Giacomo Gaglione, alla scoperta della felicità nel dolore

 

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Chi è?

Giacomo Gaglione nacque a Marcianise, in provincia e diocesi di Caserta, il 20 luglio 1896, primo dei dieci figli di Valerio Gaglione, avvocato, e di Amelia Novelli, casalinga. Crebbe nell’agiatezza della sua famiglia, circondato dall’affetto di parenti e amici.

Nella prima giovinezza fu energico e intelligente, praticava il calcio e il ciclismo ed era ammirato per le sue doti nelle feste da ballo. Frequentò il liceo «Pietro Giannone» di Caserta, pensando di seguire la tradizione familiare da parte paterna e di diventare lui stesso avvocato.

Tuttavia, mentre stava salendo in carrozza per andare a sostenere l’esame di licenza ginnasiale, accusò i primi sintomi di una poliartrite acuta reumatica deformante, ossia il morbo di Bechterew-Pierre Marie-Strumpell.

Dal 20 ottobre 1912, sei giorni dopo aver ricevuto la Cresima, si mise a letto e, da allora, non camminò più. Quell’evento distrusse anche il suo desiderio di formarsi una famiglia: era innamorato, ricambiato, di Maria Morelli, figlia di una sorella di suo padre, la quale però, nel 1918, fece capire che il fidanzamento era da interrompere.

Giacomo arrivò a pensare più volte al suicidio, ma nel 1919 venne a conoscenza della storia di padre Pio da Pietrelcina (canonizzato nel 2002) e di come gli fossero attribuiti prodigi e guarigioni. Con una piccola delegazione di parenti e qualche amico, si fece portare a San Giovanni Rotondo, dove quel frate cappuccino viveva, e si confessò da lui.

Non tornò guarito, ma con un radicale cambio di mentalità: iniziò a studiare le Sacre Scritture, soprattutto i Vangeli e le lettere di san Paolo, e si affidò al suo parroco come direttore spirituale. Il 15 agosto 1919 aderì al Terz’Ordine Francescano.

Sempre seguendo i consigli del suo parroco, si diede alla pittura: i suoi dipinti, perlopiù di soggetti sacri, attirarono l’interesse di altri artisti casertani. Alla morte di suo padre, pur essendo lui stesso bisognoso di assistenza, divenne la guida e il perno della famiglia.

Nell’agosto 1929 compì il suo primo pellegrinaggio a Lourdes, durante il quale si rese conto che tanti ammalati desideravano riacquistare la salute, ma non per cambiare vita. Per aiutarli a dare un senso alla sofferenza, Giacomo, che non era tornato guarito neanche da quel pellegrinaggio, collaborò ad alcune riviste e divenne scrittore: attraverso i suoi libri e la corrispondenza che da essi derivava, consigliò gli infermi come lui.

Quell’esperienza lo condusse anche ad accettare la proposta d’istituire la “Lega spirituale fra gli ammalati reduci di Lourdes”, inizialmente agganciata all’Unitalsi. L’associazione si trasformò poi nell’Apostolato della Sofferenza, approvato ufficialmente dal vescovo di Caserta Bartolomeo Mangino il 21 marzo 1948 ed elogiato da papa Pio XII.

Negli anni successivi, Giacomo si trasferì a Capodrise, sempre in provincia e diocesi di Caserta,  per stare vicino alla sorella Rosa, da poco rimasta vedova. Dalla sua sedia di ferro scrisse lettere e opuscoli per gli aderenti all’Apostolato della Sofferenza e per tutti quelli che ricorrevano a lui. Celebrò a modo suo i cinquant’anni di malattia, con uno dei suoi libretti, ma era ormai grave: morì il 28 maggio 1962 nella sua casa di Capodrise.

Il 3 aprile 2009 papa Benedetto XVI autorizzò la promulgazione del decreto sull’eroicità delle virtù di Giacomo, i cui resti mortali riposano dal 1964 nella chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Capodrise.

 

Cosa c’entra con me?

Il mio primo contatto con la storia di Giacomo è avvenuto intorno al 2009, attraverso la biografia e le lettere di Pietro Gonella, seminarista di Asti, anche lui costretto a letto da una grave malattia, precisamente una nefrite acuta, poi ordinato sacerdote con dispensa (qui il racconto del mio legame con lui). 

Non si sono mai scambiati lettere, ma Pietro ha letto alcuni dei suoi opuscoli e le sue prime biografie grazie a una sua corrispondente, la quale faceva parte della Legio Mariae come lui stesso: lo considerava un fratello nello spirito, oltre che un modello. Tra l’altro, la prima lettera nella quale ne parla è datata 21 maggio 1962, una settimana esatta prima che Giacomo morisse.

Parecchi anni dopo, approfittando di un’offerta speciale, ho ordinato un libro su di lui, ma, come spesso mi accade, non l’ho letto subito. Lo avevo sicuramente presente, però, quando, al convegno di studio organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi nel 2002 ho conosciuto il suo postulatore, don Antonio Di Nardo, il quale mi ha sollecitata a interessarmene.

L’occasione è finalmente arrivata tre settimane fa, quando, dalla redazione delle pagine di Catholica del quotidiano Avvenire, mi è arrivata una proposta che ho ribattezzato “compito delle vacanze”: per ogni settimana dei mesi estivi, al mercoledì, dedicare a un candidato agli altari (cioè da Beato a Servo di Dio) italiano, vissuto in anni relativamente vicini a noi, un articolo in cui presentare la sua testimonianza in riferimento a qualche tema di attualità.

Il nome di Giacomo è stato il secondo a cui ho pensato, dopo quello della Serva di Dio Santa Scorese, della quale mi sono più volte occupata qui sul blog; ne avevo quasi pronto un altro sul Venerabile Giuseppe Castagnetti, che presenterò presto anche da queste parti. Tuttavia, larticolo su Giacomo non uscirà domani, ma nelle prossime settimane.

La ragione era che ritenevo possibile collegare la sua storia con la questione della legge sul fine vita, su cui nel nostro Paese si continua a dibattere. Anzi, ero arrivata a immaginare che, vivesse oggi, Giacomo avrebbe fatto di tutto per dichiarare che la sua era vita e che non intendeva fare in modo che altri decidessero di essa al posto suo.

Mi sono quindi cimentata con la lettura del saggio che avevo comprato, scritto dal postulatore stesso (è la sintesi della sua tesi di dottorato in Teologia dogmatica), peraltro in un periodo in cui, per ragioni familiari, ho avuto e sto avendo molto a che fare con ospedali e affini.

Andare e venire dalle visite e dai controlli mi ha tolto tempo prezioso per scrivere e per leggere, anche se nei viaggi in tram e nei tempi d’attesa ho comunque combinato qualcosa, per cui sono arrivata a un punto di esasperazione tale da aver esclamato che non serve pregare per chi è ammalato, se prima o poi tutti dobbiamo morire. Credo che, se Giacomo mi avesse udita, mi avrebbe rimproverata severamente, anzi, lo ha fatto attraverso le citazioni dei suoi scritti – ecco un elemento che ci accomuna: la scelta di esprimere con la scrittura la fede che ci anima – di cui il testo è punteggiato.

Ho quindi capito che anche un malato può servire per dare gloria a Dio, anche se il suo corpo o la sua mente sono limitati. Nel caso di Giacomo, la sua malattia ha risparmiato solo la sensibilità in alcune dita e gli occhi: con le prime ha dipinto (per i curiosi, ecco alcune delle immagini mariane da lui realizzate), scritto, letto, trasmesso le convinzioni che gli erano state mostrate per la prima volta da padre Pio in quella fatidica confessione.

Mi è venuto da domandarmi cos’altro sarebbe riuscito a realizzare, se ai suoi tempi fossero esistiti i puntatori oculari per la comunicazione facilitata, come quelli che avevano aiutato a esprimersi il giovane Marco Bettiol del Movimento dei Focolari (qui la sua storia) o la monaca carmelitana suor Maria Concetta della Trinità e di Gesù Crocifisso (di cui ho parlato qui).

Tra i numerosi aspetti della sua spiritualità, mi ha incuriosita un’espressione quasi paradossale. Col passare del tempo, infatti, non solo Giacomo era diventato convinto di non dover chiedere a Dio la guarigione, ma aveva perfino paura di guarire: pensava, infatti, che se non fosse stato più malato avrebbe perso un’occasione per parlare agli infermi in maniera assai più credibile di tanti discorsi sulla sofferenza, anche lodevoli e cristianamente ispirati, ma teorici.

Pur essendo bloccato fisicamente, Giacomino – era un uomo grande e grosso, ma i suoi familiari e padre Pio stesso lo chiamavano così – ha avuto legami spirituali con figure a loro volta proposte come esempio per i fedeli e che c’entrano con me.

Oltre appunto a san Pio, è accertato che entrò nella sua vita anche san Giuseppe Moscati, già noto per il suo acume clinico e per la sua fede attenta (ecco il mio post su di lui): visitò suo padre e dichiarò che era in fin di vita, poi Giacomo. Per lui affermò di aver visitato un altro paziente con la stessa malattia, morto in  concetto di santità: lo stesso augurava anche a lui.

Meno nota di colui che, per decenni e almeno qui in Italia, è stato il “medico santo” per eccellenza, è la Serva di Dio Domenica Crocifissa Lolli, detta Mamma Nina (della quale parlavo nella scorsa Corona d’Avvento dei Testimoni). Lei non ha conosciuto direttamente Giacomo, ma sua sorella Nicolina, la quale custodiva una statua di Gesù Bambino, anzi, Gesù Piccolino, che le era molto cara. Oggi quella statua è conservata dalle Sorelle di Gesù Eucaristia e dei Poveri, le quali gestiscono anche la casa di Capodrise.

Nel suo saggio, il postulatore fa notare che c’è un “grado di separazione” tra Giacomo e san Bartolo Longo (ecco cosa scrivevo di lui in occasione della canonizzazione dello scorso 18 ottobre): la conversione di quest’ultimo è iniziata a Maddaloni, vicino Caserta, grazie al professor Vincenzo Pepe, suo amico.

Giacomo conosceva bene la sua vicenda: tra i suoi testi inediti c’è una Preghiera alla SS. Trinità per Don Bartolo Longo. Il titolo non fa una piega, dato che non invoca direttamente Bartolo come santo; sarebbe da controllare il resto del testo. Quanto al “don”, è l’onorifico per le persone distinte che si usa tra Napoli e Caserta (lui stesso era noto come “don Giacomino”).

Il santuario della Madonna del Rosario di Pompei, fondato da san Bartolo, è stato uno dei luoghi di pellegrinaggio prediletti da Giacomo, ma ce n’è un altro che io ho imparato a frequentare relativamente da poco: il santuario della Madonna del Buon Consiglio a Torre del Greco, voluto dal Servo di Dio Raffaele Scauda (non ho ancora trovato l’occasione di parlare di lui, ma conto di riuscirci).

Don Antonio, che è anche il suo postulatore, mi ha segnalato che è plausibile che tra quel sacerdote e Giacomo ci sia stato almeno un contatto, perché esiste una foto di un pellegrinaggio dell’Unitalsi in quell’altro santuario, in cui si vede la sua figura: evidentemente risale al tempo in cui lui era ancora membro attivo di quell’associazione, prima di fondare l’Apostolato della Sofferenza. Quanto a questa realtà, nella conversazione che abbiamo avuto per l’articolo per Avvenire, gli ho chiesto se vada avanti; mi ha risposto che è stata ripresa in tempi recenti.

Padre Pio TV, emittente dei Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo, ha dedicato molte trasmissioni al rapporto tra Giacomo e san Pio da Pietrelcina. Segnalo questa, del programma Toccati da Dio, del 28 gennaio 2019.



Cosa c’entra con san Francesco d’Assisi?

Il legame più evidente tra Giacomo e san Francesco risiede nell’adesione al Terz’Ordine Francescano, oggi Ordine Francescano Secolare: come ho già scritto indossò lo scapolare il 15 agosto 1919, nella medesima chiesa di Marcianise, dedicata proprio a quel Santo, dove aveva ricevuto la Prima Comunione e la Cresima. Il suo stesso nome da terziario era frate Francesco e, come il Santo, volle morire adagiato sulla nuda terra, o meglio sul pavimento di camera sua.

Un secondo e più sottile elemento comune mi sembra di ravvisare nella conversione affrontata da entrambi, ma non nel senso di passaggio da una religione all’altra, quanto da un modo di vivere all’altro.

C’è però una piccola differenza: se per il giovane Francesco questo cambiamento era passato per l’incontro e il bacio al lebbroso, Giacomino era lui stesso “lebbroso”: non aveva una malattia infettiva, ma era ugualmente estromesso dalla società, privato dei suoi sogni, quasi considerato una vergogna, tanto più che i suoi pellegrinaggi a San Giovanni Rotondo e a Lourdes non avevano avuto la guarigione come esito. Solo quando ha preso coscienza che, pur da malato, poteva essere prezioso per gli altri, anche la vita di chi gli stava attorno è cambiata.

 

Il suo Vangelo

Il Venerabile Giacomo ha saputo andare oltre il limite di un corpo impedito per renderlo strumento di testimonianza credibile e sorprendente. C’è da restare sbalorditi di fronte a quello che è riuscito a compiere, considerati i mezzi del tempo; certo, godeva di una certa agiatezza, almeno finché era vivo suo padre, ma la produzione letteraria è tutta merito suo.

I racconti delle sorelle e di chi gli è stato vicino hanno completato il quadro della sua vicenda, senza edulcorarla, ma rendendola ancora più concreta e dolorosa, ma allo stesso tempo luminosa, secondo un altro paradosso cristiano evidente in lui.

Prima di morire, Giacomino ha pubblicato il suo ultimo libretto, 50 anni per saper sorridere, che suona quasi come un testamento spirituale, o come una sintesi delle sue intuizioni. Alle pagine 9-10 contiene sia una certezza, sia un interrogativo:

Il vero bene non è quello che persegue il nostro capriccio. È l’ubbidienza alla santa volontà di Dio che costituisce per noi la vera felicità nello stato in cui ci troviamo.

A me la malattia ha provocato tale gioia intima, ma l’ho capito subito? [...] E lo capiscono tutti? [...]

Una domanda che risuona ancora attuale, perché Dio non vuole il dolore, ma che tutti trovino la felicità, anche in mezzo a sofferenze di vario genere.

 

Per saperne di più

Antonio Di Nardo, Giacomo Gaglione – La pienezza della gioia nella riscoperta del senso del dolore, Velar 2012, pp. 48, € 4,50.

Sintetica e illustrata presentazione della vita e della spiritualità di Giacomo.

Antonio Di Nardo, Seme di gloria – L’itinerario di fede di Giacomo Gaglione, Libreria Editrice Vaticana 2019, pp. 170, € 12,00.

Un saggio teologico sulle basi del cammino spirituale percorso da Giacomo e che lui indicava agli altri sofferenti.

 

Su Internet

Sito ufficiale della sua causa 

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