servizio: raccontare vicende come la sua e
renderla, in pari tempo, più nota.
Per l’articolo mi ero rifatta alla biografia scritta da don Valerio, nella quale mi aveva colpito, tra gli altri, l’attenzione di Manuel per il ringraziamento dopo la Comunione, praticato in prima persona e raccomandato perfino al suo vescovo. Di fatto, il Messale Romano (e anche quello Ambrosiano), anche nell’edizione in vigore quando lui era vivo, prevede che il momento in cui i fedeli ricevono l’Eucaristia possa essere accompagnato dal “sacro silenzio” per un tempo conveniente. Non so se il bambino lo avesse saputo da qualche suo amico spirituale o se ci fosse arrivato grazie a una delle sue intuizioni.
Alcune
sue espressioni mi avevano fatto sorridere: la definizione dell’Eucaristia come
«una BOMBA DI GRAZIA» (scritto proprio in lettere maiuscole nella lettera
del 21 febbraio 2010), oppure il riferimento alle «magie» operate da Gesù e
dalla Madonna. Se la prima può avere un certo fondamento teologico, sulla
seconda ho qualche riserva, ma può essere benissimo interpretata pensando al
fatto che quelle erano le sue categorie di pensiero.
Mi
aveva poi colpito la sua facilità nello stringere amicizie, sia in ospedale,
sia a scuola (per quel poco che ha potuto frequentarla), sia attraverso i
contatti epistolari o telefonici. Uno in particolare mi ha sorpreso: quello con
padre Carlo Maria Laborde, cappuccino, a lungo responsabile internazionale dei
Gruppi di Preghiera Padre Pio, il quale spesso recitava il Rosario dal
santuario di San Pio da Pietrelcina o dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie,
trasmesso in diretta su Padre Pio TV alle 20.45.
Mi
viene da pensare che sia stato uno dei suoi maestri spirituali, per il modo con
cui guidava la preghiera mariana e per la solennità con cui intonava in latino
la Salve Regina: una volta, quando è venuto a trovare Manuel, l’ha cantata
insieme a lui. Peraltro, anch’io lo apprezzavo e, quando vedevo che c’era lui,
mi veniva in mente quel suo piccolo amico. Non solo: quando ho saputo del suo
trasferimento proprio al termine di uno di quei Rosari, mi sono commossa fino
alle lacrime.
Oltre
alle amicizie terrene, Manuel aveva molti amici in Cielo: la Beata Maddalena
Morano, san Pio da Pietrelcina grazie a padre Carlo, ma anche san Giovanni
Bosco, che dichiarò di aver visto in sogno (curioso, per un Santo che a sua
volta ha avuto sogni importanti nella propria vita!), e il già citato san
Domenico Savio. A proposito di quest’ultimo, sua sorella gli ha ricordato, dopo
il sogno in cui aveva “visto” il Paradiso, che, quando avevano letto la sua
storia, si era dispiaciuto perché era morto così giovane. In quella stessa
circostanza, il fratellino aveva commentato che anche lui, pur amando tanto
Gesù, non voleva morire presto, ma vivere fino a centocinquant’anni per vincere
l’Oscar per i comici insieme a sua sorella.
Manuel,
dopo quel ricordo, le ha risposto che ormai era sicuro che il Paradiso era
aperto anche per lui e che lì avrebbe giocato per sempre (per correttezza,
prima aveva dichiarato che sarebbe venuto a farle i dispetti nel sonno).
Ora che
mi viene in mente, un paragone con le letterine della Venerabile Antonietta Meo
(della quale ho parlato qui)
può sorgere immediato in chi conosce le vicende di entrambi, ma ciascuno
mantiene la propria unicità. Inoltre, i testi di Antonietta non erano
inizialmente destinati alla pubblicazione; invece Manuel ha voluto da subito
che le sue meditazioni e le sue preghiere venissero diffusi.
Il mio
articolo è poi stato pubblicato sul numero 84 della rivista di Silvio Dissegna,
a giugno 2019. Non ho però sviluppato altri elementi che lo avvicinano a
Silvio, come il fatto che entrambi avessero una statua della Madonna da cui
difficilmente si separavano: in una festa di compleanno, Manuel insistette per
mettere alla sua Madonna di Lourdes un cappellino di carta perché
“festeggiasse” con lui.
Dopo
quell’occasione, però, non ho più scritto di Manuel, nemmeno quando il
direttore di Sacro Cuore VIVERE, don Ferdinando Colombo, sollecitato dal
confratello don Valerio, aveva pensato di metterlo nella lista dei personaggi
da trattare per la mia rubrica, anche se poi mi sembra che si sia ricreduto.
Tuttavia, mi ha mandato l’edizione 2020 della biografia, arricchita da nuove
testimonianze, senza sapere che possedevo già la precedente.
L’ho
poi ritrovato in una pubblicazione su altri bambini e ragazzi “santi”, anche se ora le virgolette
sono da togliere per il solo Carlo Acutis, che vi era citato; gli unici che non
conoscevo erano i fratelli Rosaria, Giastin e Cosimo Gravina, dei quali ho
parlato qui.
Quindi ho
visto la puntata di Verso gli altari di Padre Pio TV che inizialmente
doveva essere dedicata solo a lui, presentando anche alcuni interventi di padre
Carlo Maria Laborde dalla trasmissione Frate Asino, ma ha virato su tutt’altro argomento: era il 31 dicembre 2022 e, in diretta, il conduttore ha dato la notizia della morte del Papa
emerito Benedetto XVI, a cui Manuel ha scritto ben due volte (la prima ha avuto
la classica risposta dalla Segreteria di Stato, mentre la seconda risposta è
stata firmata dal Segretario particolare dell’allora Pontefice).
Non ho dimenticato lui e la sua storia, ma la notizia dell’annuncio, da parte di monsignor Fragnelli, di avviarne la causa, mi ha lasciata veramente sorpresa. Mi sono anzitutto domandata perché la sua causa non fosse stata affidata alla Postulazione Generale della Famiglia Salesiana, dati i legami di cui sopra.
In seconda battuta, mi è sembrata un frutto dell’impegno di don Valerio, che nel
frattempo aveva fondato le Edizioni Sanpino, ma ho riconosciuto subito che quella fosse
un’idea riduttiva: a giudicare dalle testimonianze di chi l’aveva conosciuto, quel
bambino doveva aver lasciato un ricordo positivo, trasformatosi in richiesta
d’intercessione, seppur privata.
Ho dato
conto dell’Editto nella mia rubrica di commento all’attualità ecclesiale Testimoniando in breve,
appuntandomi che lui avrebbe meritato un post specifico, appena avrei saputo la
data della prima sessione dell’Inchiesta diocesana.
Nel
frattempo, ho riferito la mia intenzione sia a don Valerio, sia al signor
Giuseppe Foderà, al quale, già che c’ero, ho chiesto gli immancabili santini
per la mia collezione e per diffondere a mia volta l’esempio del bambino.
Ho
quindi ripreso la biografia – anzi, stavolta ho letto la seconda edizione,
riservandomi di procurarmi la terza all’avvio della causa, anzi, avrei
aspettato una nuova ristampa aggiornata – trovando altri aspetti che mi erano
sfuggiti a una prima lettura e ricordando altri che già mi avevano reso più umana,
quindi ancora più simpatica, la vicenda di Manuel.
Tra i
primi rientra la consapevolezza che neanche per lui è stato facile accettare la
sofferenza. Appena ha iniziato le terapie ha protestato vivamente, ma col tempo
ha capito che non serviva a nulla ribellarsi. Guidato da adulti responsabili,
ha maturato il concetto di “Missione Luce” (scritto più frequentemente così, o
anche “Missione di Luce”: c’è una differenza sottilissima), a cui
tornava quando le energie fisiche crollavano e il morale, suo e degli altri, precipitava.
Ho
inoltre ammirato il suo carattere tendenzialmente gioioso, scherzoso a volte,
che si trattasse di fingere di essere un dottore o di organizzare per i suoi
amici, in occasione di quello che sarebbe stato il suo ultimo compleanno, una
caccia al tesoro che aveva, però, un messaggio religioso al suo culmine.
Tra i
lati più ordinari, invece, rientrano i suoi desideri per il futuro: pur essendo
tanto malato, pensava ugualmente a cosa fare da grande, passando dall’attore
comico, al medico, al cuoco. Nello stesso aspetto rientrano le sue passioni: le
costruzioni coi mattoncini Lego, le “comiche” di Stanlio e Ollio, gli episodi
di cartoni animati come Ed, Edd & Eddy o Ben10.
Sarebbe
scorretto, però, escludere il soprannaturale dal suo orizzonte. La biografia
racconta tanti “segni” particolari: fuochi d’artificio fuori orario, terapie
rinviate, dolori acutissimi sopportati senza analgesici o morfina, sogni come
quelli a cui già facevo cenno, profumi e sensazioni di calore. Per non parlare
del sollievo che avvertiva se qualcuno recitava il Rosario accanto a lui e con
lui, oppure se ricorreva ai rimedi estremi come le reliquie ex indumentis
di suor Morano o di padre Pio.
Cosa c’entra con san
Francesco d’Assisi?
Ho riflettuto un po’ per identificare elementi affini tra san Francesco e Manuel, ma ne ho trovato qualcuno. Comincio dall’amore per la creazione, soprattutto per il mare – fu molto felice quando sua madre trovò cerotti speciali per proteggere il catetere venoso e permettergli di fare il bagno – e per la campagna della Giummarella. In una delle sue preghiere, che è stata scelta anche per la sua tomba, fa riferimento alla natura come «opera d’arte del mio Signore / che ha dipinto paesaggi bellissimi per me» e dichiara che ammirarla lo emoziona.
Penso
che assomigli a san Francesco anche per la consapevole adesione alla Croce e
per la contemplazione della Passione attraverso la Via Crucis, che faceva a suo
modo, ovvero percorrendola con la sua macchinina elettrica. Una volta chiese a
sua nonna di aiutarlo a realizzare quattordici croci di pane, per segnare le
stazioni: in una mano reggeva il volante, in un’altra un crocifisso dono di
madre Antonina Cataldo, fondatrice delle Missionarie della Misericordia.
Inoltre, il suo parroco e altri sacerdoti gli chiesero di commentare alcune
stazioni della Via Crucis con parole sue.
Infine,
da quello che ho letto e ascoltato, trovo che Manuel abbia incarnato la
“perfetta letizia” francescana anche in ospedale, coinvolgendo infermieri,
pazienti e madri dei pazienti nella “Missione Luce”.
Il suo Vangelo
Uno dei motivi per cui avevo rimandato questo post era che volevo collocare Manuel nella Corona d’Avvento dei Testimoni: ricordavo di aver visto, in una delle trasmissioni televisive su di lui, il video della recita natalizia del 2009 in cui declamò il suo testo intitolato Un Amico davvero speciale. Il tono enfatico con cui, dal palco, pronunciava quelle parole, non lascia indifferenti: penso proprio che non stesse recitando, ma che credesse davvero in quel che diceva. Se però non mi fossi occupata di lui proprio oggi, credo che avrei deluso quanti, tra i miei lettori, si aspettavano che lo facessi, per non parlare dei suoi familiari e del suo biografo ufficiale.
Al di
là di questa circostanza, sento di poter dichiarare che il modo con cui Manuel
ha incarnato il Vangelo è, ancora una volta, a misura di bambino, ma
aggiornato, per così dire, a tempi più vicini ai nostri; in fin dei conti, sono
passati appena sedici anni dalla sua morte – uso proprio questo termine, non
“partenza per il Paradiso” o simili espressioni, perché, dal momento che Gesù
ha vinto la morte, ritengo che noi cristiani dobbiamo chiamarla col suo nome –.
Quello
che non cambia col passare dei decenni è il nucleo ardente della fede,
alimentato dalla preghiera, dai sacramenti e dal conforto di tante persone.
Manuel lo ha espresso nel suo particolarissimo lessico, col suo carattere
esplosivo come i fuochi d’artificio che amava tanto, ma anche attraverso testi
che riflettono il suo cuore.
In uno
di questi, inviato a suor Maria Agostina, una delle monache che lo
accompagnavano con la loro preghiera da un convento di Urbino e datato 7
dicembre 2009 (accompagnava una lettera alla Madonna per la festa
dell’Immacolata), ha tracciato quasi un bilancio dei suoi nove anni di vita:
Non pensavo di poter
vivere una vita così bella, meravigliosa e speciale. Lo sapete perché? Perché
ho conosciuto un amico davvero speciale che non mi lascia mai solo, che mi
tiene stretto al suo cuore e mi dice: «Il mio cuore non è il tuo ma il mio e io
vivo in te».
Quest’ultima
frase fa parte di una delle intuizioni che Manuel affermò di aver ricevuto
durante il ringraziamento alla Comunione e risale a una domenica di agosto del
2009. L’esito dell’inchiesta diocesana e i successivi passi, che non vanno mai
dati per scontati, dimostreranno se davvero lui ha lasciato vivere nel suo
cuore e comunicato agli altri l’Amico speciale di cui, a quanto pare, non
riusciva a fare a meno.
Per saperne di più
Valerio Bocci, Manuel – Il piccolo guerriero della luce, Edizioni Sanpino 2025, pp. 287, € 16,00.
Terza
edizione, lanciata dopo l’annuncio della causa, della prima biografia di
Manuel, basata sui diari di sua madre, sui suoi scritti e sulle numerose
testimonianze raccolte dopo la sua morte.
Valerio Bocci, Manuel e il segreto della felicità, Edizioni Sanpino 2022, pp. 112, € 10,00.
La
storia di Manuel raccontata ai bambini come lui. Attenzione: è in ristampa.
Manuel Foderà, Le mie preghiere, Edizioni Sanpino 2022, pp. 48, € 4,50.
Raccolta
delle preghiere che Manuel componeva e inviava ai suoi amici e a quanti sentiva
che ne avessero bisogno.
Valerio Bocci, La mia prima comunione - A tu per tu con Gesù, come MANUEL "il piccolo guerriero della luce", Edizioni Sanpino 2023, pp. 48, € 3,50.
Un
testo dedicato ai bambini che si preparano alla Prima Comunione, per insegnare
loro come vivere l’amicizia con Gesù sull’esempio di Manuel.
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