Io c'ero #56: cosa ho imparato al convegno «La santità nella Storia» (prima parte)

E questo è perché mi sono contenuta!
Sono
tornata da un nuovo viaggio a Roma, per il convegno La santità nella Storia,
organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi e svolto al Pontificio Ateneo
Augustinianum da lunedì 19 a mercoledì 21 (ma mi sono trattenuta fino a giovedì
mattina).
Ammetto
che, stavolta, non mi sentivo molto intenzionata a partire, sebbene il tema e i
relatori fossero decisamente di mio interesse. Alla fine ho ascoltato i
consigli dei miei cari, della famiglia che ormai mi ospita da qualche tempo
quando vado a Roma e di alcuni quasi-colleghi giornalisti, quindi ho preparato
i bagagli, immaginando che, come al solito, sarei tornata più carica di quando
sono partita. Di fatto è andata così, non solo in senso materiale.
A ogni
giornata di convegno inserirò il rimando al relativo articolo di Vatican
News, per completezza. Dato che, come al solito, non sono riuscita a essere
sintetica, divido il mio racconto in due parti.
Primo
giorno e primi incontri
Il primo giorno di convegno si è aperto con una notizia che ha fatto piacere a tutti: il cardinal Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha annunciato che il primo impegno pubblico di papa Leone dopo l’operazione al polmone sarebbe stato con noi.
Nel
resto del suo discorso introduttivo, il cardinale ha dichiarato da una parte
che i Santi e le Sante sono uomini e donne concreti, inseriti in contesti che a
volte hanno reso difficile il loro cammino, dall’altra che, nel corso della
Storia, anche la comprensione del loro vissuto può cambiare.
Lo ha
mostrato con due casi, entrambi a me molto presenti: il primo è quello di san
Luigi Gonzaga, che, come ha appurato nel suo recente viaggio nella diocesi di
Mantova, nel quale ha beatificato madre Maria Ignazia Isacchi (della quale ho
parlato qui)
e celebrato la Messa nel santuario appunto di San Luigi a Castiglione delle
Stiviere, ora non è quasi più percepito come il Santo giovane per eccellenza,
penitente, con lo sguardo rivolto al Crocifisso, ma come un ribelle alle
convenzioni nel nome di un ideale più alto, quello della carità, che lo
condusse a morire per una grave pestilenza.
Il
secondo è quello di san Giuseppe da Copertino: il cardinale, che è pugliese di
nascita come questo Santo tanto invocato dagli studenti, ha commentato che non
gli rende giustizia ricordarlo solo per passare qualche esame o per ottenere un
buon voto a scuola.
La
prolusione, affidata al professor Roberto Rusconi, ha descritto il cambiamento
dell’approccio storico-critico nell’affrontare i Santi e la santità,
presentando anche alcuni interrogativi circa le biografie storiche di credenti
impegnati nella politica ad alti livelli e su come esse a volte non tengano
conto dell’esperienza di fede di questi personaggi (un tema che io e Luigi
Accattoli abbiamo invece affrontato nel nostro libro Otto alla Costituente).
Nel dialogo in sala, invece, ha sottolineato che la santità è un tema da
affrontare e da valutare, ma partendo sempre dalla santità percepita.
In
questa prima giornata ho avuto anche il tempo di una breve visita alla chiesa
di Santo Spirito in Sassia, nella quale sono in corso lavori di restauro, per
la Coroncina della Divina Misericordia, e per un passaggio alla libreria Ancora
di via della Conciliazione. Ho rivisto molte persone che avevo incontrato nei
convegni precedenti, ma non mi sono ancora lanciata nel cercare nuovi agganci
utili per i miei articoli.
I consigli degli esperti
Se il
primo giorno era stato un po’ magro quanto ai nuovi incontri, il secondo è
partito benissimo, quando mi sono trovata a fianco il sacerdote che segue,
nella fase romana, il Servo di Dio Renzo Pietro Buricchi, padre di famiglia, il
quale aveva trasformato la sua tabaccheria a Prato in un circolo di
spiritualità (avrei qualcosa da raccontare su ciò che mi lega a lui: spero di
farlo presto).
Monsignor
Claudio Palumbo, vescovo di Termoli-Larino, che ha tenuto il primo intervento, ha
rimarcato il legame tra Teologia e Storia viste come scienze autonome, ma con
una stretta reciprocità, basata su metodi che possono essere comuni. Per lui, i
Santi a volte sanno di apparire gente “invadente” e “guastafeste”, ma lo fanno
per tradurre il Vangelo in azioni concrete.
La
riflessione di monsignor Sandro Corradini, che per un ventennio è stato Relatore
generale nell’allora Congregazione delle Cause dei Santi (ossia faceva scavare
in profondità per capire meglio il soggetto in esame) e poi è stato Promotore
della Fede nella stessa Congregazione (ovvero aveva il compito di mettere il
freno alle pressioni per far avanzare le cause), ha puntualizzato alcuni
elementi che non vanno esclusi quando si lavora a una causa di beatificazione:
prendere esempio dalla pazienza di Dio e stare attenti al “santo subito” (non
credo che lo avesse affermato in polemica con la canonizzazione di Giovanni
Paolo II, sebbene abbia rimarcato il paradosso nell’esortazione a «fare presto
e fare bene», circa le cause, che il medesimo Papa dava); lavorare con grande
umiltà, cominciando il lavoro con un bel segno di croce prima di trattare
qualche vita santa (dovrei farlo più spesso anch’io); quando si scrive di un
sacerdote, non trascurare la sua vita in Seminario; parlare se possibile della
famiglia, se il candidato aveva fratelli e sorelle e se aveva qualche parente
religioso che poteva aver influito sulla sua formazione; presentare anche le
testimonianze negative, che nelle Positiones più recenti gli paiono non
risaltare abbastanza.
Il
racconto del padre gesuita Robert Godding, direttore della Societé des
Bollandistes, su come la ricerca anche filologica ha aiutato nella
comprensione delle antiche vite dei Santi dai primi secoli fino alla prima età
moderna, mi ha ricordato gli anni dell’università, quando, per conto di un
prete della mia parrocchia, consultavo dall’aula di informatica gli Acta
Sanctorum, sia perché al tempo non disponevo di una connessione Internet,
sia perché era un sito a cui si poteva accedere solo a livello accademico.
Nel
dialogo in sala seguito ai tre interventi, i relatori hanno concordato
nell’esortare a non mettere nei dati il proprio pensiero, a non trarre
conclusioni affrettate, a raccontare verità anche scomode e a far risaltare la
forza della verità. Il cardinal Semeraro ha confermato queste conclusioni
raccontando l’esempio di san Pacomio, che decise di diventare cristiano perché
interrogato dalla carità dei cristiani che accudivano lui e altri prigionieri.
Pausa
pranzo tra pergamene e dialoghi in spagnolo-italiano
Nell’ora e mezza libera, oltre a mettere qualcosa sotto i denti, ho compiuto una missione per conto di una mia amica, che voleva una pergamena per la benedizione apostolica in occasione del suo decimo anniversario di matrimonio. Sono quindi andata all’Ufficio Pergamene dell’Elemosineria Apostolica, ma, arrivata allo sportello col mio modulo debitamente compilato, mi sono sentita rispondere che l’anniversario era trascorso da più di tre mesi; alla fine, per non sprecare il tempo trascorso in coda, ho fatto segnare una semplice benedizione per la coppia, non per il decimo di matrimonio.
Peraltro,
ero in ansia perché, appena arrivata all’Augustinianum, ho telefonato alla Casa per ferie San Giuseppe della Montagna, delle Madri degli Abbandonati e di San Giuseppe della
Montagna: non perché avessi bisogno di un alloggio, ma perché, a marzo, avevo
contattato quelle suore per conoscere meglio la loro fondatrice, la Beata Petra di San Giuseppe, dopo aver visto su TV 2000 un film su di lei, e non avevo più
ricevuto risposta.
Sono
arrivata in lieve ritardo, ma sono stata accolta calorosamente dalla signora Elisabetta
e da madre Francisca, suora spagnola da due anni a Roma, che aveva già ricevuto
l’articolo che volevo correggere e le domande che mi erano venute dopo il film.
Rimando il resto del racconto al post che, a Dio piacendo, dedicherò alla Beata
Petra, magari nella prossima Corona d’Avvento dei Testimoni.
Il
giro del mondo… in 80 minuti
Nel pomeriggio si sono tenuti alcuni degli interventi che attendevo di più, definiti dal giornalista Enzo Romeo, che moderava la seconda parte della giornata, un giro del mondo in più o meno ottanta minuti: ciascuno dei quattro relatori, infatti, ha presentato storie di Santi che hanno effettivamente cambiato la storia di alcune parti del mondo.
Il professor
Guzmán Carriquiry Lecour, membro del Comitato Pontificio per i Congressi
Eucaristici Internazionali e già segretario della Pontificia Commissione per
l'America Latina, ha evidenziato l’apporto di figure come san Juan Diego Cuauhtlatoatzin, il
destinatario delle apparizioni della Madonna di Guadalupe, o del beato Roque González,
missionario gesuita insieme ai suoi compagni, o di santa Francesca Saverio
Cabrini, che attraversò a piedi le Ande.
L’arcivescovo
Fortunatus Nwachukwu, segretario della Sezione per la prima evangelizzazione e
le nuove Chiese particolari del Dicastero per l'Evangelizzazione, si è occupato
dei Santi che hanno inciso sulla vita dell’Africa, da quelli dell’antichità
come sant’Agostino a quelli che hanno affrontato il martirio per restare fedeli
a quanto avevano imparato, come i Santi Carlo Lwanga e compagni, i due Beati
Maria Clementina Anuarite Nengapeta e Isidore Bakanja, già evocati al convegno
dello scorso settembre, e il Venerabile Cyprian Michael Iwene Tansi, che però
divenne trappista nel Regno Unito e vi morì.
Padre
Dinh Dinh Anh Nhue Nguyen, occupandosi dell’Asia e dell’Oceania, ha esordito
ricordando che Gesù si è fatto uomo proprio nel continente asiatico, come aveva
scritto san Giovanni Paolo II in Ecclesia in Asia, ma anche lui ha
citato storie di Santi che hanno inciso su quel territorio, tra martiri locali,
missionari (ho apprezzato la menzione del Beato Giovanni Mazzucconi, del quale
raccontavo qui) e fedeli uniti nella stessa testimonianza.
Il
professor don Roberto Regoli, della Pontificia Università Gregoriana, ha invece
acceso i riflettori sui Santi che hanno cambiato l’Europa, andando oltre gli
schemi più immediati: a suo dire, infatti, non sono stati san Benedetto da
Norcia e san Francesco d’Assisi a dare nuovi mezzi per vivere il Vangelo nel
tempo, ma i loro seguaci. Ha quindi presentato rapidamente Santi pastori, Santi
fondatori, Santi politici (compresi Costantino e Carlo Magno, che godono di
culto nelle Chiese orientali l'uno, solo ad Aquisgrana l'altro), escludendo i martiri, perché, più che aver cambiato la Storia europea,
sono stati di supporto ad altri.
Anche
in questo dialogo in sala, il cardinal Semeraro ha tratto brevi conclusioni,
ossia che da tutti quei dati e nomi emerge che la santità è davvero un seme
gettato nella terra buona, ma anche che la colomba dello Spirito Santo vola
dappertutto.
Prima di
andarmene, ho riferito al dottor Romeo che ho recensito qui sul blog ben due
dei suoi libri: Last Christmas e le altre e Santi per i giorni d’oggi,
quest’ultimo citato da lui stesso all’inizio della sessione pomeridiana dei
lavori.
Continua…


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