Avviso

In obbedienza ai decreti di Urbano VIII, quando su questo sito vengono trattati semplici Testimoni e vengono usate espressioni come “santo”, “degno degli altari” e simili, l’Autrice non intende in nulla anticipare il giudizio ufficiale delle competenti autorità ecclesiastiche.
S’impegna, inoltre, a rimuovere l’articolo nel caso il personaggio trattato si dimostrasse indegno della qualifica attribuitagli.

mercoledì 10 luglio 2019

CineTestimoniando #9: «Il cammino per Santiago»

La locandina italiana (fonte)
The Way, USA – Spagna 2010, Emilio Estevez, Elixir Film – Filmax Entertainment, 121’.

L’estate è anche tempo di pellegrinaggi, ad esempio verso Santiago de Compostela. Due anni fa avrei dovuto andarci anch’io, ma mi è stato fatto presente che non avrei retto, a causa della mia scarsa resistenza fisica e psicologica.
Ancora prima, quasi dieci anni fa, avrei dovuto andare all’anteprima del film che recensisco oggi, il cui argomento era proprio un’esperienza di pellegrinaggio di quel genere. Alla fine, però, l’ho saltata, perché in quello stesso giorno ho dovuto partecipare a un ritiro spirituale. Ho perso il film nell’uscita definitiva nelle sale, ma anche in successivi passaggi televisivi e non ho mai comprato il DVD, né intendevo disturbare qualcuno per farmelo prestare.
Finalmente, ieri sono riuscita a vederlo. Dato che l’occasione si presta, ecco le mie considerazioni. Temo però di aver lasciato qua e là delle blande anticipazioni sulla trama.

sabato 6 luglio 2019

La morte ma non peccati – Anna Kolesárová e Teresa Bracco (Cammini di santità #24)


Fonte, che è anche il punto di partenza da cui il direttore mi ha chiesto di sviluppare il mio articolo

L’articolo per il numero di giugno di Sacro Cuore VIVERE è un po’ diverso dagli altri. Il direttore mi ha infatti chiesto un confronto tra le Beate Anna Kolesárová e Teresa Bracco, accomunate dalle circostanze della loro morte, ma anche da un altro elemento: l’ispirazione, più o meno diretta, ad alcune parole del giovane allievo di san Giovanni Bosco, san Domenico Savio.
Sostanzialmente, mi aveva chiesto una riflessione sul martirio in difesa della castità del corpo, partendo dalla testimonianza di quelle due Beate. Una sfida non da poco, che temevo di non affrontare adeguatamente, perché non possiedo una gran formazione teologica.
Mi è venuto però in mente che qualcuno poteva aiutarmi, anzi, che l’aveva già fatto. Intervistando la dottoressa Lodovica Maria Zanet, le avevo rivolto anche delle domande sulle martiri comunemente dette della castità, spinta da alcune frasi che avevo letto in un suo libro. Col suo permesso, le ho citate nell’articolo, a sostegno della mia tesi.

venerdì 28 giugno 2019

Don Eustachio Montemurro, “sacerdote di guardia” nel Costato di Gesù


Ritratto fotografico di don Eustachio,
ricavato da una foto di gruppo (fonte)
Chi è?



Eustachio Montemurro nacque a Gravina in Puglia, in provincia di Bari e oggi in diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, il 1° gennaio 1857, secondo dei sei figli di Giuseppe Montemurro e di Giulia Barbarossa. A partire dall’anno accademico 1875/’76 frequentò la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli. Il 23 luglio 1879 ottenne il diploma speciale per l’insegnamento della matematica e delle scienze naturali, mentre il 23 agosto 1881 si laureò. Il 15 dicembre 1881 iniziò il servizio militare col grado di sottotenente medico, ma l’interruppe il 16 aprile 1882, per le conseguenze di una caduta da cavallo.
Tornato a Gravina, esercitò la libera professione medica su una vasta clientela, nella quale prediligeva i poveri, che curava spesso gratuitamente. Il 15 luglio 1883, poco dopo il suo ritorno, fu eletto consigliere comunale. Si occupò anche della direzione e dell’insegnamento in varie scuole.
Nel 1890, assistendo gli ammalati, contrasse un’infezione tifoidea. Durante la malattia, promise alla Madonna che, se l’avesse guarito, sarebbe diventato sacerdote. Mantenne la promessa oltre dieci anni più tardi: dopo un biennio di studi teologici accelerati, fu ordinato il24 settembre 1904. Fu nominato viceparroco della chiesa di San Nicola e Santa Cecilia a Gravina e, in pari tempo, continuava a curare i malati anche dal punto di vista medico.
La sua profonda conoscenza delle condizioni del popolo e del clero gravinese lo condusse a ideare due congregazioni religiose, che avessero come scopi la formazione di buoni parroci e l’educazione delle ragazze. Nacquero quindi i Piccoli Fratelli del Santissimo Sacramento, il 21 novembre 1907, e le Figlie del Sacro Costato, il 1° maggio 1908.
Entrambi gli istituti si espansero in altre diocesi della Puglia e della Basilicata. Tuttavia, monsignor Nicola Zimarino, vescovo di Gravina, influenzato da alcune voci relative alla conduzione delle due realtà da parte di don Eustachio, prima inviò una commissione di tre canonici a visitarle, poi domandò alla Santa Sede il decreto di soppressione, emesso il 21 febbraio 1911 e attuato nella sua diocesi quattro mesi dopo.
Don Eustachio, costretto a dimettersi dalla guida dei Piccoli Fratelli e delle Figlie del Sacro Costato, fu accolto, insieme al suo amico e confratello don Saverio Valerio, a Valle di Pompei, prestando servizio nel Santuario della Beata Vergine del Rosario e nella parrocchia del SS. Salvatore. Morì il 2 gennaio 1923 a Pompei, mentre le Figlie del Sacro Costato si apprestavano a scindersi in due congregazioni distinte (le Suore Missionarie del Sacro Costato e di Maria SS.ma Addolorata e le Missionarie Catechiste del Sacro Cuore).
L’inchiesta diocesana per la sua causa di beatificazione e canonizzazione è stata istruita presso la diocesi di Napoli dal 21 novembre 1992 al 23 giugno 1995. La “Positio super virtutibus” è stata consegnata alla Congregazione delle Cause dei Santi il 31 ottobre 2002. I suoi resti mortali riposano dal 20 dicembre 1936 nella cappella della casa madre delle Missionarie del Sacro Costato, a Gravina in Puglia.

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domenica 23 giugno 2019

Don Francesco Spinelli: adorare e servire con carità accesa

Immagine ufficiale scelta per l’arazzo della canonizzazione,
tratta da una vera foto di don Francesco (fonte)
Chi è?

Francesco Spinelli nacque a Milano da Bartolomeo Spinelli ed Emilia Cagnaroli, membri del personale di servizio dei marchesi Stanga. Appena nato venne portato a Verdello, in provincia di Bergamo, il paese d’origine dei suoi genitori. Visse lì fino a tre anni, quando si riunì ai genitori, che, sempre al seguito dei marchesi, si erano trasferiti a Vergo, presso Besana Brianza. Li seguì anche quando dovettero tornare a Milano.
Nell’autunno 1871 fu ammesso come alunno di I Teologia nel Seminario di Bergamo, ma per ragioni economiche divenne alunno esterno. Grazie a suo zio don Pietro Cagliaroli, prima vicario e poi parroco della chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, conobbe don Luigi Maria Palazzolo (beatificato nel 1963), che aveva organizzato un oratorio per i ragazzi maschi.
Sul finire dello stesso anno, mentre pregava nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma, in occasione del Giubileo, don Francesco intuì di dover fondare una congregazione religiosa femminile dedita all’adorazione dell’Eucaristia.
Nel corso della predicazione delle Quarantore a Capriate San Gervasio, intorno al 1882, conobbe Caterina Comensoli, consacrata della Compagnia di Sant’Angela Merici, che aveva un ideale simile al suo. Il 15 dicembre 1882 si celebrò l’atto di fondazione delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento.
A causa di gravi difficoltà economiche, don Francesco fu estromesso dalla guida della nascente congregazione e dovette dichiarare fallimento. Una sola casa delle Suore Adoratrici non era intestata a lui, ma a suo fratello don Costanzo: quella di Rivolta d’Adda. Don Francesco vi arrivò la sera del 4 marzo 1889, chiedendo alle suore lì presenti di ricominciare con lui la loro opera di adorazione e di accoglienza di poveri e malati. Grazie a monsignor Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, fu accolto nel clero di quella diocesi: nel 1892 riprese l’opera con le suore di Rivolta d’Adda.
Caterina Comensoli, in religione suor Geltrude, fu invece accolta con le altre suore nella diocesi di Lodi, dove diede vita alle Suore Sacramentine, dette di Bergamo dopo il ritorno nella casa che aveva visto l’inizio della loro opera (è stata canonizzata nel 2009).
Don Francesco morì alle 21 del 6 febbraio 1913, a causa di un tumore allo stomaco. Beatificato da san Giovanni Paolo II presso il Santuario di Santa Maria alla Fonte in Caravaggio il 21 giugno 1992, è stato canonizzato da papa Francesco il 14 ottobre 2018. La sua memoria liturgica cade il 6 febbraio, giorno della sua nascita al Cielo, mentre i suoi resti mortali sono venerati nella casa madre delle Suore Adoratrici di Rivolta d’Adda.

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lunedì 17 giugno 2019

Nicola D’Onofrio: la bellezza e l’esigenza della vocazione


Un particolare della foto più famosa di Nicola,
scattata durante il pellegrinaggio a Lourdes (fonte)
Chi è?

Nicola D’Onofrio nacque a Villamagna, in provincia di Chieti e oggi in diocesi di Chieti-Vasto, il 24 marzo 1943. Era il primo dei due figli di Giovanni D’Onofrio e Virginia Ferrara, contadini. Frequentò le elementari al suo paese e partecipò costantemente alle celebrazioni nella sua parrocchia, posta al confine tra Villamagna e Bucchianico, il paese natale di san Camillo de Lellis, fondatore dell’Ordine dei Ministri degli Infermi, detti Camilliani.
Uno di quei religiosi, padre Santino, propose a Nicola di entrare nel loro Seminario. I familiari si opposero, ma un anno dopo gli concessero di partire. Il 3 ottobre 1955, il ragazzo arrivò allo Studentato Camilliano di Roma, dove rimase anche quando suo padre gli scrisse di volerlo riportare a casa. Il 6 ottobre 1960 fece la vestizione religiosa e cominciò il noviziato, mentre il 7 ottobre 1961 emise i voti temporanei triennali.
Sul finire del 1962 cominciò a non sentirsi bene. Il 30 luglio 1963 fu operato presso il reparto di Urologia dell’Ospedale San Camillo di Roma. L’esame istologico dimostrò che aveva un teratosarcoma, un tumore molto raro a un testicolo. Nicola cercò per quanto possibile di tenersi in pari con gli studi, dato che era stato iscritto al primo anno di Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana.
Nel marzo 1964 domandò espressamente di sapere quale fosse il suo reale stato di salute: lo accettò, immergendosi ancora di più nella preghiera. I superiori lo inviarono in pellegrinaggio a Lourdes e a Lisieux, nella speranza di ottenere un miracolo.
Il Papa san Paolo VI gli concesse di emettere i voti perpetui con dispensa super triennium: la celebrazione si svolse il 28 maggio 1964, nella chiesa dello Studentato Camilliano. Nicola morì alle 21.15 del 12 giugno 1964; aveva ventuno anni.
L’inchiesta diocesana della sua causa di beatificazione, per l’accertamento delle virtù eroiche, si è svolta presso il Vicariato di Roma dal 16 giugno 2000 allo stesso giorno del 2004. Il 5 aprile 2013 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Nicola veniva dichiarato Venerabile.
I suoi resti mortali riposano dall’8 ottobre 1979 vicino alla cripta del Santuario San Camillo de Lellis a Bucchianico.

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venerdì 14 giugno 2019

Bufale di Chiesa #5: chi ha scritto le “Litanie dell’umiltà”?

Fonte, dov’è riportata anche un’interessante versione musicata in spagnolo

Nel suo discorso di ieri ai partecipanti alla Riunione dei Rappresentanti Pontifici, o meglio, nella versione preparata e consegnata, papa Francesco ha stilato un ideale decalogo delle virtù di un buon nunzio, concludendo con quella dell’umiltà.
A tale proposito, scrive:
Vorrei concludere questo decalogo con la virtù dell’umiltà citando le “Litanie dell’umiltà” del Servo di Dio Cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930), Segretario di Stato e collaboratore di San Pio X, un vostro ex collega.
Segue quindi il testo di queste invocazioni, tratto (come indica la nota 14 al testo) dal sito Corrispondenza Romana, al termine di un articolo biografico sul cardinale in questione.
Il sito del Centro Culturale Gli Scritti le riporta in forma molto più estesa, in un articolo del 31 marzo 2013 e affermando che il cardinale
le recitava ogni giorno dopo la celebrazione della santa Messa
ma con una precisazione:
non è stato possibile verificare la fonte e l'esattezza della citazione.
Eppure questo testo ha avuto una fortuna notevole, pari solo a quella della Preghiera semplice a lungo fatta circolare sotto il nome di san Francesco d’Assisi.

sabato 8 giugno 2019

Cinque consigli (del Venerabile Giuseppe Quadrio e miei) a un sacerdote novello (Le 5 cose più #19)

I novelli preti di Milano nel corso della Festa dei Fiori nel Seminario di Venegono Inferiore, lo scorso 7 maggio (fonte)

Non so più come festeggiare i preti novelli della mia diocesi. Regalare libri a quelli che conosco no, neppure piccoli, perché costituiscono zavorra per un eventuale trasloco (l’ha detto l’Arcivescovo, come annotavo lo scorso anno). Dedicare un post a quelli che c’entrano con me (l’ho fatto nel 2012, nel 2013, nel 2014 e nel 2016) neppure, perché un giorno potrebbero finire nei guai e qualcuno, a caccia di notizie succose, potrebbe attingere a quello che ho scritto io. Già due anni fa ho provato a pensare a cosa farei io se fossi un sacerdote e non sento di dover cambiare quanto avevo scritto.
In questi giorni, però, ho cominciato a leggere il Diario di don Giuseppe Quadrio, sacerdote salesiano, Venerabile dal 2009, cui dedicherò il prossimo articolo per Sacro Cuore VIVERE. Ho trovato delle pagine il cui contenuto concorda pienamente con quanto sento in me e con quanto vorrei che almeno i Preti 2019 di Milano (ma non solo loro!) esercitassero nel corso del ministero, breve o lungo che sia. A dire il vero, sul finale parla di “regola”, perché i Salesiani non sono sacerdoti diocesani.

martedì 4 giugno 2019

Padre Francesco Pianzola: “niente” per sé, tutto per Gesù


Padre Francesco Pianzola in età avanzata
(per gentile concessione delle Suore
Missionarie dell’Immacolata Regina Pacis)
Chi è?

Francesco Pianzola nacque il 5 ottobre 1881 a Sartirana Lomellina, in provincia di Pavia e diocesi di Vigevano, figlio di Luigi Pianzola e Teresa Moro. Il 16 ottobre 1893 entrò in Seminario, ma dovette temporaneamente uscirne a causa di una malattia ai polmoni.
Ordinato sacerdote il 16 marzo 1907, non tardò a manifestare al suo vescovo, monsignor Pietro Berruti, un progetto che aveva maturato qualche anno prima: un’associazione di sacerdoti diocesani senza residenza fissa né stipendio, impegnati solo nelle missioni al popolo e nell’educazione dei giovani. L’8 dicembre 1908, quindi, il vescovo benedisse l’inizio dei Padri Oblati dell’Immacolata.
Padre Francesco, nel corso delle sue missioni, si dedicava particolarmente ai giovani, per i quali fondò varie associazioni, come quella delle “Giovani Guardie”. Quando si rese conto che alcune ragazze di quell’associazione volevano consacrarsi a Dio, le scelse perché diventassero missionarie tra le altre giovani.
L’8 maggio 1919 le prime cinque suore, con Anna Bandi nominata superiora, cominciarono a fare vita comune. L’apostolato delle Suore Missionarie dell’Immacolata Regina Pacis, come vennero poi chiamate (o, più comunemente, Pianzoline), si esercitò a diretto contatto con le giovani contadine, specialmente con quante lavoravano come mondariso.
Padre Francesco, intanto, venne disconosciuto come fondatore dai Padri Oblati. Accettò di distaccarsi da essi e fu ospitato a Sant’Angelo di Lomellina, da cui continuò a seguire le suore. A partire dal 1932, poté vivere presso di loro, in quella che era diventata la casa madre.
Morì, circondato dalle suore, alle 4.30 del 4 giugno 1923. È stato beatificato il 4 ottobre 2008 nella cattedrale di Vigevano, sotto il pontificato di papa Benedetto XVI.
I suoi resti mortali sono venerati nella cappella a lui dedicata presso la casa madre delle Suore Missionarie dell’Immacolata Regina Pacis, in via SS. Trinità 16 a Mortara.

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venerdì 31 maggio 2019

Tutta per l’Amore Misericordioso – La Beata Speranza di Gesù (Cammini di santità # 21)


L’immagine ufficiale scelta per la beatificazione (fonte)
Avrei dovuto scrivere da tempo della Beata Speranza di Gesù, ma non ho mai trovato l’occasione migliore per farlo. In verità, il mio legame con lei era veramente esiguo: la conoscevo di fama, dopo aver visto una sua foto e le sue preghiere su una vecchia copia del manuale di preghiere Pregate, pregate, pregate che avevo trovato in una chiesa. Dato che i personaggi dotati di speciali doni m’intimoriscono un po’, non ho mai pensato di approfondire la sua storia, neanche cinque anni fa, quando fu beatificata.
Il direttore di Sacro Cuore VIVERE aveva in mente di farmi scrivere di lei per la mia rubrica, ma di anno in anno l’opportunità veniva meno.
Quest’anno ha deciso di assegnarle il mese di maggio, suppongo non a caso, dato che oggi come cinque anni fa veniva beatificata a Collevalenza, la cittadina umbra dove lei aveva abitato nell’ultima fase della sua vita.
Ho quindi contattato il Santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza, ricevendo parecchi libri su cui documentarmi. Non intendevo riportare i fatti prodigiosi, ma descrivere in tutta semplicità la sua testimonianza di fede. Attingere alle fonti principali mi ha fatto scoprire tutta la sua ricchezza, ma i tempi per l’articolo si facevano sempre più stretti.
Intanto, un sacerdote che conosco si è trovato a passare per Roma. Allegando una foto a un messaggio WhatsApp, la stessa immagine che ho scelto in apertura, mi ha chiesto se conoscessi la suora ritratta. Era proprio madre Speranza: lui e le altre persone con cui era partito erano stati alloggiati nella casa per ferie delle Ancelle dell’Amore Misericordioso, situata nella loro prima casa fondata nella Capitale.
Ho quindi realizzato il mio pezzo, ma non è venuto molto bene. Il direttore ha aggiunto un paragrafo sul nucleo del messaggio di madre Speranza, visto che io mi ero concentrata sui dati biografici. Mi è dispiaciuto molto non aver svolto un buon lavoro, ma conto di essere ancora in tempo per tradurre nella vita, più che nello scritto, quello che ho imparato da lei.
Come altre volte, ho scelto il titolo che avrei voluto dare io, non quello adottato dalla redazione, perché mi sembrava più corrispondente all’idea che volevo fornire. Del resto, «Tutto per Amore» era il motto che madre Speranza aveva fatto suo e che la Famiglia dell’Amore Misericordioso da lei fondata continua a portare avanti.


lunedì 27 maggio 2019

La biblioteca di Testimoniando #21: “Santi napoletani”


In questi giorni sono stata a Napoli, o meglio a Portici, dai miei parenti, per via del matrimonio di una mia cugina. L’occasione è stata propizia per mettere in valigia un volume appena uscito, agile e allo stesso tempo completo, sui Santi e sui Beati della terra che mi ospita per le vacanze.
Molti di essi mi sono particolarmente cari, come se fossero di famiglia, e ne ho parlato qui sul blog. Per questa ragione, in corrispondenza dei loro nomi, inserisco i collegamenti ai relativi post.

In sintesi

Santi napoletani riporta quarantasei profili, non più lunghi di tre pagine al massimo, dei Santi e dei Beati più legati alla diocesi di Napoli, o perché vi sono nati e morti, o perché hanno concluso lì le loro esistenze, o ancora perché da lì sono partiti per annunciare il Vangelo altrove, o infine perché vi hanno trascorso svariati anni.

venerdì 17 maggio 2019

Le “belle storie” che avrei scelto io per l’Oratorio Estivo (Le 5 cose più #18)

Beato Angelico, Giudizio universale (particolare), Museo di San Marco, Firenze (fonte)
È ormai prossimo l’inizio dell’Oratorio Estivo 2019. Il tema di quest’anno, per gli Oratori lombardi, è Bella Storia – Io sarò con te. I ragazzi e i loro educatori sono invitati a scoprire il loro vero talento e a metterlo a frutto per il bene di tutti, non solo della Chiesa.
Per rendere più vicino questo messaggio, nei sussidi predisposti dalla Fondazione Oratori Milanesi (FOM) per la mia diocesi, sono state scelte cinque figure di Beati e di Santi, vissuti in epoca contemporanea, come se fossero dei maestri di un’immaginaria accademia dove vengono insegnate altrettante arti: Scultura, Pittura, Scrittura, Fotografia e Musica.
Appena ho saputo quali fossero i personaggi adottati, mi sono leggermente spazientita: sono tutti fin troppo famosi, anche negli oratori, nonché alcuni già adoperati in altre edizioni dell’Oratorio Estivo (quando ero più giovane io, quindi i bambini di oggi potrebbero non averne mai sentito parlare).
Non sarebbe stata una cattiva idea, a mio parere, cercare storie più insolite rispetto a quelle, magari scegliendo Beati o Santi che avessero effettivamente esercitato tali arti durante la vita, anche se non fossero vissuti tutti nello scorso secolo. Ecco quindi quali avrei scelto io.

domenica 12 maggio 2019

La biblioteca di Testimoniando #20: “Alpini di Dio”


In questi giorni Milano sta ospitando la 92a Adunata degli Alpini, organizzata dall’Associazione Nazionale Alpini (ANA), che proprio nel capoluogo lombardo vide la luce, cent’anni fa. Tra le manifestazioni civili e religiose e gli eventi collegati a questo raduno risalta l’uscita di un libro, che evidenzia come l’eroismo di questo Corpo militare possa, a volte, avere sfumature di carità tale da essere riconosciuto esemplare dalla Chiesa.

In sintesi

martedì 7 maggio 2019

Squarci di testimonianze #26: la luce di Jean Vanier


Jean Vanier e Catherine Monneron in una foto del 2010 (fonte)
Non sapevo della morte di Jean Vanier, fondatore della Comunità L’Arca e co-fondatore del movimento di Fede e Luce, fino alle 14 di oggi.
Volevo contattare un giornalista che conosco, ma l’e-mail a cui gli avevo scritto tempo fa risultava inattiva. Ho quindi deciso di scrivergli via Facebook e ho cercato il suo profilo: proprio lì ho trovato la notizia, tratta dal sito di Mondo e Missione, una delle testate per cui lui scrive. Ho pensato allora di raccontare cosa c’entri Vanier con me, ma mi sono resa conto che il legame è piuttosto sottile.

sabato 4 maggio 2019

Concepción Cabrera de Armida, una madre fra cielo e terra

Ritratto ufficiale per la beatificazione (fonte)
Chi è?

María de la Concepción Cabrera Arias nacque l’8 dicembre 1862 a San Luis Potosí, in Messico, settima dei dodici figli di Octaviano Cabrera Lacavex e Clara Arias Rivera. Imparò la fede dai genitori, sentendosi attratta dalla preghiera e dalla meditazione silenziosa.
Tra i tredici e i quattordici anni conobbe Francisco Armida, un piccolo commerciante, e accettò di fidanzarsi con lui. Dopo nove anni, l’8 novembre 1894, si sposarono. Dalla loro unione nacquero nove figli: due morirono in tenera età, uno a diciott’anni. Due si consacrarono a Dio, mentre i rimanenti formarono delle famiglie proprie.
Conchita, come la chiamavano tutti dall’infanzia, ebbe una serie di esperienze spirituali intense, a partire da quando, durante gli Esercizi Spirituali del 1889, sentì interiormente che la sua missione doveva essere salvare le anime. Successivamente diede vita alle Opere della Croce, cinque realtà i cui aderenti s’impegnano ancora oggi a vivere i propri impegni di ogni giorno in unione al sacrificio di Gesù, per la salvezza di tutti gli uomini. La quinta delle Opere furono i Missionari dello Spirito Santo, che Conchita ispirò a padre Félix Rougier, missionario francese dei Maristi e, dopo un esilio di dieci anni, religioso lui stesso in quella congregazione.
Nessuno dei familiari sapeva dell’intenso rapporto che Conchita aveva col Signore, mai venuto meno né durante i diciassette anni del suo matrimonio con Francisco, né quando, nel 1901, rimase vedova (come indica il “de” nel cognome). Morì il 3 marzo 1937, a settantaquattro anni compiuti.
Viene beatificata oggi, 4 maggio 2019, nel Santuario di Nostra Signora di Guadalupe a Città del Messico. I suoi resti mortali sono venerati nella cripta del Tempio di San José del Altillo a Coyoacán, quartiere di Città del Messico.

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mercoledì 1 maggio 2019

Canti travisati, speciale mese mariano (Le 5 cose più # 17)

Mi sa che qualche lettore riconoscerà questo libretto...
La rubrica volutamente copiata da quella di una famosa radio è tornata con nuovi canti da correggere, tanto più che è appena cominciato il mese di maggio, tradizionalmente dedicato a vivere in maniera speciale la devozione verso la Vergine Maria.
Spesso, in effetti, sono proprio i canti dedicati alla Madonna a subire variazioni a seconda dell’orecchio dei fedeli, o per le sviste tipografiche da parte di chi è incaricato di realizzare repertori più o meno ampi per le comunità parrocchiali o religiose.
Stavolta mi sento obbligata a fornire per ciascun canto anche un video con un’esecuzione il più possibile decorosa, se non l’originale, altrimenti non avreste termini di confronto.

mercoledì 24 aprile 2019

Sulla scia di… santa Gianna Beretta Molla

Questa scultura si trova vicino al Centro di Spiritualità familiare annesso al Santuario:
Gianna presenta la figlia appena nata agli altri fratellini (foto mia)
Tra i Santi più vicini a noi nel tempo, santa Gianna Beretta Molla ha un posto speciale per me, non solo per ragioni di appartenenza diocesana. Le avevo dedicato il secondo post in assoluto (tolta l’introduzione), il primo su una figura ufficialmente canonizzata.
Pochi anni fa ho partecipato a un matrimonio nella basilica di San Martino a Magenta, dove fu battezzata e si sposò. A Mesero, invece, la cittadina dove lei aveva il suo ambulatorio medico e dove si trova la sua tomba, non ci ero mai stata.
Ai primi di marzo ho visto un manifesto nella bacheca della mia parrocchia, che annunciava un pellegrinaggio proprio al Santuario della Famiglia di Mesero, previsto per il 20. Negli avvisi dopo le Messe festive, però, ho sentito che era riservato al gruppo della Terza Età. A rigor di logica, dunque, avrebbero potuto andarci solo mia madre e mia zia, alle quali ho rivolto la proposta. Loro, invece, mi hanno invitata a domandare alla suora che segue il gruppo se potessi aggregarmi: con mia gran gioia, ha risposto di sì.
Ecco quindi il racconto di quelle poche e profonde ore a Mesero, nel giorno in cui ricorrono venticinque anni esatti dalla beatificazione di Gianna e poche settimane prima del quindicesimo anniversario della canonizzazione.

lunedì 25 marzo 2019

Un uomo di speranza – La politica del Venerabile Giorgio La Pira (Cammini di santità # 22)

La Pira col panorama di Firenze sullo sfondo (fonte)
L’articolo per il numero di marzo di Sacro Cuore VIVERE mi era stato preannunciato da luglio, ovvero quando, telefonando al direttore per sapere se sarebbe venuto ai funerali di don Luigi Melesi, mi sono sentita rispondere, tra le altre cose, che avrei dovuto prepararmi su Giorgio La Pira.
Dato che il mio compleanno era vicino, ho deciso di farmi regalare la sua biografia più recente, così da leggerla quando sarebbe stato il momento. Ho poi comprato un altro testo, curato dal presidente della Fondazione che porta il suo nome, così da essere ancora più sicura di leggere qualcosa di valido.
In effetti, a La Pira volevo dedicare un post “classico” a ridosso della promulgazione del decreto sulle virtù eroiche, ma pochi giorni dopo ho saputo che avrei dovuto scrivere di lui per la rivista salesiana di Bologna. A dire il vero, il mio legame con lui si limitava al fatto che, anni fa, avevo trovato un suo santino nella cappella della mia università: era la prima volta, ancor prima che per Giuseppe Lazzati, che scoprivo l’esistenza dei laici consacrati e che qualcuno di essi potesse essere proposto a modello per i fedeli.
Spero di aver colto pienamente la sua testimonianza. Mi sono ispirata, neanche troppo velatamente, al discorso che papa Francesco ha tenuto, il 23 novembre 2018, ai rappresentanti della Fondazione Giorgio La Pira. Ripropongo l’articolo adesso sia perché dom Bernardo Gianni, Abate dell’abbazia di San Miniato al Monte di Firenze, ha parlato di lui negli Esercizi spirituali predicati al Papa e alla Curia romana, sia perché oggi è la solennità dell’Annunciazione del Signore. Di certo, il sindaco La Pira si sarà recato tante volte a pregare nella Basilica della SS. Annunziata, per chiedere alla Madonna di poter compiere al meglio la propria missione di laico nel mondo.

martedì 19 marzo 2019

Bufale di Chiesa #4: don Tonino Bello e la Quaresima


Ignoro quale sia la fonte, ma su WhatsApp lho ricevuto così
So di dispiacere molto chi mi legge, ma non riesco proprio a scrivere di don Giuseppe Diana, di cui oggi cade il venticinquesimo anniversario della morte. Il mio legame con lui si limita al fatto che il cappellano dell’università che frequentavo, il 19 marzo di un anno che non ricordo, lo menzionò insieme a don Giuseppe Puglisi, oggi Beato: definì entrambi uomini giusti che da san Giuseppe, sposo di Maria e padre putativo di Gesù, non avevano preso solo il nome. Penso comunque che mi piacerebbe documentarmi su di lui, così da sentirmelo un po’ più affine. Ciò detto, passo all’argomento del post che avevo preparato per oggi.
Il silenzio che mi sono imposta per la Quaresima mi ha impedito di afferrare l’attualità, ancora una volta, per l’inizio di questo tempo sacro. Però sento di dover smontare una nuova “bufala di Chiesa”, anche se inconsapevole, che circola da almeno un paio d’anni.
Monsignor Antonio Bello, per i devoti e gli ammiratori don Tonino, già vescovo di Molfetta e attualmente Servo di Dio, è uno degli autori spirituali più citati anche su Internet. Non mi era mai capitato, però, di leggere qualche pensiero attribuito a lui, che non provenisse dalle sue meditazioni, dalle lettere pastorali o dalle sue omelie. Di solito, infatti, viene riportata l’opera da cui il brano è tratto, così da poter risalire all’originale.
La prima domenica di Quaresima ho sentito una signora del mio coro parrocchiale che parlava, con altre nostre colleghe, di un pensiero di don Tonino che le era arrivato via WhatsApp e che non le sembrava autentico per una ragione che spiegherò più avanti. Anche a me è arrivato, pochi giorni dopo, in un gruppo del medesimo servizio di messaggistica: è l’immagine che vedete sopra.

mercoledì 6 marzo 2019

Immagini speciali #1: il Crocifisso di via Arena


Fonte
Il blog non è morto, anche se a breve entrerà nella tradizionale pausa quaresimale, in cui, seguendo l’uso ambrosiano, non scriverò nulla se non il 19 e il 25 marzo, gli unici giorni in cui sono autorizzate la memoria di san Giuseppe e la festa dell’Annunciazione.
Temo però di aver contratto il virus della procrastinazione, che porta specie chi ha tante idee e le comunica sul web a ritardare i contenuti, col rischio, a volte, di non essere più attuale. Per riprendermi, ho pensato a una nuova rubrica, dedicata a quelle immagini religiose (quadri, dipinti, statue) che sono capaci di suscitarmi riflessioni particolari.
Dato che ormai per il Rito Romano siamo in Quaresima, mentre noi ambrosiani cominceremo questo tempo domenica prossima, mi è sorta l’ispirazione di parlare di un piccolo quadro diventato prezioso per tanti e che mi ha aiutata a trovare il modo di capire meglio la Passione del Signore.

mercoledì 20 febbraio 2019

Laura Vincenzi: come «essere all’altezza dell’Amore»


Guido, un gattino e Laura in una foto del 18 novembre 1983 (per gentile concessione degli Amici di Laura)
Foto scelta non a caso: il 1° marzo 1986 lei scrisse a lui che dovevano essere
come dei micetti in braccio a Dio Padre,
«sicuri poiché da Lui e per Lui non abbiamo nulla da temere»
Chi è?

Laura Vincenzi nacque a Ferrara il 6 giugno 1963, seconda dei quattro figli di Odo Vincenzi e Luisa Deserti. Trascorse l’infanzia a Tresigallo, paese dove risiedevano i suoi genitori e dove frequentò le scuole elementari e le medie. Ricevette i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana nella parrocchia di Sant’Apollinare a Tresigallo, dove s’inserì anche nell’Azione Cattolica Ragazzi, di cui in seguito divenne educatrice. Frequentò poi il liceo linguistico a Ferrara e s’iscrisse, nel 1982, alla facoltà di Lingue dell’Università di Bologna.
Alla ricerca di nuove esperienze per crescere nello spirito, nel luglio 1982 si recò con la sorella Silvia all’eremo di Spello, per una settimana di ritiro. Lì conobbe Guido Boffi, di Roma, con cui fece amicizia. Col tempo, però, comprese di essere innamorata di lui, ricambiata: si fidanzarono il 27 agosto 1983. Cominciarono quindi a frequentarsi quando possibile, a scriversi e a vivere momenti intensi.
Nell’estate 1983, di ritorno da un campo-scuola, Laura cominciò ad avere dolori al piede sinistro. Successivi accertamenti dimostrarono che si trattava di un sinovialsarcoma a predominanza fibrosa monofasica. La ragazza reagì cercando di mantenersi fedele a un ritmo di vita normale, senza cedere alla depressione, o anche Guido ne avrebbe risentito.
Nonostante un ciclo di terapie, il 24 febbraio 1986 Laura subì l’amputazione della gamba sinistra. Continuò, per quanto riusciva, a seguire gli impegni universitari e parrocchiali, contando sull’amore del fidanzato e sull’affetto di quanti le volevano bene, in famiglia e al di fuori. Morì in casa propria, il 4 aprile 1987; non aveva ancora ventiquattro anni.
Il processo diocesano per la sua causa di beatificazione, volto a indagare l’eroicità delle sue virtù, è iniziato a Ferrara il 7 dicembre 2016. La tomba di Laura si trova invece nel cimitero di Tresigallo.

Cosa c’entra con me?

lunedì 11 febbraio 2019

La biblioteca di Testimoniando #19: “Miracoli a Lourdes”



Alla vasta letteratura sulle apparizioni della Vergine Maria a Lourdes e alle guarigioni miracolose collegate a quel santuario si è da poco aggiunto un nuovo volume, pubblicato a ridosso del centosessantunesimo anniversario della prima apparizione a santa Bernadette Soubirous, avvenuta l’11 febbraio 1858.
Ne avevo già letto sulle pagine del settimanale Maria con te, ma quando ho visto che il 25 gennaio il libro sarebbe stato presentato a Milano, in una serata organizzata dai giovani della locale sezione dell’Oftal, ho deciso di andare ad ascoltare l’autore.

sabato 2 febbraio 2019

Madre Laura Baraggia, sposa nel Cuore di Gesù

Madre Laura in una foto risalente al 1890 circa
(per gentile concessione della Famiglia
del Sacro Cuore di Gesù)
Chi è?

Laura Baraggia (al Battesimo Laura Rosa) nacque a Brentana, frazione di Sulbiate, oggi in provincia di Monza e Brianza, il 1° maggio 1851, figlia di Cesare Baraggia e Giovannina Ravanelli. Sin dall’infanzia, stimolata dall’esempio dei genitori, imparò a pregare e ad amare Dio, frequentando la parrocchia del suo paese, dedicata a Sant’Antonino.
Il 16 gennaio 1866 lasciò Brentana per andare a Milano come dama di compagnia della famiglia Biffi. Grazie al gesuita padre Ottone Terzi, cominciò a maturare sia sul piano spirituale che su quello del carattere e del rapporto col prossimo, mentre continuava a chiedersi come avrebbe dovuto spendere la vita per il Signore.
Il 2 febbraio 1879, mentre partecipava alle Quarantore nella chiesa di San Babila a Milano, intuì che avrebbe dovuto fondare una nuova famiglia religiosa. Dopo la morte del signor Biffi, Laura fu aiutata da padre Terzi nell’attuazione di quel progetto: già entrata nella Compagnia di Sant’Angela Merici, si associò ad alcune compagne, con le quali cominciò a far vita comune il 22 settembre 1880.
Il 4 gennaio 1883 l’Arcivescovo di Milano, monsignor Luigi Nazari di Calabiana, eresse autonomamente la Pia Casa delle Orsoline di Brentana, che con il decreto del 20 agosto successivo fu scorporata dalle Orsoline “di famiglia” (com’erano dette le consacrate della Compagnia di Sant’Angela Merici). Il 2 febbraio 1887 la comunità prese il nome di Famiglia del Sacro Cuore di Gesù e le sue aderenti divennero presto note come le Suore di Brentana.
Madre Laura, come superiora generale (tranne per un breve periodo), visitò le case che andavano aprendosi e chiudendosi, secondo le necessità, incoraggiando le suore a operare il bene tra le bambine e le ragazze, negli oratori femminili e non solo, ma anche in appoggio ai parroci. Morì nella casa madre di Brentana di Sulbiate il 18 dicembre 1923.
Il processo diocesano per la sua causa di beatificazione e canonizzazione si è svolto a Milano dal 10 giugno 1992 al 5 luglio 1993. Il 26 aprile 2016 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui veniva dichiarata Venerabile. I resti mortali di madre Laura riposano dal 1955 nella cappella della casa madre della Famiglia del Sacro Cuore di Gesù a Brentana di Sulbiate, in via Madre Laura 18/22.

Cosa c’entra con me?

giovedì 31 gennaio 2019

In galera, ma da prete e da salesiano – Don Luigi Melesi (Cammini di santità #21)


Fonte
Il 10 luglio 2018 ho saputo che era appena morto don Luigi Melesi. Il suo nome non mi era nuovo: quando ho dovuto scrivere di Giulio Rocca e di don Daniele Badiali per Sacro Cuore VIVERE, la rivista dei Salesiani di Bologna, mi ero imbattuta in don Piero, suo fratello, iniziatore dell’Operazione Mato Grosso.
Ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere di lui, prima o poi. Intanto, però, mi sentivo in dovere di partecipare ai suoi funerali. Ho quindi telefonato al direttore della rivista, sperando che quella potesse essere un’occasione per rivederci. Purtroppo aveva alcuni impegni, per cui non poté venire a Milano.
Nel corso della conversazione, mi suggerì di prepararmi su Giorgio La Pira. Sono trasalita: l’accordo prevedeva che avrei dovuto realizzare altri tre articoli, di cui l’ultimo era praticamente finito, poi la collaborazione sarebbe terminata. Il direttore, a quel punto, ha confermato che potrò continuare ancora per quest’anno: i lettori gradiscono, a lui la mia prosa piace e io stessa sono desiderosa di mettermi ancora alla prova e di conoscere nuove figure, o di trovare aspetti inediti di quelle che già conosco.
Così, arrivata all’articolo di dicembre, gli ho fatto presente che don Luigi sarebbe stato un ottimo soggetto per il numero di gennaio: in quel mese, infatti, ho sempre parlato di qualcuno collegato a vario titolo alla Famiglia Salesiana. La proposta è stata accettata: ho quindi ripreso le bozze di un vecchio pezzo, integrandole con altre informazioni tratte dal Bollettino Salesiano.
La mia fonte principale è stata tuttavia Prete da galera, il libro uscito nel 2010 in cui Silvio Valota ha raccolto dalla viva voce di don Luigi il racconto di una vita spesa per i giovani e i carcerati. Verrà presto ripubblicato, suppongo in una versione aggiornata, nella collana di libri La Chiesa con il grembiule: sarà allegato al numero 6 del 2019 di Famiglia Cristiana, che esce la prossima settimana (scusate il messaggio promozionale), ma suppongo che dopo qualche mese sarà nelle librerie da solo.
Mentre scrivevo, tornavo con la memoria a quando ho varcato per la prima volta l’ingresso del carcere di San Vittore, dove don Luigi è stato cappellano per quarant’anni. Mi è servito molto per fare una sorta di composizione di luogo e per scegliere l’episodio di partenza. Il 1° gennaio di quest’anno sono tornata lì, per ringraziare Dio di avermi aiutata a svolgere un buon servizio alla memoria dell’ex cappellano e al bene che ha compiuto tra i “raggi” del penitenziario milanese.


* * *
Milano, istituto penitenziario di San Vittore. Il cappellano del carcere, don Luigi Melesi, ha chiesto al direttore di celebrare la Messa domenicale nel corridoio del primo Raggio: lì sono rinchiusi alcuni componenti della formazione terroristica delle Brigate Rosse. Già la domenica precedente aveva celebrato nello stesso luogo, ma non aveva ottenuto nessuna risposta da parte dei detenuti.
Don Luigi monta personalmente l’altare, poi si prepara per la celebrazione. Nell’omelia parla dell’uomo che soffre, che è tradito, che è escluso. Dalle celle chiuse, nessuna risposta. All’improvviso si apre uno spioncino, quel tanto che basta perché il cappellano possa infilare la mano. Un’altra mano la stringe e l’accarezza, mentre viene sfiorata dalle lacrime e dai baci di un detenuto: «Padre, abbiamo bisogno di lei», esclama una voce, mentre si aprono altre tre porte. Così è iniziato il dialogo tra don Luigi e quei detenuti che in gergo erano detti “irriducibili”, ma nei quali, come insegna san Giovanni Bosco, poteva esserci «un punto accessibile al bene».

Prime esperienze tra i giovani

Don Luigi nasce a Cortenova, in provincia di Lecco, il 4 gennaio 1933, figlio di Efrem Melesi e Liduina Selva. Entrato tra i Salesiani di Don Bosco, come già aveva fatto suo fratello Piero, svolge il tirocinio formativo a contatto con i ragazzi del riformatorio Ferrante Aporti di Torino. Dopo l'ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1960, viene destinato al Centro Salesiano «San Domenico Savio» di Arese, come insegnante di disegno grafico. Nello stesso periodo si laurea in Lettere, ottenendo nel 1971 l’abilitazione all’insegnamento della stessa materia.
Le scolaresche del Centro di Arese sono composte da oltre duecento ragazzi provenienti da tutta Italia, con storie personali e familiari molto dolorose. Già il primo giorno di scuola, don Luigi cerca d'instaurare un rapporto di fiducia con loro. Una volta esordisce affermando: «Io ho un gran desiderio...», poi lascia volutamente in sospeso la frase. «Quale?», domanda uno degli allievi. Sorridendo perché s’immaginava proprio quella reazione, risponde: «Alla fine dell'anno vorrei promuovervi tutti. Dobbiamo mettercela tutta, voi e io, perché sono convinto che a nessuno piaccia essere bocciato». Per i suoi ragazzi, don Luigi è capace anche d’intervenire presso il Ministero di Grazia e Giustizia, perché venga aumentata la retta mensile che spetta loro.

L’Operazione Mato Grosso e il ritorno ad Arese

Don Luigi non si limita ad ascoltare solo le loro confidenze e le loro reazioni. Nel 1964, infatti, suo fratello don Piero, missionario nel Mato Grosso, rivolge un appello perché qualcuno venga ad aiutarlo: in quella regione, infatti, non vogliono mettere piede neppure i preti. Rispondono in tre: don Luigi, don Ugo De Censi e don Bruno Ravasio, tutti Salesiani. Tre anni più tardi, accompagnano i primi giovani volontari, che hanno coinvolto durante i campeggi estivi in Val Formazza: ha così inizio l’Operazione Mato Grosso.
Per tre anni, don Luigi è direttore della comunità di Darfo (Brescia), poi, nel 1970, torna ad Arese, stavolta come direttore. All’ascolto dei ragazzi unisce quello delle loro famiglie, convinto com’è che gran parte del loro disagio sia dovuto alla situazione che vivevano in casa, prima di entrare in riformatorio. Per incanalare le loro migliori energie, fa loro recitare spettacoli tratti da episodi del Vangelo, oppure fa mettere in scena una Via Crucis drammatizzata. L’impatto è enorme: non solo i suoi testi vengono diffusi, ma gli stessi ragazzi coinvolti sentono di somigliare a Gesù, al Cireneo, alla Veronica.

L’arrivo a San Vittore

L’eco del suo operato arriva al cardinal Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, nel cui territorio diocesano si trova Arese. Tramite i superiori salesiani, gli dà l’incarico di cappellano di San Vittore, negli anni in cui, ai detenuti comuni, si affiancano i terroristi italiani, spesso in celle sotterranee, al buio: non a caso, in modo spregiativo, erano definiti “topi”. Don Luigi si appella alla Corte Europea di Strasburgo e riesce a ottenere condizioni più umane per loro. 
Anni dopo, definirà la sua opera come «bonifica della persona e della seminazione della Parola di Dio». Per lui, infatti, «La persona umana è educabile, può evolversi e trasformarsi, nel bene o nel male, può aprirsi alla verità ed essere illuminata, può addomesticare la propria aggressività, orientare verso il bene le sue forze e l'intera vita. Era ed è ancora possibile perché questo è già avvenuto e avviene ancora oggi. L'uomo malvagio torna a essere buono, diventa uomo di Dio». La Parola viene da lui seminata in omelie di fuoco, che gli ex detenuti ricordano ancora, a distanza di anni. Il rispetto per la loro dignità emerge poi da un gesto non comune, che compie nelle Messe solenni: passa a incensare i detenuti nei singoli Raggi.
In questa “seminazione”, don Luigi trova un alleato prezioso nel cardinal Carlo Maria Martini, dal 1980 arcivescovo di Milano. La sua disponibilità ad ascoltare i brigatisti e le sue catechesi alla radio, specie quelle sul Salmo 50, li convincono a cominciare un percorso di recupero. Alla fine, scelgono di consegnargli le loro armi, nel tardo pomeriggio del 13 giugno 1984. Quattro anni prima, al termine di una Messa, il salesiano aveva detto al vescovo gesuita, non ancora porporato: «Vedrà eccellenza, che un giorno tanti “Innominati” verranno da lei, si convertiranno alle sue parole e le consegneranno le armi».

Sempre dalla parte dell’uomo

Nel 2008 don Luigi, ormai anziano, lascia l’incarico di cappellano, per andare a vivere al suo paese, Cortenova, insieme alla sorella Tarcisia. Rimane in contatto lo stesso con i confratelli della comunità di Sant’Agostino a Milano, presso la quale risiedeva. Anche alcuni dei “briganti” di San Vittore (lui stesso li aveva presentati con quel termine al cardinal Martini) gli telefonano oppure vanno a trovarlo, per ringraziarlo di averli aiutati a tornare buoni.
Il 24 maggio 2013, nell’Aula Paolo VI dell’Università Pontificia Salesiana, riceve la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione Sociale per la sua capacità di educare tramite i mezzi espressivi del teatro e non solo, mai venuta meno neanche negli anni del carcere.
Nel discorso di accettazione si esprime così: «Don Bosco ricordava ai Salesiani, citando gli Atti degli Apostoli, che Gesù prima faceva poi insegnava. Subito mi sono messo dalla parte del colpevole. Anche in questo Gesù Maestro ce ne dà l'esempio. Non è infatti possibile aiutare una persona a cambiare la sua vita in meglio, se non ci si mette dalla sua parte, se non si prende a carico la sua vita e la sua storia. Solo così lo si può capire interamente, si può collaborare con lui a diagnosticare i mali che lo affliggono, e a trovare insieme i rimedi, per aiutarlo a riconquistare la vera libertà».
Don Luigi è morto il 10 luglio 2018 nell’ospedale di Lecco. I suoi funerali si sono svolti il 12 luglio 2018 nella chiesa di Sant’Agostino, alla presenza dei Superiori salesiani, delle autorità civili e di molti esponenti del mondo carcerario. All’uscita, è stata distribuita la sua immagine-ricordo, con alcuni versetti del capitolo 25 del Vangelo di Matteo e un pensiero scelto come sintesi della sua vita: «Aiutami, o Signore, a compiere la missione che oggi mi hai dato: annunciare ai poveri il tuo Vangelo, curare i cuori ammalati, liberare le persone schiavizzate, liberare i prigionieri, testimoniare la tua misericordia».

Originariamente pubblicato su «Sacro Cuore VIVERE» 1 (gennaio 2019), pp. 16-17 (visualizzabile qui)