Avviso

In obbedienza ai decreti di Urbano VIII, quando su questo sito vengono trattati semplici Testimoni e vengono usate espressioni come “santo”, “degno degli altari” e simili, l’Autrice non intende in nulla anticipare il giudizio ufficiale delle competenti autorità ecclesiastiche.
S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

domenica 23 dicembre 2018

Padre Charbel Makhlouf, come cedro forte del Libano (Corona d’Avvento dei Testimoni 2018 # 4)

Chi è?
Fonte
Youssef Antoun (in italiano, Giuseppe Antonio) Makhlouf nacque nel villaggio di Beqaa Kafra, in Libano, nel 1828, probabilmente l’8 maggio. Era uno dei cinque figli di Antoun Zaarour Makhlouf e Brigita Issa Chidiac, di mestiere contadini.
Rimasto orfano di padre a tre anni, passò sotto la tutela di Tanios, un fratello del padre. L’influsso di due zii materni, eremiti nella valle della Qadisha, e del secondo marito di lei, un uomo molto devoto, contribuì a far riflettere Youssef sulla propria vocazione.
Così, nel 1851, lasciò la propria casa per entrare nell’Ordine Libanese Maronita, presso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq, sulle montagne di Byblos. Nel novembre dello stesso anno vestì l’abito religioso e cambiò nome in fratel Charbel. L’anno successivo si trasferì al monastero di san Marone ad Annaya, dove emise i voti solenni il 1° novembre 1853.
Completò gli studi teologici nel monastero dei Santi In seguito, fratel Charbel fu mandato al monastero dei Santi Cipriano e Giustina a Kfifan, avendo come docente di Teologia Morale padre Nimatullah Kassab al-Hardini (canonizzato nel 2004).
Dopo l’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 23 luglio 1859, padre Charbel tornò ad Annaya. Sei anni dopo, ottenne di poter diventare eremita nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, non lontano dal monastero. Visse in quel luogo altri ventitré anni, digiunando e pregando.
Il 16 dicembre 1898, mentre celebrava la Messa, fu colpito da apoplessia: morì dopo otto giorni di agonia, il 24 dicembre. È stato sia beatificato sia canonizzato dal Papa san Paolo VI, rispettivamente il 5 dicembre 1965 e il 9 ottobre 1977. I suoi resti mortali sono venerati nel monastero di San Marone ad Annaya, in un’urna di legno di cedro.

Cosa c’entra con me?

domenica 16 dicembre 2018

Don Vincenzo Romano, con la stessa carità che mosse Gesù a farsi uomo (Corona d’Avvento dei Testimoni 2018 # 3)


Ritratto di san Vincenzo Romano
conservato nella sua casa natale in via Piscopia a Torre del Greco,
usato per l’arazzo della canonizzazione
(per gentile concessione di don Giosuè Lombardo)
Chi è?

Vincenzo Romano (al Battesimo, Domenico Vincenzo Michele) nacque a Torre del Greco, in provincia e diocesi di Napoli, il 3 giugno 1751, ultimo dei sei figli di Nicola Romano e Grazia Rivieccio.
A quattordici anni domandò di poter entrare nel Seminario Diocesano di Napoli, riservato agli aspiranti sacerdoti al di fuori di Napoli città, ma inizialmente fu respinto perché c’erano già molti suoi compaesani. Alla fine fu ammesso a partire dall’anno scolastico 1765-’66. Venne ordinato sacerdote il 10 giugno 1775.
Sin dagli inizi del ministero, don Vincenzo visse a Torre del Greco, con uno zelo tale da meritarsi il soprannome di “prevete faticatore” (“sacerdote lavoratore”, in dialetto). Assistette la popolazione anche dopo l’eruzione del Vesuvio del 15 giugno 1794, che distrusse gran parte della città e la chiesa parrocchiale di Santa Croce.
Nel 1796 fu nominato economo curato di Santa Croce e, il 28 dicembre 1799, ne divenne preposito curato, ovvero parroco. Inizialmente si sentì indegno di tale compito, ma s’impegnò a fondo per il suo popolo, tramite la predicazione, la catechesi e l’incoraggiamento a frequentare i Sacramenti. Morì il 20 dicembre 1831, a causa di una polmonite, che aveva debilitato ancora di più il suo fisico.
Beatificato da san Paolo VI il 17 novembre 1963, è stato canonizzato da papa Francesco il 14 ottobre 2018. La sua memoria liturgica cade il 29 novembre, giorno in cui inizia la novena dell’Immacolata, alla quale era molto devoto, perché il giorno della sua nascita al Cielo fa parte delle ferie prenatalizie.

Cosa c’entra con me?

Come ho più volte raccontato, la mia famiglia proviene da Napoli: precisamente, mio padre è nato nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, che un tempo era Comune autonomo, mentre mia madre è di Portici, a otto chilometri dal capoluogo. Ciò nonostante, nessuno dei miei parenti mi ha mai parlato di don Vincenzo Romano, neppure quelli da parte di madre: Portici, infatti, dista circa sei chilometri da Torre del Greco.
Penso, comunque, di aver cominciato a interessarmi a lui proprio durante una mia permanenza al Sud, nelle vacanze natalizie del 2007, quando ho comprato un libro che lo riguardava. Ammetto che non lo trovai molto interessante: c’erano troppe digressioni sulla Napoli di fine ‘700. Di conseguenza, lo lasciai in un armadio della casa della zia che mi ospita abitualmente in vacanza. Mi accontentai di sapere, circa don Vincenzo, quello che era scritto in un pieghevole contenuto nel libro, nulla di più.
Non ricordo quando, non doveva essere passato molto tempo da allora, ma in un bar-pasticceria di Portici ho visto, affissa dietro il bancone, una sua immaginetta. Ho chiesto di poterla vedere più da vicino: chi me la diede mi concesse non solo di osservarla bene, ma anche di potermela tenere.
Diversi anni più tardi, mi è accaduto di leggere sul sito del quotidiano Avvenire che si era conclusa l’inchiesta diocesana relativa a un secondo asserito miracolo, preso in esame quindi per la canonizzazione. Mi domandavo come mai fosse stato possibile riferirlo (ma il nome del miracolato era stato taciuto), dato che uno dei criteri che mi sono data come “agiografa moderna” è quello di non parlare di miracoli se non a beatificazione o canonizzazione avvenuta, o se almeno sono stati riconosciuti come tali con l’apposito decreto.
A parte questo, speravo proprio che quella guarigione eccezionale venisse riconosciuta come miracolosa, così Napoli sarebbe stata arricchita da un ulteriore Santo, anche se, negli ultimi dieci anni, ne aveva già visti parecchi (nel 2009 Caterina Volpicelli, nel 2014 padre Ludovico da Casoria, nel 2015 madre Maria Cristina dell’Immacolata Concezione, per non parlare di Nunzio Sulprizio, il cui miracolo per la canonizzazione è stato approvato dopo quello di don Vincenzo).
La notizia del decreto che confermava le tappe precedenti dell’iter sul miracolo, di conseguenza, mi ha fatto pensare che avrei dovuto tirare fuori da quell’armadio il libro che avevo accantonato. Il problema era che non ricordavo il punto esatto dove l’avevo sistemato e che, in ogni caso, non sarei tornata a Portici prima dello scorso mese di agosto.
Intanto, però, la scheda biografica del futuro Santo per l’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni era in parte da aggiornare, in parte da correggere e ampliare. Partendo da quanto era comparso sul settimanale della diocesi di Napoli, Nuova Stagione, e dall’articolo di Avvenire sopra menzionato, ho provato a rielaborare il testo precedente, ma sentivo che mancava ancora qualcosa.
La persona che poteva aiutarmi era senz’altro il parroco di Santa Croce: ovviamente non don Vincenzo, ma il suo attuale successore, don Giosuè Lombardo. In modo eccezionalmente rapido rispetto a quanto sia abituata, ho ricevuto risposta e ho proceduto all’ampliamento. Inoltre, ho provato a chiedere ai miei parenti di cercare il libro che avevo comprato, ma alla fine ho preferito aspettare di andare io.
Così, dopo il viaggio musicale a Roma per l’incontro dei giovani italiani con papa Francesco, una delle prime cose che ho fatto appena sono arrivata a casa della zia è stata aprire l’armadio e mettermi a cercare il volume. Sembrava proprio non voler venire fuori, ma, come al solito, dovevo solo aprire bene gli occhi.
Ho iniziato la lettura (terminandola solo a ridosso della canonizzazione), ma intanto volevo approfittare della mia permanenza per andare a Torre del Greco; non da sola, però, perché non so ancora muovermi bene coi mezzi pubblici lì. Quando ero sul punto di organizzarmi, il crollo del ponte Morandi a Genova e la morte di quattro giovani nativi proprio di Torre frenò i preparativi. Ancora qualche giorno di attesa, poi, il 29 agosto scorso, ho visitato insieme a mia madre la basilica di Santa Croce, dov’erano e sono venerate le spoglie di don Vincenzo, come riferivo qui. Purtroppo, a causa dello scarso preavviso, non abbiamo potuto vedere la sua casa natale.
Quest’anno non potrò andare a Portici per le vacanze: un’altra mia zia ha avuto un incidente stradale e deve ancora riprendersi del tutto (ma il fatto che sia viva è, per me, una grazia specialissima), quindi resterò a farle compagnia insieme ai miei genitori. Se invece avessimo potuto partire, avrei supplicato di poter tornare a Torre: mi sa tanto che anche il Natale, come la solennità dell’Immacolata, è vissuto in maniera intensissima.
Un altro sacerdote che mi ha aiutata tantissimo a conoscere don Vincenzo è don Francesco Rivieccio, già parroco a Santa Croce, poi postulatore della causa, nonché esperto conoscitore della santità napoletana. È stato ospite della trasmissione Siamo Noi di TV 2000 del 22 maggio 2018 e ho avuto la possibilità di parlargli personalmente poco prima di tornare a Milano quest’estate.

Il suo Vangelo


Il modo in cui san Vincenzo ha incarnato il Vangelo è strettamente collegato alla sua città, che non lasciò praticamente mai. Era un autentico figlio della sua terra, dalla cui religiosità aveva attinto gli aspetti migliori: un affetto sconfinato verso la Vergine Maria, la certezza dell’importanza della pietà popolare, l’affidamento a Dio quando le calamità o le difficoltà della vita in genere fanno sentire il proprio peso.
Insieme a questi aspetti, era consapevole che il popolo andasse educato nella fede, così da evitare esagerazioni o storture. Così si spiega la sua insistenza verso la catechesi e la predicazione pubblica, al pari della preparazione delle omelie e della scrittura di opuscoli di vario genere, ma anche della “Messa pratica”, un vero e proprio imparar facendo applicato alla liturgia.
Tra le sue opere edite c’è quella intitolata Il Santissimo Rosario di Maria Vergine è canale di grazie, con quindici meditazioni per i Misteri del Rosario in vigore all’epoca. Don Giosuè, che non finirò di ringraziare, mi ha suggerito di citare la meditazione sul terzo Mistero della Gioia, la nascita di Gesù a Betlemme, come particolarmente indicata per far rientrare il suo santo predecessore nella Corona d’Avvento dei Testimoni di quest’anno.
Il Figlio di Dio discende dal Cielo alla mangiatoia per portare noi al cielo. E tu perché cammini per la via dell’inferno? Che pazzia! Via, su prega quel Bambino che ti porti al cielo. La carità ha tirato il Figlio di Dio in terra per innalzare l’uomo dalla terra al cielo.
È solo un piccolo estratto, ma fa capire benissimo come don Vincenzo avesse preso quella stessa carità come modello per la propria azione pastorale.

Per saperne di più


Domenico Panariello, San Vincenzo Romano – “Lu prevete faticatore”, Velar 2018, pp. 64, € 6,00.
L’unica biografia attualmente in commercio, uscita in occasione della canonizzazione.

Su Internet

Sito ufficiale, aggiornato alla beatificazione
Pagina Facebook ufficiale, gestita dalla parrocchia di Santa Croce
Scheda biografica sull’Enciclopedia dei Santi, Beati e Testimoni


lunedì 10 dicembre 2018

CineTestimoniando #8: «Uomini di Dio» (Corona d’Avvento dei Testimoni #2)


La locandina italiana del film (fonte)
Des hommes et des dieux, Francia 2010, Xavier Beauvois, Armada Films, France 3 Cinéma, Why Not Productions, 120’

Questo sabato, a Orano in Algeria, sono stati beatificati il vescovo Pierre-Lucien Claverie e altri diciotto religiosi, riconosciuti come martiri perché scelsero di restare al servizio del popolo algerino, che amavano, rispettavano e nel quale avevano molti amici.
Sette di essi, però, sono più famosi degli altri, e la loro fama ha contribuito a dare alla beatificazione di ieri un risalto mediatico superiore alla maggior parte delle cerimonie di questo genere. Parlo dei sette monaci trappisti del monastero di Nostra Signora dell’Atlante (o, se preferite la formulazione francese, Notre Dame de l’Atlas; io abitualmente traduco i titoli delle chiese e dei monasteri, come anche i nomi geografici se hanno un corrispettivo in italiano) a Tibhirine.
Inizialmente, ero indecisa se dedicare loro un post di tipo classico o la recensione di Uomini di Dio, il film che ripercorre i loro ultimi anni, da poco prima del rapimento a quel tragico 24 marzo 1996. Alla fine ho optato per questa recensione, perché temevo di non aver granché da dire riguardo al legame che ho con loro, ma che comunque esiste.
Il collegamento con la Corona d’Avvento dei Testimoni 2018, ossia il mio percorso di avvicinamento al Natale tramite testimonianze specifiche, risiede non solo nel fatto che sono stati beatificati due giorni fa, ma anche nella tematica profondamente natalizia insita nel film.
Le immagini, laddove non indicato, sono tratte dalla scheda del film presente sull’Internet Movie Database.

martedì 4 dicembre 2018

Squarci di testimonianze #25: suor Rosetta, il dottor Lino, don Ennio (Corona d’Avvento dei Testimoni 2018 #1)


Fonte
Qui a lato ho messo, sin dai primordi del blog, i miei contatti sotto la scritta Se conosci un Testimone…. Da sei anni a questa parte, in pochi mi hanno scritto per segnalarmi delle storie a cui tengono; tra questi, ne ho tenute buone due o tre, ma non ho ancora avuto il tempo di raccontarle.
Giovedì 29 novembre, invece, ho trovato nella casella di posta elettronica un messaggio da un tale Luca, che mi ha colpita per la semplicità con cui mi ha raccontato il legame che sente di avere con tre persone che, secondo il suo parere, «vivono con coerenza il Vangelo» e «si adoperano per le persone bisognose».
Come Luigi Accattoli insegna e come cerco di fare, quando si raccontano i “fatti di Vangelo” bisogna presentare tutti i dati possibili, ma il mio lettore non me li ha forniti, per ragioni di riservatezza.
Ecco quindi la sua testimonianza, anzi, quella dei tre Testimoni cui è tanto affezionato (che, adesso, c’entrano un po’ anche con me), come prima candela virtuale della Corona d’Avvento dei Testimoni 2018. Per mantenere la spontaneità con cui Luca mi ha scritto, ho corretto solo la punteggiatura.

sabato 1 dicembre 2018

Un dono di luce dal deserto – Il Beato Charles de Foucauld (Cammini di santità #18)


Fonte
Domani comincia l’Avvento per il Rito Romano, mentre per il Rito Ambrosiano è già la terza domenica. Come ogni anno, inizierò la Corona d’Avvento dei Testimoni, dove abbino a ogni settimana un personaggio. Prima, però, voglio riprendere l’articolo appena pubblicato sulla rivista Sacro Cuore VIVERE.
Due anni fa esatti avevo raccontato qui il mio legame col Beato Charles de Foucauld, in occasione del primo centenario della sua morte. Credevo di aver detto tutto, ma mi sbagliavo: è stato necessario che il direttore della rivista mi chiedesse di scrivere di lui perché me ne rendessi conto.
Per la prima stesura, mi ero rifatta alla scheda che avevo scritto per santiebeati, ma avevo preso in prestito un altro libro, oltre a quello che già avevo, per approfondire la spiritualità foucauldiana. Ho quindi chiesto aiuto al curatore di quel testo, che mi ha dato qualche suggerimento. Tuttavia, quando ho mandato il pezzo al direttore, mi sono sentita rivolgere un rimprovero: era come se avessi ingurgitato informazioni senza digerirle. In più, mancavano alcune informazioni che lui riteneva più importanti.
Ho consultato altri testi, ma non riuscivo proprio a produrre qualcosa di originale. Ero un po’ abbattuta, quando ho incontrato in biblioteca un prete che conosco, il quale mi ha incoraggiata: non potevo sentirmi frenare dalla caratura del personaggio, io che avevo scritto di tante altre figure. Il colloquio mi fece trovare l’ispirazione, ma il resto è stato causato dai fatti della vita.
Alcune questioni in famiglia, non gravi però, mi hanno condotta a occuparmi maggiormente delle faccende domestiche, motivo per cui anche le mie pubblicazioni si sono fatte più rade. In quel modo, mi sono resa conto che quella era la “Nazareth” in cui ero chiamata a vivere. Al mio articolo, quindi, mancava l’immedesimazione col personaggio, quella stessa che avevo afferrato, in maniera analoga, scrivendo di santa Teresa Benedetta della Croce.
Un’ultima revisione, poi ho mandato l’e-mail con l’allegato. Mi sono profondamente commossa quando il direttore, rispondendo, ha dichiarato che quello era il miglior contributo che avessi mai prodotto per lui. Non solo: mi ha anche confermato quanto mi aveva anticipato, cioè che la mia collaborazione retribuita proseguirà almeno per l’anno prossimo, anche perché i lettori gradiscono i miei profilini.
Ecco quindi l’articolo. Spero tanto che piaccia anche a voi, sia che conosciate già il Beato Charles, sia che non abbiate (ma mi sembra difficile) mai sentito parlare di lui.

giovedì 29 novembre 2018

Ambrogio di Milano: da sorvegliante a pastore, con Gesù al centro


Mosaico nella basilica di SantAmbrogio,
sacello di San Vittore in Ciel dOro
Chi è?

Aurelio Ambrogio nacque a Treviri in Gallia (oggi Trier in Germania) intorno al 340, ultimo dei tre figli di un funzionario imperiale. Dopo la morte del padre, ancora bambino, si trasferì con la madre e i fratelli a Roma, dove studiò i classici latini e fu educato alla fede, ma non ricevette il Battesimo.
Iniziò la carriera di magistrato a Sirmio (l’attuale Srijemska Mitrovica, in Serbia), diventando poi, nel 370, consularis, ovvero governatore, delle provincie imperiali della Liguria e dell’Emilia, stabilendosi a Milano. Durante un tumulto popolare cercò di placare gli animi: la folla, ascoltandolo parlare, lo acclamò vescovo. Venne quindi battezzato il 30 novembre 374 e, il 7 dicembre, ordinato vescovo.
Nel corso del suo ministero insegnò ai fedeli come pregare e meditare sulle Scritture, come lui stesso faceva. In particolare, promosse la verginità consacrata e curò la formazione dei catecumeni. Si oppose agli imperatori per difendere la Chiesa e le sue prerogative, restando fedele al Papa di Roma. Morì il 4 aprile 397.
La sua memoria liturgica cade il 7 dicembre, anniversario della sua ordinazione episcopale, ma nel calendario della diocesi di Milano è anche ricordato il giorno del suo transito, il 4 aprile. I suoi resti mortali sono venerati nella cripta della basilica milanese che porta il suo nome, originariamente edificata da lui stesso in onore dei martiri Gervaso e Protaso.

Cosa c’entra con me?

mercoledì 21 novembre 2018

Suor Maria Addolorata del Sacro Costato: in croce, ma contenta


Suor Maria Addolorata nell'Ospedale Maggiore  di Bergamo,
in una fotografia del 27 gennaio 1954
(fonte:  p. 10 dell'inserto fotografico del libro Sinfonia del dolore)
(mi scuso per la scarsa qualità della scansione)
Chi è?

Maria Luciani, al Battesimo Maria Pasqualina, nacque il 2 maggio 1920 a Montegranaro, in provincia di Ascoli Piceno, sesta figlia di Enrico Luciani e Camilla Dezi. Dopo aver ricevuto la Prima Comunione, si trasferì con la famiglia a Morrovalle, in provincia di Macerata, dove conobbe i religiosi della Congregazione della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, ovvero i Passionisti. Terminò le scuole elementari, poi iniziò ad aiutare i familiari nei lavori agricoli.
Avvertì la vocazione religiosa a tredici anni, ma pensò di dover restare accanto a sua madre. Tuttavia, mandò a monte almeno due fidanzamenti, perché il desiderio di consacrarsi era sempre più forte. Così, il 4 giugno 1945, entrò nel monastero delle Suore della Passione di Gesù Cristo, ossia le Passioniste claustrali, di Ripatransone: il 22 agosto 1946 vestì l’abito religioso e cambiò nome in suor Maria Addolorata del Sacro Costato.
Poco dopo la professione dei voti temporanei, avvenuta il 15 novembre 1947, si ammalò. Ricoverata nell’ospedale di Macerata nel settembre 1950, le fu diagnosticata una pleurite; dopo qualche giorno di convalescenza in famiglia, rientrò in monastero. Dovette però uscire di nuovo il 28 giugno 1951; il 4 novembre 1950 aveva emesso la professione perpetua.
Nel dicembre 1952, da poco rientrata una seconda volta in monastero, le venne dichiarato che aveva la tubercolosi polmonare. Per questa ragione, il 9 luglio dello stesso anno, lasciò per sempre Ripatransone, per essere curata in sanatorio.
Dopo alcuni giorni nel sanatorio per religiose di Groppello, in provincia di Bergamo, venne ricoverata nell’Ospedale Maggiore del capoluogo. Per portarla più vicina a casa, ma soprattutto al monastero, fu trasferita nel sanatorio di Teramo, il 31 marzo 1954. Morì in quel luogo il 23 luglio 1954, a trentaquattro anni compiuti.
L’inchiesta diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione si è svolta nella diocesi di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto (dopo aver ottenuto il trasferimento di competenza dalla diocesi di Teramo-Atri, in cui era morta) dal 23 luglio 1995 al 29 settembre 1995. Il 7 novembre 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva dichiarata Venerabile.
I resti mortali di suor Maria Addolorata del Sacro Costato riposano dal 3 settembre 1990 nella chiesa annessa al monastero delle Passioniste a Ripatransone.

Cosa c’entra con me?

sabato 3 novembre 2018

Madre Clelia Merloni: apostola e Beata col Cuore di Gesù


Chi è?

Clelia Merloni (al Battesimo, Clelia Cleopatra Maria) nacque a Forlì il 10 marzo 1861, figlia di Gioacchino Merloni e Maria Teresa Brandinelli. Rimasta orfana di madre a tre anni, fu allevata dalla nonna materna, poi raggiunse il padre, che si era trasferito a Sanremo. Per alcuni mesi fu allieva interna dell’istituto delle Suore della Purificazione a Savona, che dovette lasciare per motivi di salute.
Educata come si conveniva a una ragazza del ceto borghese, sentì però un’avversione per quel mondo, maturando di pari passo la vocazione alla vita consacrata. Il padre, che si era avvicinato alla massoneria, fu inizialmente contrario, ma alla fine cedette.
A ventidue anni, Clelia entrò tra le Figlie di Nostra Signora della Neve, ma dovette uscirne per motivi di salute prima ancora dei voti temporanei. Dopo un’esperienza a Genova come direttrice di un orfanotrofio, entrò in contatto con le Figlie della Divina Provvidenza, fondate da don Luigi Guanella (canonizzato nel 2011).
Nel 1893 fu colpita dalla tubercolosi: mentre era giudicata in fin di vita, capì che Dio voleva da lei un’opera dedicata al Sacro Cuore di Gesù. Nel 1894, insieme a una compagna, si diresse a Viareggio, dove mossero i primi passi le suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù.
Dopo un iniziale periodo di sviluppo dell’istituto, Clelia, ormai Madre fondatrice, finì in miseria a causa dell’amministratore dei beni del padre, di cui era diventata erede. Fu quindi aiutata da monsignor Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza e fondatore dei Missionari di San Carlo (Beato dal 1997), che stava per creare un’analoga istituzione femminile. Il 10 giugno 1900, il vescovo approvò le Costituzioni delle Apostole Missionarie del Sacro Cuore, come vennero a chiamarsi.
A causa di numerosi contrasti e di calunnie, mentre la fusione con la comunità fondata da monsignor Scalabrini non riuscì, madre Clelia fu inizialmente esautorata dal ruolo di superiora generale, poi scelse lei stessa di farsi da parte, domandando e ottenendo, nel 1916, la dispensa dai voti. Da allora, per lei cominciò un vero e proprio esodo, vissuto appoggiandosi solo sull’amore del Cuore di Gesù.
Ormai anziana e malata, ottenne di essere riaccolta nell’istituto da lei fondato che, intanto, aveva preso il nome di Zelatrici del Sacro Cuore (nel 1967 ha ripreso il nome originario). Si spense nella Casa generalizia, a Roma, il 21 novembre 1930.
Il processo diocesano della sua causa di beatificazione e canonizzazione si è svolto presso il Vicariato di Roma dal 18 giugno 1990 al 1° aprile 1998. È stata beatificata oggi, 3 novembre 2018, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati nella chiesa annessa alla casa generalizia delle Apostole del Sacro Cuore a Roma, in via Germano Sommeiller 38. La sua memoria liturgica cade il 20 novembre, vigilia di quello della sua nascita al Cielo.

Cosa c’entra con me?

giovedì 1 novembre 2018

Il decalogo dell’agiografo moderno


Disegno di Patxi Velasco Fano (fonte)
Nel 2014 avevo presentato, brevemente, le ragioni che mi avevano spinta a spendere la mia abilità nella scrittura per raccontare le storie dei Santi e dei Testimoni in genere, insieme a qualche indicazione di metodo. Col passare del tempo ho conosciuto persone più esperte, a cui ho chiesto consigli per migliorarmi ancora di più.
Come post per la solennità di Tutti i Santi di quest’anno, presento dunque il risultato di tutti quegli incontri, mediati con elementi che ho imparato tramite i corsi per i responsabili parrocchiali della comunicazione organizzati dalla mia Diocesi, con le lezioni di un piccolo corso di giornalismo che avevo seguito anni fa e con il Manifesto di Assisi. Sono convinta che sia utile a chiunque, per passione o per lavoro, ha a che fare con storie esemplari.

sabato 27 ottobre 2018

Don Andrea Santoro, martire del dialogo (Cammini di santità #17)

Fonte

Prima che finisca il mese di ottobre, tradizionalmente dedicato alle missioni, riprendo l’articolo uscito questo mese su Sacro Cuore VIVERE.
Di don Andrea Santoro sapevo qualcosina, ma non mi ero mai addentrata a leggerne gli scritti e a capire cosa facesse prima di partire per la Turchia. Sono partita quindi dalle sue lettere, scoprendo quale fosse la sua idea di dialogo e come la concretizzasse.
Il titolo è lo stesso che ha messo il direttore. Per quanto ne so, per don Andrea non è aperta nessuna causa per dimostrarne il martirio; almeno, il sito ufficiale non ne fa menzione. Per questa ragione, nelle tags che accompagnano l’articolo non userò quella di “martire”, sebbene la fama che l’accompagna sia proprio quella di qualcuno che è stato ucciso perché testimoniava il Vangelo in un ambiente non cristiano e a rischio della vita.

lunedì 22 ottobre 2018

Bufale di Chiesa #3: san Giovanni Paolo II e il peso di una preghiera

«Mmh… Guarda un po’ cosa mi fanno dire…» (fonte).
Gli anglosassoni le chiamano inspirational stories, termine che potremmo tradurre con “racconti edificanti”. Sono quel genere di brevi storie con una morale, che in ambito cattolico spesso vengono utilizzate nelle omelie. Un esempio è costituito da quelli raccolti dal salesiano don Bruno Ferrero in una dozzina di piccoli volumi (parlavo qui della sua raccolta natalizia).
Con l’avvento della posta elettronica, hanno iniziato a circolare in maniera più massiccia. La diffusione di WhatsApp, poi, ha ulteriormente incentivato la circolazione di questi raccontini, tanto che spesso si smarrisce la fonte originaria, o si arricchiscono di particolari assenti nella versione primitiva.
Uno di questi apologhi è quello intitolato La bilancia o Il peso della preghiera. Mi è arrivato via WhatsApp da una persona che conosco, ma ho subito fiutato che avesse qualcosa di strano. Ecco il risultato della mia ricerca e di come ho scoperto che san Giovanni Paolo II, di cui oggi cade la memoria liturgica, nel giorno in cui ricorre anche il quarantesimo anniversario dell’inizio del pontificato, non c’entra nulla.

domenica 21 ottobre 2018

Monsignor Giancarlo Boretti: il servizio dovuto a Dio è bellezza


Mosè pascola il gregge del suocero Ietro,
 decorazione musiva,
chiesa di San Vitale, Ravenna (particolare)
Chi è?

Giovanni Carlo Mario Boretti (così al Battesimo) è nato a Cusago, in provincia e diocesi di Milano, il 14 giugno 1934. Ordinato sacerdote nel Duomo di Milano il 28 giugno 1957, si è poi laureato, il 1° giugno 1960, presso il Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra. Subito dopo l’ordinazione è diventato professore di canto liturgico nel Seminario di Milano: dal 1957 al 1958 nella sede di Seveso, dal 1958 al 1982 in quella di Venegono Inferiore.
Nel 1982 è stato nominato parroco della parrocchia dei Santi Martiri Gervaso e Protaso a Trezzo sull’Adda, ma ha continuato a collaborare con gli uffici del Culto Divino e della Pastorale Liturgica della Curia milanese. Terminato l’incarico, è stato destinato come vicario parrocchiale, poi come residente, alla parrocchia di Santa Tecla nel Duomo di Milano.
Dal 1997 al 2009 è stato Responsabile del Servizio per la Pastorale Liturgica: nello stesso anno dell’inizio di quell’incarico è diventato Canonico onorario del Capitolo minore del Duomo di Milano, diventando in seguito Canonico effettivo.
È morto venerdì 19 ottobre 2018.

Cosa c’entra con me?

domenica 14 ottobre 2018

Papa Paolo VI: testimone e maestro, quindi Santo

Fotografia realizzata da Pepi Merisio
in occasione del viaggio apostolico a Manila nel 1970,
usata come base per l’immagine dell’arazzo
esposto in piazza San Pietro per la beatificazione (fonte)
Chi è?

Giovanni Battista Montini nacque a Concesio il 26 settembre 1897, secondo dei tre figli di Giorgio Montini, giornalista e politico, e Giuditta Alghisi. Dopo gli studi superiori, nel 1916 iniziò a seguire, come esterno, le lezioni presso il Seminario diocesano di Brescia. Ordinato sacerdote il 29 maggio 1920, proseguì la sua formazione a Roma, avviandosi verso il servizio diplomatico alla Santa Sede e venendo nominato Assistente nazionale della Federazione Universitaria Cattolici Italiani (FUCI). Negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale e durante il conflitto assistette i Pontefici in qualità di sostituto alla Segreteria di Stato e, dal 1944, come prosegretario di Stato.
Alla morte del cardinal Alfredo Ildefonso Schuster divenne il nuovo arcivescovo di Milano: ricevuta la nomina il 1° novembre 1954, venne consacrato vescovo il 12 dicembre dello stesso anno. Entrato solennemente nella diocesi ambrosiana il 6 gennaio 1955, si occupò di rendere più salda la fede del suo popolo, promuovendo la costruzione di nuove chiese, inaugurando nel 1957 la grande Missione di Milano e diffondendo gli insegnamenti che emergevano dalle sessioni del Concilio Vaticano II.
Convocato a Roma per il Conclave seguito alla morte di san Giovanni XXIII, fu proprio lui a succedergli: il 21 giugno 1963 assunse il nome di Paolo VI. Il suo pontificato è stato segnato in particolare dalla chiusura del Concilio e dai primi viaggi apostolici all’estero, nonché da molte situazioni difficili all’interno della Chiesa. Morì il 6 agosto 1978 a Castel Gandolfo, dopo una breve malattia.
L’11 maggio 1993 è stata avviata presso il Vicariato di Roma* la causa di beatificazione e canonizzazione. Dichiarato Venerabile col decreto del 20 dicembre 2012, è stato beatificato da papa Francesco domenica 19 ottobre 2014, nella Giornata Missionaria Mondiale e in chiusura del Sinodo straordinario dei Vescovi sulla famiglia. È stato canonizzato oggi, domenica 14 ottobre 2018, sempre da papa Francesco, durante il Sinodo dei Vescovi sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale.
I suoi resti mortali sono venerati, dal giorno della sepoltura, nelle Grotte Vaticane sotto la basilica di San Pietro. La sua memoria liturgica cade il 26 settembre, giorno del suo compleanno, tranne che nella diocesi di Milano, dove ricorre il 30 maggio, giorno della sua Prima Messa.

* Quando viene avviata la causa di beatificazione e canonizzazione di un Papa, il Tribunale ecclesiastico competente è quello del Vicariato di Roma, anche se il Pontefice in questione muore al di fuori del suo territorio (Castel Gandolfo è nella diocesi di Albano). Per Paolo VI si sono svolte anche delle inchieste rogatoriali a Brescia, dove visse la giovinezza, e a Milano, dove fu arcivescovo (mi rifaccio a quanto scrive qui Stefania Falasca).

Cosa c’entra con me?

Questo post, in realtà, è la versione aggiornata di quello che avevo scritto a ridosso della beatificazione. Lo riprendo, correggendo qualche espressione e aggiungendo quanto ho capito negli anni successivi.

venerdì 12 ottobre 2018

Tre domande a… don Alberto Vitali: monsignor Romero ci parla ancora


La copertina del libro di don Vitali su Romero
Chi è?



Don Alberto Vitali, ordinato sacerdote nel 1988, è attualmente responsabile della Pastorale dei Migranti della Diocesi di Milano. È anche parroco della parrocchia di Santo Stefano Maggiore a Milano, dal 2015 parrocchia personale dei migranti, e delegato arcivescovile delle ACLI. Ancor prima, ha avuto incarichi in Pax Christi Italia.

Nel 2010 ha dato alle stampe, per Paoline Editoriale Libri, Óscar A. Romero – Pastore di agnelli e di lupi, che nel 2017 ha visto una nuova edizione, riveduta e corretta.



Cosa c’entra con me?



Ho incontrato per la prima volta don Alberto in piazza Santo Stefano, durante un’uscita compresa in uno dei corsi per operatori pastorali della comunicazione. Ho scambiato qualche parola con lui, pensando che prima o poi mi sarebbe piaciuto intervistarlo: sapevo, infatti, che era autore di una delle biografie più recenti di monsignor Romero.

Appena ho saputo della canonizzazione di quest’ultimo, ho pensato che l’occasione era arrivata. Se non avessi saputo che l’altroieri, al Centro Missionario del PIME di Milano, si sarebbe svolta una serata speciale dedicata a monsignor Romero, credo che gli avrei scritto un’e-mail. Sono quindi andata al PIME e, dopo aver concesso che i giornalisti veri gli ponessero le loro domande, gli ho rivolto le mie.

 

martedì 9 ottobre 2018

Sulla scia di... don Vincenzo Romano e Nunzio Sulprizio


Edicola votiva in piazza Santa Croce a Torre del Greco 
Tra meno di una settimana si svolgeranno, a Roma, le canonizzazioni di sette Beati. Mi ero già espressa sulla questione, sperando che quelli meno noti lo diventino di più, per essere elevati al massimo onore degli altari insieme a papa Paolo VI e a monsignor Oscar Arnulfo Romero.
Due di essi sono collegati alle terre napoletane: sono don Vincenzo Romano, parroco per oltre trent’anni di Santa Croce a Torre del Greco, e Nunzio Sulprizio, un giovane che si trovò a Napoli per ragioni di salute, ma era abruzzese di nascita.
Durante le mie ultime vacanze estive, ho pensato di andare a trovarli, proprio come spesso faccio coi miei parenti al Sud. Se da Nunzio avevo fatto una breve visita il 17 agosto 2017, da don Vincenzo non ero mai stata. Così, per una volta, ho saltato una mattina in spiaggia e, accompagnata da mia madre, mi sono diretta a Torre del Greco. Dal secondo prossimo Santo, invece, sono tornata un giorno prima di ripartire per Milano.
Dimenticavo: tutte le foto del post sono opera mia. 

mercoledì 3 ottobre 2018

La biblioteca di Testimoniando #18: “Giovani Campioni”



In questi mesi di preparazione, non sono mancate proposte editoriali collegabili ai temi del Sinodo sui giovani, come altre iniziative per dare risalto a figure, temi e storie virtuose provenienti dal mondo giovanile.
L’editrice Ares ha fatto la sua parte, accogliendo la proposta di Francesco Maria Nocelli: raccontare un certo numero di vicende esemplari per far capire che anche la giovinezza è un tempo favorevole per santificarsi.

martedì 2 ottobre 2018

Accanto al suo gregge fino alla fine - Il Servo di Dio don Elia Comini (Cammini di santità #16)


Fonte
A settembre, per la rivista Sacro Cuore VIVERE, dell’Opera Salesiana del Sacro Cuore a Bologna, mi sono occupata del Servo di Dio don Elia Comini, salesiano. Il suo nome non mi era sconosciuto, dato che l’avevo visto in altre pubblicazioni salesiane. In più, visitando una chiesa, avevo trovato un libro su padre Martino Capelli, il sacerdote dehoniano che fu catturato e ucciso con lui.
Quando il direttore della rivista mi ha chiesto di scrivere di lui, mi domandavo come poter reperire altre informazioni sulla sua storia prima della cattura, fermo restando il principio per cui devo concentrarmi sugli aspetti biografici solo se mi aiutano a ricostruire la testimonianza offerta dal personaggio di cui scrivo. Provvidenzialmente, il direttore mi ha spedito un libro ricco di testimonianze, che conteneva anche parte degli scritti di don Elia.
Avevo iniziato a leggerlo da poco, quando mi è capitato di smarrirlo. Non essendo reperibile nelle librerie, non sapevo più dove cercarlo. Ho ricostruito mentalmente i miei spostamenti della giornata, quando mi è venuto in mente dove si trovasse: l’avevo infilato per sbaglio nel sacchetto con la fornitura di particole per la chiesa dov’è viceparroco il mio direttore spirituale, che ho subito allertato per chiedergli di verificare.
Alla fine sono andata di persona a recuperarlo, visti i tempi stretti per stendere il pezzo. Quando il don mi ha vista arrivare, ho elevato in alto il volume, quasi come quando, durante le celebrazioni più solenni, viene portato in processione l’Evangeliario. Quel piccolo incidente mi ha insegnato due lezioni: la prima, che devo stare più attenta a dove lascio i miei libri; la seconda, ancor più importante, che la vita di don Elia è stata davvero Vangelo vissuto e Pane donato per i fratelli. Non mi restava, dunque, che rendere a lui un buon servizio.
Avevo anche un dubbio di non poco conto: come mai le cause di don Elia e padre Martino sono state avviate per l’accertamento delle virtù eroiche, anche se, nelle rispettive congregazioni e non solo, entrambi hanno fama di martirio? Lo stesso direttore mi ha fornito la risposta tramite posta elettronica, così l’ho riportata in chiusura del pezzo.

venerdì 28 settembre 2018

Squarci di testimonianze #24: il Beato Jean-Baptiste Fouque e le buone azioni dei marsigliesi


Fonte
Dopodomani, nella cattedrale di Santa Maria Maggiore a Marsiglia, verrà beatificato don Jean-Baptiste Fouque, nato il 12 settembre 1851 e morto il 5 dicembre 1926. È una figura che non conoscevo affatto, prima di vederne il nome negli annunci dei Decreti della Congregazione delle Cause dei Santi.
Per realizzare la sua scheda biografica per santiebeati.it, ho cercato fonti attendibili, così da ricostruire il suo profilo e non renderlo un arido elenco di realizzazioni, seppur caritative. Don Jean-Baptiste, infatti, avviò numerose opere a sostegno specialmente dell’infanzia abbandonata, che gli causarono il soprannome, tra lo scherzoso e l’ammirato, di «San Vincenzo de Paoli di Marsiglia».
Ho pensato di partire dal sito della diocesi di Marsiglia, dove ho trovato molto materiale utile e, soprattutto, il rimando al sito creato per l’occasione. Mi ha subito incuriosito l’indirizzo: www.jbfaitsabea.com. La grafica accattivante e lo stile rapido dei contenuti hanno contribuito ad aumentare il mio interesse, ma il fattore che mi ha conquistata definitivamente è stato un altro.
Il sito serve non solo a far conoscere meglio il nuovo Beato, ma anche a lanciare una campagna sui social network che permettesse di far circolare, soprattutto tra i suoi concittadini, la sua eredità positiva.

sabato 15 settembre 2018

Don Giuseppe Puglisi, indicatore della buona strada


Chi è?

Giuseppe Puglisi nacque a Palermo il 15 settembre 1937, terzo dei quattro figli di Carmelo Puglisi e Giuseppa Fana. A sedici anni lasciò le scuole magistrali per entrare nel Seminario diocesano di Palermo: fu ordinato sacerdote il 2 luglio 1960.
Nei primi incarichi come viceparroco cominciò da una parte a operare con i giovani, dall’altra a sostenere le lotte per il miglioramento della vita dei parrocchiani. Il 1° ottobre 1970 fu trasferito a Godrano, un paese di montagna a quaranta chilometri da Palermo, segnato da una faida tra gruppi familiari rivali. Gradualmente, con iniziative di incontro e campi comunitari, cercò di risolvere i contrasti. Fu poi nominato direttore del Centro Diocesano Vocazioni (24 novembre 1979), avviando una serie di campi-scuola, e iniziò a insegnare Religione nelle scuole statali.
Nell’ottobre 1990 tornò nel suo quartiere natale, Brancaccio, come parroco della parrocchia di San Gaetano. Scontrandosi con la povertà del quartiere, con l’evasione scolastica e con l’influsso dei mafiosi, padre Pino (nel Sud Italia anche i sacerdoti diocesani sono chiamati “padre”), come era diventato noto, promosse altre iniziative, culminate nella fondazione del Centro Padre Nostro, per gli adolescenti e gli anziani.
Col tempo divenne oggetto di minacce di morte, a cui rispose proseguendo il proprio compito educativo e pastorale. Il 15 settembre 1993, il giorno del suo compleanno, don Giuseppe fu ucciso da Salvatore Grigoli, a colpi di pistola, sulla porta del condominio dove abitava.
La sua causa di beatificazione e canonizzazione, volta ad accertare il suo effettivo martirio in odio alla fede cattolica, si è svolta nella diocesi di Palermo dal 15 settembre 1999 al 6 maggio 2001. È stato beatificato a Palermo il 25 maggio 2013. I suoi resti mortali sono venerati nella cattedrale di Palermo, precisamente nella cappella dell’Immacolata. La sua memoria liturgica cade il 21 ottobre, anniversario del suo Battesimo (perché il 15 settembre, giorno della sua nascita al Cielo, si ricorda la Beata Vergine Maria Addolorata).

Cosa c’entra con me?

lunedì 10 settembre 2018

Una vita d’amore – La Beata Laura Vicuña (Cammini di santità #15)


Ritratto tradizionale di Laura,
dipinto nel 1942 da Mario Caffaro Rore (fonte)
Come già dicevo, la collaborazione con Sacro Cuore VIVERE, la rivista dell’Opera Salesiana del Sacro Cuore di Bologna e dell’annesso santuario, ha comportato che io scrivessi anche di personaggi appartenuti a vario titolo alla Famiglia Salesiana. Lo scorso giugno è toccato alla Beata Laura Vicuña, di cui avevo già raccontato qui in maniera più personale.

Per trovare gli aspetti più significativi del suo percorso spirituale, mi è sembrato naturale chiedere alle Figlie di Maria Ausiliatrice della mia città, che mi hanno prestato un libro più ampio di quelli che già avevo. Come già facevo durante la stesura, dedico l’articolo a loro, ai loro allievi e alle ragazze che si preparano a diventare a loro volta suore nella loro congregazione, fatto che a Laura, purtroppo, non fu concesso.

* * *

Junín de los Andes, Argentina, 22 gennaio 1904. Sono circa le cinque di pomeriggio. Una donna, Mercedes Pino, entra di corsa nella stanza dove una delle sue figlie, Laura, è in fin di vita per una malattia che i medici non riescono a fermare. «Figlia mia, mi lasci così?», domanda tra le lacrime.
La risposta della bambina la raggela: «Mamma, io muoio! Io stessa l’ho chiesto a Gesù. Sono quasi due anni che gli ho offerto la vita per te, per ottenere la grazia del tuo ritorno alla fede. Mamma, prima della morte non avrò la gioia di vederti pentita?». Mercedes cade in ginocchio ai piedi del letto e promette alla figlia che, il giorno dopo, andrà a confessarsi. Laura chiede al sacerdote che le ha amministrato i Sacramenti dei moribondi, don Zaccaria Genghini, di essere testimone del giuramento. Alla fine, sollevata, esclama col suo ultimo respiro: «Grazie, Gesù! Grazie, Maria! Ora muoio contenta!».