Padre Daniele Hechich, “postino di Dio” per continuare l’opera della salvezza

 

Fonte

Chi è?

 

Stanislav Liberat (Stanislao Liberato) Hechich nacque a San Pietro in Selve, allora in provincia di Pola e diocesi di Trieste-Capodistria (attuale Sveti Petar u Šumi, in Croazia) il 22 giugno 1926, quarto dei nove figli di Franjo (Francesco) Hechich e Anatela (Angela) Vizzel. Fu battezzato due giorni dopo la nascita.

Sin da piccolo, Stanko (diminutivo di Stanislav) aiutava i familiari e i fratelli nel lavoro dei campi e nella cura del bestiame. Dal 1938 al 1941 frequentò il ginnasio nel Seminario interdiocesano di Capodistria, ma ne uscì per ragioni di scarso profitto. Tornato in paese, fu per un anno alunno della scuola di agraria di Pisino.

Dopo la morte del padre, domandò a uno dei suoi fratelli, che era già novizio nell’Ordine dei Frati Minori e risiedeva nel convento di San Francesco del Deserto a Venezia, fra Barnaba, di poter entrare anche lui nello stesso Ordine. A sedici anni, dunque Stanislav entrò nel Collegio Serafico di Chiampo (Vicenza), per verificare la propria vocazione.

Iniziò l’anno di noviziato il 16 agosto 1945, cambiando nome in fra Daniele; professò i primi voti il 17 agosto dell’anno seguente. Intraprese quindi gli studi liceali: il primo anno a Cormòns (Gorizia), nel convento di San Leopoldo, e gli altri due a Verona, a San Bernardino.

Il convento di Sant’Antonio di Gemona del Friuli fu il luogo dove studiò per il primo e il secondo anno di teologia. Il 5 dicembre 1949 ricevette la tonsura, mentre il 10 settembre 1950 professò i voti perpetui. Con tutti i suoi compagni di studi fu trasferito al convento di San Michele in Isola (Venezia), dove studiò per gli ultimi anni di teologia. Fu ordinato sacerdote a Venezia, nella chiesa di San Pietro in Castello, il 29 giugno 1952.

La sua prima destinazione fu il convento della Madonna del Mare a Trieste, ma dopo appena un anno fu trasferito a Gemona del Friuli, perché serviva un aiuto per le confessioni nel santuario di Sant’Antonio. Nell’autunno 1956 passò a San Nicolò al Lido di Venezia, come assistente degli orfani di guerra e dei piccoli profughi istriani. Dopo un anno, fu destinato come assistente parrocchiale nel tempio votivo di Santa Maria Ausiliatrice a Treviso.

Nel 1958, mentre era in gita sul Monte Grappa insieme ai giovani di Azione Cattolica di quella parrocchia, cominciò a sudare copiosamente e a non reggersi più sulle gambe, soprattutto sulla sinistra. Si sottopose subito a una serie di visite e di cure, dalle quali non risultava chiara la diagnosi esatta della sua malattia, che comunque cercò di sopportare pazientemente.

I suoi sogni di partire missionario tra i lebbrosi furono definitivamente cancellati dalla diagnosi definitiva, che arrivò nel 1961, dopo un biennio (1959-1961) trascorso nel convento del Santissimo Redentore a Verona: aveva la sclerosi a placche, come al tempo veniva chiamata la sclerosi multipla.

Mentre la malattia avanzava e le sue difficoltà motorie aumentavano, padre Daniele ebbe un nuovo trasferimento nel convento di San Francesco a Cittadella (Padova), dove gli venne dato l’incarico di tradurre dal croato all’italiano le lettere dei vescovi croati, per la collana «Magistero Episcopale» curata dai suoi confratelli. Proprio in quella destinazione, dove rimase fino al 1981 tranne un anno nel convento di San Giacomo a Monselice, si rese ancora più evidente la sua inclinazione alla direzione spirituale e la sua attenzione nel ministero della Confessione.

Ormai non poteva spostarsi se non in sedia a rotelle, anche per la celebrazione della Messa. Padre Daniele, ricordando che da giovane frate studente aveva invocato dal Signore di poter soffrire qualcosa per il bene della Chiesa, accettò la sua nuova missione, per la conversione dei peccatori e la santificazione dei sacerdoti.

Nel 1981 non era più autosufficiente: fu quindi ricoverato definitivamente a Casa Sacro Cuore, l’infermeria provinciale dei Frati Minori Veneti, a Saccolongo (in provincia e diocesi di Padova). Assistito dai confratelli, dagli infermieri e da alcuni volontari, poté continuare il suo ministero di ascolto e di preghiera.

Le sue sofferenze si moltiplicarono e furono spesso acuite dall’insistenza di quanti volevano incontrarlo anche fuori orario e fuori dai cinque minuti che erano stati fissati per ciascuno. A molti fedeli parve di ravvisare in lui segni eccezionali: durante la Quaresima gli si gonfiavano particolarmente mani e piedi e aumentavano i dolori alle spalle. In altri casi, qualcuno affermava di aver avuto da lui anticipazioni di fatti che sarebbero di lì a poco avvenuti. O ancora, c’era chi sosteneva di averlo incontrato mentre non si era affatto mosso dal convento.

Negli ultimi anni di vita perse l’uso della parola, ma continuò ad avere occhi e orecchie aperti e pronti all’ascolto e all’incontro. Il 22 settembre 2009, tre mesi dopo aver compiuto ottantatré anni, peggiorò rapidamente e fu ricoverato in ospedale. Il suo superiore, tuttavia, d’accordo con il personale sanitario, decise di riportarlo in convento, affinché morisse tra i suoi confratelli.

Padre Daniele morì serenamente alle 23.05 del 26 settembre 2009: era religioso da sessantatré anni, sacerdote da cinquantasette e malato da cinquanta. Il suo corpo, temporaneamente sepolto nella tomba della famiglia Lippi nel cimitero di Saccolongo, fu traslato il 18 maggio 2016 nella cappella di Casa Sacro Cuore.

L’inchiesta diocesana della sua causa di beatificazione e canonizzazione, per l’accertamento delle virtù eroiche, si è svolta dal 29 novembre 2020 al 20 giugno 2026. Gli atti dell’Inchiesta diocesana sono stati portati al Dicastero delle Cause dei Santi Il 25 giugno seguente.

 

Cosa c’entra con me?

Il primissimo contatto tra me e padre Daniele è avvenuto leggendo un libro su Laura Degan, una bambina della diocesi di Padova (qui il mio post su di lei) la cui famiglia era da sempre legatissima a lui. La chiesa del Sacro Cuore a Saccolongo era uno dei luoghi dove lei poteva ricaricarsi spiritualmente e affrontare, insieme ai suoi cari, il tumore che l’aveva colpita.

Anche i suoi incontri con padre Daniele erano frequenti, specie prima di ogni ricovero o controllo ospedaliero. Uno avvenne proprio nel giorno in cui Laura compiva sei anni, il 13 dicembre 1993, ed è sigillato da una fotografia; sarebbe morta l’11 settembre dell’anno dopo. Si era disposta a lasciare questo mondo solo dopo che, tramite la nonna Assunta, aveva domandato al frate quando sarebbe guarita: le fu riferito che non aveva risposto, ma che l’invitava a pregare.

Tramite un altro libro ho appreso che il legame tra loro due si era stretto ben prima che lei nascesse: il 12 ottobre 1987 sua madre, Paola, era andata a Saccolongo, non distante da Cervarese Santa Croce, il paese dove viveva.

Padre Daniele, che non l’aveva vista prima d’allora, affermò che il nascituro si sarebbe chiamato Daniele o Daniela: Paola ha accettato, anche perché aveva una sorella che si chiamava proprio Daniela. Inoltre, dopo la morte di Laura, ha dato alla luce un altro figlio, a cui ha dato il nome di Daniele, sempre in segno di gratitudine per il frate.

Qualche anno dopo, ho visto che era in uscita un libro su padre Daniele, ma non l’ho comprato immediatamente. Credo di averlo preso, alla fine, dopo aver appreso dell’avvio dell’inchiesta diocesana e per la semplice ragione che i frati di Saccolongo, a cui mi ero rivolta telefonicamente, non avevano risposto alla mia richiesta, forse a causa della pandemia da coronavirus. Non ricordo quali fossero state le mie impressioni dopo la prima volta che l’ho letto, ma di sicuro percepivo che in quel religioso risiedeva una forza non comune, a dispetto di un corpo sempre più fragile.

Poco più di un mese fa, una fedele lettrice mi ha annunciato la data di chiusura dell’inchiesta diocesana. Mi sono appuntata che mi conveniva scrivere un post specifico, dopo aver a mia volta dato conto della notizia nella mia rubrica Testimoniando in breve, pensando che il 22 giugno, giorno in cui padre Daniele avrebbe compiuto cent’anni, potesse essere il giorno più adatto. Tuttavia, nonostante la mia buona volontà, non ci sono riuscita, quindi ho pensato di lasciare totalmente perdere.

Proprio ieri, però – per chi ama le combinazioni provvidenziali, ricorreva una data importante nella vita di padre Daniele, quella dell’ordinazione sacerdotale (ma non era un anniversario tondo) – dalla redazione delle pagine di Catholica del quotidiano Avvenire mi è arrivata la richiesta di scrivere un articolo sulla chiusura dell’inchiesta, benché fosse avvenuta una settimana prima; serviva per il giornale di oggi.

Ecco quindi che mi sono rimessa all’opera per parlare di lui e ho rapidamente riletto il piccolo libro che già avevo. Il primo fatto che mi è saltato all’occhio è un episodio relativo alla sua prima adolescenza: Stanko, infatti, era appena quattordicenne quando difese una compaesana da una tentata violenza.

Il secondo risale invece alla sua formazione tra i “fratini” del Collegio Serafico di Chiampo, luogo che già conoscevo almeno di nome grazie a fra Claudio Granzotto, beatificato nel 1994 (qui il post che gli avevo dedicato). In quello stesso periodo, quel frate era tornato a Chiampo per completare la copia della Grotta di Lourdes, dove già si trovava una statua della Madonna Immacolata, con una raffigurazione di santa Bernadette Soubirous.

Era già noto sia per la sua abilità artistica, sia per la sua esemplarità come religioso, tanto che, tra gli aspiranti frati, circolava la voce che lui, durante la notte, andasse in estasi mentre pregava nella cappella del Collegio. Di conseguenza, Stanko e qualche compagno decisero di verificare coi loro occhi se ciò fosse vero… ma tutte le volte in cui lui ci provò, crollò dal sonno; il tutto mentre fra Claudio non si accorgeva di niente.

Un altro aspetto che ha destato la mia curiosità è il suo cambio di convento a scadenza annuale. I biografi non entrano nel dettaglio, preferendo riportare la considerazione di uno dei Ministri provinciali che lo conobbero, il quale elogia la sua pronta obbedienza.

Quanto alla fase della malattia, l’ho compatito perché capiva che il suo desiderio di servire i lebbrosi veniva definitivamente infranto. Già una volta non era stato esaudito perché il lebbrosario di Mosimien, nel Tibet, era impossibile da raggiungere a causa della situazione politica in Cina; con l’avanzare della malattia, invece, gli fu chiaro che non avrebbe potuto raggiungere nemmeno quello di Cumura, in Guinea Bissau, al quale comunque rimase spiritualmente legato.

Ho però riconosciuto che non si è arreso di fronte ai limiti fisici: ha chiesto dispense per poter celebrare da seduto o senza fare troppi movimenti, ha messo in campo la sua intelligenza nel lavoro editoriale a Cittadella, ma soprattutto ha reso ancora più fecondo il suo compito di direttore spirituale, già messo in campo negli anni di servizio tra i più giovani; penso che i documenti della causa getteranno nuova luce su questo periodo meno noto della sua vita.

Non mi pronuncio, invece, sui presunti doni soprannaturali che gli sono stati attribuiti: in ogni caso, sono un arricchimento della sua fede, che però prescinde da essi. Sono sicuramente tantissime le persone che si sono sentite beneficate da lui, comprese moltissime donne, diventate madri di figli a cui, come già raccontavo nei riguardi della madre di Laura Degan, hanno messo il nome di Daniele o Daniela (anche come secondo nome) ai nascituri. Nella biografia che ho letto è scritto che le soprannominava tutte “Teresina”, forse perché vedeva in loro santa Teresa di Lisieux, a cui era molto devoto. Ora che ci penso, avrei dovuto inserirlo nel post in cui elencavo i candidati agli altari “amici” di santa Teresina.

Allo stesso modo, avrei dovuto citarlo nell’articolo per Avvenire sui candidati che erano sicuri della bontà delle presunte apparizioni a Medjugorje, tanto più che raccomandava di andare là in pellegrinaggio ed era in buoni rapporti con alcuni dei presunti veggenti.

Tangenzialmente, è anche uno dei Santi, Beati, Venerabili, Servi di Dio e Testimoni legati a vario titolo alla diocesi di Milano dei quali accennavo qui: il 1° marzo 1971 fu visitato nella clinica universitaria di Milano, mentre dal 6 al 10 febbraio 1976 fu per la seconda volta a Lourdes e partì dall’aeroporto di Linate.

Inoltre, ho apprezzato come non fosse totalmente estraneo anche ai fatti piccoli e grandi nella Chiesa: pregava e faceva pregare, ma si teneva costantemente aggiornato su di essi. In particolare, non dimenticava le legittime aspirazioni all’autonomia della Croazia e alla libertà religiosa, della quale considerava un faro monsignor Alojzije Stepinac, vescovo di Zagabria, beatificato nel 1998.

 

Cosa c’entra con san Francesco d’Assisi?

Quando tratto di un religioso francescano, appartenente a una delle diramazioni del Primo Ordine, i legami con san Francesco emergono con naturalezza. Nel caso di padre Daniele, sono ancora più evidenti attraverso alcune delle sue lettere: in una, risalente all’8 agosto 1958, quando non gli era ancora stata diagnosticata la sclerosi multipla, chiese al Signore «pazienza per sopportare con perfetta letizia l’attuale malessere».

Anche la sua ubbidienza è una caratteristica tipicamente francescana e corrisponde, per certi versi, alla scelta di san Francesco di ricorrere al Papa per mettere nelle sue mani la nuova via che stava aprendo. Infine, come sono numerose le testimonianze di fedeli sostenuti da lui, non mancano neanche quelle dei confratelli, verso i quali nutriva un profondo rispetto, quasi dispiacendosi se l’andirivieni di persone che cercavano lui potesse dar loro fastidio.

 

Il suo Vangelo

Mi scuso se, ultimamente, qui sul blog presento in prevalenza storie di persone toccate dalla malattia in forma grave. Vorrei evitarlo o quantomeno variare, ma le circostanze mi conducono a trattarle e non riesco quasi a farne a meno.

Vale anche per padre Daniele, che ha avuto la sclerosi multipla per cinquant’anni su ottantatré di vita, seppure, come scrivevo sopra, ci vorrebbe un maggior approfondimento della sua vita prima di quella fatidica gita del 1958. Ha affrontato terapie, cure, esami clinici, ma solo per dare un nome scientifico al male che l’aveva colpito: quanto alla fede, invece, sapeva già quale fosse la sua ragione.

Nel 2008, quasi un anno prima che lui morisse, il padre guardiano (in gergo francescano, il superiore) della comunità dei frati di Saccolongo gli chiese se poteva diffondere una lettera che aveva scritto il 4 febbraio 1970, destinata originariamente a un amico. In quella missiva, padre Daniele gli svelava che, quand’era ancora chierico-studente, aveva chiesto al Signore di poter partecipare alla sua Passione per il bene di tanti fratelli e sorelle. Inoltre, una persona sua amica aveva chiesto al futuro Santo padre Pio da Pietrelcina di pregare per la sua guarigione, ma quest’ultimo aveva replicato, pressappoco, che Gesù lo voleva con Sé a salvare le anime.

Di conseguenza, continua nella stessa lettera, preferiva che non si chiedesse a Dio il miracolo della guarigione, ma che si pregasse affinché lui compisse a ogni costo la volontà di Dio:

Per questo sì che voglio preghiere e si uniscano alle mie perché mi ricolmino non solo di pazienza, quanto soprattutto di generoso amore per Gesù crocifisso e per le anime e di vera e santa letizia a perseverare a dirGli di sì, sempre con la donazione totale e incondizionata di me stesso, da continuare la Sua vita in me e la Sua opera nel mondo.

A una delle “Teresine” che venivano a trovarlo e che gli domandò cos’avrebbe fatto una volta giunto in Paradiso, padre Daniele rispose che per prima cosa avrebbe baciato sua madre e la Madonna, poi avrebbe iniziato a correre e l’avrebbe fatto per tutta l’eternità, come “postino di Dio” (la definizione è proprio sua): in quel modo, avrebbe realizzato ciò che non aveva compiuto in vita. Gli atti dell’Inchiesta diocesana, invece, contengono di certo le testimonianze del bene che ha realizzato e che ora, con i tempi stabiliti, passano al vaglio dei membri del Dicastero delle Cause dei Santi.

 

Per saperne di più

Claudio Bratti, Fabio Longo, Padre Daniele Hechich o. f. m. – Compartecipe con Gesù della redenzione del mondo, Editrice Velar 2018, pp. 48, € 4,00.

Seconda edizione di una piccola biografia illustrata, a cura del suo vicepostulatore e di un confratello.

 

Su Internet

Sito ufficiale della causa (sezione del sito di Casa Sacro Cuore)

Commenti

Post più popolari